«Cerchiamo di imitare Atena quando allunga la notte ad Ulisse e Penelope per permettere il racconto. La allunghiamo ancora di qualche infinitesimo, perché è stata una notte davvero fuori dal tempo». Dopo quella da Medusa, da Minotauro, da untore, da su boe, e da gladiatore – un bambino davanti a me grida: «Ma quanti travestimenti ha, come cazzo fa?» – Vinicio Capossela getta la maschera e cerca di trattenere l’Aurora e prolungare la notte, o quantomeno di posticipare il coprifuoco dell’Anfiteatro di Pompei. Stanno risuonando gli ultimi accordi di Ovunque proteggi – più che un brano, un disco; più che un disco, una vicenda – e riaprire e richiudere un capitolo di vent’anni di vita dentro una notte non è mica banale. Ma son cose che tocca fare per gli anniversari: riaprire i cassetti, fare le telefonate, scegliere da dove iniziare, e cercare di non dimenticare nessuno. Per una notte fuori dal tempo in una città immobile nel tempo.
Per principiare dal principio, anche la vicenda di Ovunque proteggi era cominciata dentro un anfiteatro: Capossela e Marco Tagliola, nell’estate del 2005, di fronte al Colosseo. In un altro anfiteatro, vent’anni dopo, si ricapitola e si rivendica. E si chiude con un brano in Mi bemolle che per lungo tempo non aveva trovato testo.
Lo ripercorro al contrario sulla Circumvesuviana – dalla fine, che è anche il titolo – come quando si perde qualcosa, e si tenta invano di tornare sui propri passi con gran sforzo e ragionevolezza, che però raramente funziona e quasi sempre, poi, alla fine era in tasca. Figurarsi poi se ti metti a cercare quando è quasi l’alba, che nel bar di Pasquale si stava proprio bene e ci ha portato gli amari all’anice, il prosciutto di Parma, e ci ha parlato delle lupanare, e mica si poteva rifiutare e andarsene. Sta albeggiando e guardo il Vesuvio, penso ai Pink Floyd, al condotto richiuso che impedisce al magma di fuoriuscire, ai denti digrignati e a uno degli ultimi interventi di Capossela dal palco che cerco di riportare.
«Queste figure di gesso e ossa, questa tecnica con cui il vuoto viene estratto: il vuoto che la vita lascia nella colata, nella carne che non c’è più. Resta un vuoto, colmato dalla forma di gesso, che in qualche modo restituisce l’immagine di un corpo, di un essere umano. Forse la musica è un po’ quel gesso che va a riempire il vuoto che lasciamo. Ci sorprende nelle posizioni più naturali: difendersi, abbracciarsi, ripararsi, allargare le braccia. In questo vuoto di vent’anni di vita c’è musica, ci sono persone che hanno lasciato quel vuoto».

Foto: Simone Cecchetti
Fa sorridere, perché prima del concerto ho incontrato Maria Chiara Scappaticcio, fan di Capossela ma anche professoressa di Letteratura latina alla Federico II e – da ieri – amica. Mi ha raccontato che sui muri di Pompei ricorre un’espressione formulare bizzarra, un buon augurio scomparso dalla letteratura latina successiva e riemerso insospettabilmente nell’Amleto di Shakespeare. Hic et ubique “qui e dappertutto”, salutem dicit “augura di stare bene”. Un augurio di salute, di protezione, qui e soprattutto ovunque. Il tempo divino e lo spazio umano: Augusto invoca gli dèi perché “proteggano ora e sempre” Tiberio. I pompeiani, sui muri e per la strada, si auguravano di “star bene qui e ovunque”. Ora, io non so se fosse una scelta, e siamo qui anche per questo, ma è curioso che di fianco a quei graffiti, i 2000 nell’Anfiteatro, dopo 2000 anni, abbracciandosi, facciano la stessa operazione di buon auspicio e vicinanza. Credo dunque che ci siano sufficienti evidenze per sancire il collegamento mancante tra Augusto e Shakespeare: non la liturgia gallicana, bensì Capossela.
