Non è più La noia, ma non sembra ancora gioia. Angelina Mango apre il concerto con la sua canzone più famosa, quella con cui ha vinto un Sanremo che sembra lontano cent’anni e invece era solo il 2024, due mortori fa. Quasi non la si riconosce, la canzone intendo, ma pure la cantante è cambiata e ci arrivo dopo. La noia è accorciata, asciugata, privata d’ogni frenesia. Via i passaggi melodrammatici, via la sfrontatezza. Resta una confessione quasi amara col passaggio sulle “bimbe incasinate con i traumi” che risalta di più, o forse sono suggestionabile io. C’è anche un elemento giocoso, nel senso di giocare con la musica, con la combinazione di voci e di suoni, ma non è più una canzone “total” e difatti anche quell’esclamazione è sparita. Ora finisce con un’esortazione: “Nina, canta”.
Con quella fisarmonica, che sarà un luogo comune ma sembra il suono di un altro tempo e di un altro luogo, La noia è diventata un’eco ovattata e lievemente malinconica del passato e il punto di partenza della storia che Angelina Mango ha portato nei teatri nelle ultime settimane: affrontare una crisi, cercare di riaggiustarsi, andare avanti con giudizio. Il tour si chiama Nina Canta Nei Teatri, è il primo dopo il periodo in cui ha pensato che non sarebbe più tornata a far musica e si è chiuso ieri sera al Lirico Giorgio Gaber di Milano. Niente ospiti (ci sono stati la sera prima, Madame e Marco Mengoni) e niente scenografia wow, ma la riproduzione adatta a un teatro di un luogo che è assieme casa e studio di registrazione. È un concerto meno ambizioso di quelli delle popstar italiane e aspiranti tali in cui Angelina fa canzoni alla vecchia maniera, senza passatismi, ma con una miscela di suoni acustici ed elettronici, elettrici e rielaborati, violino e pad, theremin e synth a fiato che rendono più vivi e musicali i pezzi di Caramé che costituiscono il grosso del concerto.
Non è il suono della tradizione della canzone italiana, ne è semmai l’eco percepito in quella casa-studio da una 24enne, presto 25enne. Nei momenti migliori i sette musicisti sul palco suonano una sorta di urban folk. È un peccato non aver spinto ancora di più sulla dimensione teatrale e diciamo così da camera, una camera pop s’intende, una cameretta. Avviene ad esempio in Melodrama che fa un po’ Pulp Fiction, un po’ Medio Oriente e un po’ pop-folk con contrabbasso e pizzicati, oppure in Nina canta, tutta percussiva.
Angelina Mango si è messa o forse rimessa nei suoi panni, in senso stretto e figurato. Le maglie oversize, ieri sera di un azzurro Napoli con su scritto “Uela” e il numero 10, hanno sostituito i costumi di scena striminziti, i balli liberi e felicemente sconnessi hanno rimpiazzato le coreografie elaborate. Si sente a suo agio e fa piacere. “Voglio le serate struccata” è una frase che canta ancora in una Melodrama che, come i pezzi vecchi, è ricondotta alla veste musicale di questo concerto per l’appunto “struccato”. La canta con la magliettona, i pantaloni a stampa camouflage e il foulard in testa, sembra una mezza sciamannata da festa di paese, altro che popstar. Smile ha ora un tono colloquiale e offre forse una delle chiavi del cambiamento e dell’esibizione: Mango la canta in modo meno spinto, più naturale, come se avesse smesso di voler impressionare qualcuno. La scelta di uscire dalla macchina dei numeri e dei like, sottrarsi allo sguardo altrui, smettere di contare non può che suscitare simpatia in questo tempo in cui sono tutti fenomeni a cui urge ripeterlo di continuo.
