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La Prima Estate, giorno quattro: da Frah Quintale a Anderson .Paak, senza bisogno di passare dal via

Era il Parco Bussoladomani di Lido di Camaiore, ma sembrava di stare in California: un viaggio partito da Brescia e terminato sulla West Coast, talmente perfetto e riuscito che nemmeno la pioggia si è sentita di rovinare

Anderson .Paak sul palco del festival La Prima Estate

Foto: Francesco Prandoni

«Tu mi parli, io ti guardo, come se fossi su un altro pianeta»: a Frah Quintale piace aprire i suoi live con 8 Miliardi di Persone, i quintaliani ormai lo sanno e appena sentono i primi accordi di tastiera accorrono sotto il palco. È una bella responsabilità aprire per Anderson .Paak, Francesco ne è più che consapevole ma non si lascia tradire dal peso delle aspettative, confermandosi uno degli artisti più eclettici e poliedrici presenti nel panorama musicale italiano, nonché un vero e proprio animale da palcoscenico. Lo tiene e non lo molla mai per un’ora, alternando pezzi da Regardez moi (la chiusura con Sì, ah, anche quella diventata epica quintaliana), da Banzai (lato blu), da Banzai (lato arancio) e dal nuovo EP Storia breve, pubblicato il 10 giugno scorso.

Foto: Francesco Prandoni

Lo stesso Frah lo definisce una sorta di cortometraggio di una relazione amorosa, dove ogni brano dei quattro totali rappresenta una diversa fase del rapporto: c’è meno hip hop e più pop, ma rimane come in moltissime sue canzoni quella sensazione che ti fa dire «Accidenti, è vero, è successo pure a me». Accompagnato dai musicisti con cui era in studio, Frah Quintale è l’antipasto perfetto per anticipare Anderson .Paak perché in un certo senso si muove lungo la medesima linea: due artisti partiti dall’hip hop che non si sono limitati a fare solo quello, iniziando a sperimentare e creando un mix di generi capace di renderli unici e inimitabili, due marchi di fabbrica ben distinti che condividono però un percorso comune.

Il viaggio cominciato a Brescia va avanti velocissimo, e quando non sono neanche le dieci di sera è già approdato a Oxnard, California meridionale. «Se sei un percussionista non puoi non essere qui stasera. Cioè, lui è un mostro»: un ragazzo in fila al truck degli hamburger lo definisce così, un mostro, e un mostro Anderson .Paak lo è eccome, e lo dimostra ampiamente insieme ai The Free Nationals. Sedici brani, quasi due ore di concerto che spaziano dal rap all’r&b, dal funk ai riferimenti a Tupac e Stevie Wonder: l’apertura è affidata a Heart Don’t Stand a Chance, Put Me Thru e Saviers Road, e bastano tre sole canzoni per farci capire che questa non è un’esibizione qualsiasi, ma molto, molto di più.

Foto: Francesco Prandoni

Lui, camicia hawaiana oversize sgargiante, enormi occhiali da sole, mega-parrucca afro in testa, sorriso radioso stampato in faccia, rapisce e ipnotizza chiunque con le sue melodie travolgenti: un po’ senti risuonare Marvin Gaye, nello stile riecheggia Bruno Mars, nell’approccio al beat s’intravvede l’indimenticato e indimenticabile Tupac. Circondato da una band di lusso composta da strumentisti e cantanti pazzeschi, il rapper di Oxnard ha vinto qualsiasi cosa alternandosi alla batteria e al microfono, mandando in visibilio i fan che hanno ballato ininterrottamente osannando il profeta del melodic rap (che poi, manco fosse possibile ingabbiarlo in una sola definizione o in un solo genere).

Nessuno ha saputo resistergli, il suo ritmo trascinante è riuscito a scoraggiare pure la pioggia, che è scesa per qualche minuto e poi non si è sentita di rovinare la performance che intanto proseguiva imperterrita con Am I Wrong, Lockdown, Suede, Come Down, Tints, King James. «I love you Italy», grida Brandon dal palco, e Lido di Camaiore ricambia: ce ne fossero di più, di prime estati così, ce ne fossero di più, di artisti come Anderson .Paak, ce ne fossero di più, di temporali che decidono di invertire la rotta per non interrompere concerti incredibili.

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