La notte di Pompei è fuori dal tempo perché – anche se è vero che Non si muore tutte le mattine – a Pompei, di fatto, sì. Quotidianamente: basta fare due passi. Ma è fuori dal tempo anche perché è inquietantemente attuale. Tolta l’assenza dell’Italia dai Mondiali in corso, Ovunque proteggi risuona nel presente con una precisione più inquietante della sagoma massiccia del Vesuvio. Capossela lo ricorda introducendo S.S. dei naufragati dedicandola ai 25mila morti nel Mediterraneo nel tentativo di attraversarlo, in questi ultimi 15 anni. In Moskavalza: «Chiunque aspirasse a una Russia diversa è stato spazzato via, messo al confino, assassinato. Poi è arrivata la grande normalizzatrice, quella che mette a tacere ogni opposizione attorno al sacro fuoco della patria: la guerra, l’operazione speciale. Ma noi questa la cantiamo comunque». E attacca la drum machine invocando le “le cripte discotecniche” di Mosca dei primi anni 2000, brindando al grido di “Poyekhali!”, l’invocazione che Jurij Gagarin pronunziò prima del gran decollo. La condanna al genocidio in corso a Gaza arriva in apertura, con Non trattare. E poi ci sono gli Spessotti, che “anche se sono piccoli, quando si mettono tutti insieme non si sa mai cosa può succedere”. Al Colosseo – nel suo habitat naturale – ma anche La peste (uno dei pochi fuori menù in scaletta, da Ballate per uomini e bestie) problematizzano la spettacolarizzazione della violenza.
Ma al di là dei tempi conturbanti in cui si sviluppa la festa, festa rimane, anche perché la gran banda è riunita (con poche eccezioni, vedi Marc Ribot) e si diverte proprio a celebrare vent’anni di cosmogonia. C’è Roy Paci, che a quel disco ha dato tanto; c’è Alessandro “Asso” Stefana; c’è il violoncellista Mario Brunello; c’è Gavino Murgia, coinvolto all’epoca da Mauro Pagani; ci sono Vincenzo Vasi (stupefacente più del solito per presenza scenica e virtuosismi, stasera anche alle campanelle), Stefano Nanni, Zeno De Rossi, Michele Vignali, Glauco Zuppiroli, e Raffaele Tiseo. Si ripercorrono luoghi e persone di un disco totale, che trova una propria organicità non tanto nel risultato, ma nella narrazione. Nella strada che ingravida, con l’incoscienza di chi sapeva da dove partiva ma non dove sarebbe arrivato, passando per Roma, Scicli, Treviso, Scordia, Rubiera, Ispinigoli, Montebello, Mosca, Calitri, Scandiano, e Milano.

Foto: Simone Cecchetti
Vinicio entra con la pelliccia. Al secondo pezzo ce l’ha ancora addosso. Ci saranno 800 gradi, tutti si aspettano che crolli come un cavallo sui sampietrini di ponte Cavour alle 2 del pomeriggio, e lui invece canta più forte e percuote i campanoni. Ripercorre il disco nella sua interezza, con le dovute incursioni passate, presenti e future: All You Can Eat, I musicanti di Brema (in una versione particolarmente spessottiana), Pryntyl, I fuochi fatui, fino a un’anticipazione del prossimo tour nei teatro con Pierpaolo Capovilla con Dorme il bosco.
C’è tanta mitologia, tra minotauri, cavalli di troia e meduse un po’ nerviose, dalle chiome rettili, incapaci di sedurre perché condannate dalla loro stessa condizione mitologica: basta uno sguardo e l’interessato rimarrebbe pietrificato. Considerando la location, un rischio credibile, e una frustrazione che ricorda quella di Giovanni in Lunario del paradiso di Gianni Celati, ma ancor più esasperata: “Guardare e non toccare: ecco il fatto dell’amore nascente che sboccia accanto a una persona amata. Le punta della dita tirano per far carezze; invece no, bisogna parlare, vaffanculo”.