«Sono grata di quello che è successo in questo mese, già mi viene da piangere», dice verso l’inizio. Quando scende in platea stringe mani e abbraccia tutti quelli della prima fila. C’è chi piange e crolla. «Mi sei mancata!», grida una. «Voi mi siete mancati». «Sei come guarire!», urla un poeta del Lirico. «Voi siete come guarire, fidatevi», replica lei. Si asciuga le lacrime una, due, tre volte. «Sei umana!» le dicono, «sì, di brutto» risponde. La gioia arriva, ed è una gioia buffa e infantile, quando balla sulla coda di sax di Le scarpe slacciate, che pure non è una canzone allegrissima. “E tu ti aspetti che sorrida, che mi svegli la mattina con la forza dentro che c’avevo prima” e la risposta è evidentemente sì, per lo meno su questo palco, questa sera, davanti al pubblico. C’è la voglia o la necessità di riallacciarsi al candore dell’infanzia, a un tempo più felice, al ricordo del letto a castello di Edmund e Lucy, forse una fuga dalle responsabilità e dai dispiaceri della vita adulta.
A volte però queste pagine diaristiche sono più urgenti che elaborate, dicono cose importanti ma non in modo importante. Il tono riflessivo, le descrizioni delle minuzie quotidiane, i flussi di coscienza prosaici che lambiscono il pop-rap definiscono un’estetica a tratti ordinaria. Del resto con le sue peculiarità Mango s’inserisce in una tradizione oramai consolidata del pop anche internazionale che prevede la creazione di un legame col pubblico esponendosi sempre di più, giurando e spergiurando che le canzoni non contengono bugie, solo pura autenticità. La condivisione delle fragilità moltiplica l’affetto della comunità dei fan, trasformando il concerto in una sorta di celebrazione bagnata dalle lacrime di una rinascita. È una modalità di scambio tra artista e pubblico che piace a tutti, dalla bambina con la fascia sulla fronte alla sessantenne che canta “smi-ai-ai-ai-ile”. Chi è entrato da tempo nell’età adulta e ha per di più un’idea di musica più forte e radicale non può che osservare con un certo distacco. E comunque si parteggia tutti per lei, senza eccezioni quando dice che «sto ripartendo» e aggiunge «piano piano però, giuro».
Ci sono momenti notevoli, come quando Mango canta Come un bambino illuminata da un cono di luce, accompagnata da tastiere, violino e violoncello. Il teatro s’ammutolisce, le bocche si spalancano e si intravede finalmente netta, precisa la linea che separa chi prova a fare l’artista e chi lo è. E lei è da quest’altra parte, quella dei talenti. Verso la fine arriva Fila indiana, la canzone in cui dice al padre che “ho deciso di far pace con te, pure se mi hai lasciato sola”. Spiega che per dare importanza a un pezzo che per lei «è una lama» ogni volta che lo canta ha aggiunto per questo tour un’introduzione strumentale. Non l’ha mai svelato prima, ma quell’intro non è sua o dei suoi musicisti, è un Notturno scritto dal padre, un arrangiamento per piano e voce che Pino Mango ha suonato in concerto. In ginocchio sul tappeto, Angelina intona quel canto che dice tutto senza bisogno di parole. Ecco, in momenti del genere ci si dimentica le canzoni skippabili e le ingenuità, e ci si mette inevitabilmente a fare il tifo per lei.
Resta la sensazione che Angelina Mango sia più forte di molte sue canzoni, ma uscire dalla grande fantasia del pop e ridimensionarsi le ha fatto bene. Merita il lieto fine. In estate ci saranno altre date di questo spettacolo in posti notevoli come il Teatro Romano di Verona, la Rocca Maggiore di Assisi o il Teatro Antico di Taormina, poi chissà. Per ora l’ambizione di arrivare a tanta gente è stata sostituita dalla voglia di parlare a chi la capisce e, a giudicare quel che ho visto al Lirico, a chi le vuole bene. E che possa un giorno tornare serenamente anche a far commedia, a cantare quello che non è, a dire bugie nelle canzoni, che in fondo è sempre divertente.
Set list:
La noia
La vita va presa a morsi
Ioeio
Ci siamo persi la fine
Gioielli di famiglia
Come un bambino
7up
Pacco fragile
Melodrama
Aiaiai
Nina canta
Che t’o dico a fa
Edmund e Lucy
Tutto all’aria
Mani vuote
Smile
Le scarpe slacciate
Cosicosicosicosì
Mylove
Bomba a mano
Fila indiana
Velo sugli occhi
Igloo
Caramé
