La chiave di volta emotiva del concerto arriva con Nel blu – nonostante l’assenza del Mago Christopher Wonder alla “scimmietta meccanica”. «Questa non la facciamo da vent’anni, perché è un pezzo sopra le mie possibilità». Non a caso, arrivano i soccorsi: sale sul palco a dirigere la “sinfonia acquatica” il maestro Stefano Nanni, e Capossela si siede al pianoforte a coda, in mezzo al palco. Si apre una parentesi di concerto soverchiante, una voragine lunga vent’anni che ti invortica ben benino lo stomaco e la capoccia. Il Gran Valzer Impressionante Nel blu, Lanterne rosse (tra lucerne rosse pompei), e la melanconica messicana Pena de l’alma perturbano e perdurano nella notte: ti riportano alla prima volta che ti sei imbattuto in Capossela dal vivo, in una piazza barocca. Lui che parlava con la luna e con quel pennacchio pareva Cyrano de Bergerac che perculava il Conte De Guiche, e io che cercavo una romance, e invece poi era finita con una partita a scacchi in silenzio mentre pensavo a De Gregori.
Alla fine del trittico viene naturale cercare conforto, che è stato come «spegnersi una sigaretta sul braccio per fare una specie di tatuaggio del dolore». E io non so se ero io, o se era il cantautore ad avere gli occhi lucidi o se mi era entrato nell’occhio un pezzo di fuliggine del 79 d.C, ma sicuramente a qualcuno un paio di lacrime sono scese in tutto quel blu.

Foto: Simone Cecchetti
Dopo il momento di tenerezza ci ricomponiamo immediatamente, si sputa per terra e si fa finta di niente, perché parte una storia da uomini. Dove siamo rimasti a terra Nutless, la storia di un’amicizia napoleonica, che però – pur essendo una cosa da uomini – non smorza mica tanto la tensione, che ormai la voragine si è aperta e il Vesuvio si è stappato. Nutless che parla a Noodles, Noodles che mena Nutless: non si capisce chi sia l’uno e chi sia l’altro, ma poco importa. C’era una volta in America e la lealtà, la statale dei platani e i sei Negroni. Che anche se con Ovunque proteggi Capossela ha un po’ abbandonato la sua poetica di sbronze e storie d’amore, su di me i tempi da acceleratore e la lista di motivi per cui non tagliarsi le vene per il lungo mantengono un certo fascino, e anche una certa utilità, nel tentativo di mantenersi impegnati.
La rissa giapponese tra Noodles e Nutless nell’Anfiteatro di Pompei, più di 2000 anni dopo quella tra pompeiani e nocerini, che arrivarono armati e se le diedero davvero. Tutti in punizione: niente giochi per dieci anni e Daspo per l’Anfiteatro. Gli stessi che rischia, due millenni dopo, la rassegna ospitante Beats of Pompei, quando con L’uomo vivo l’intera platea si alza e va sotto il palco. Sembra di scorgerlo, il Cristo di Scicli, il giorno di Pasqua: sollevato dalla folla, inseguito dalla banda, sostenuto da tutti. La celebrazione di “U Gioia” dell’Uomo vivo nella più viva delle città morte.
Il Ballo di San Vito chiude il concerto, con Capossela che invoca all’eruzione. Io faccio le corna (da Minotauro) ma in realtà mezzo spero che il Vesuvio erutti. Me lo immagino, il cantautore, mentre scala il Monte Somma col colbacco, di profilo sull’orlo del cratere, come in Fire of Love, tra le correnti piroclastiche.

Foto: Simone Cecchetti
Questa vicenda termina dove era iniziata, con l’abbraccio collettivo di Ovunque proteggi, brano titolo e manifesto della notte. Un “abbraccio anfiteatrico” che consente di lasciar andare quello che abbiamo mancato, quello che non siamo riusciti a far bene, le promesse non mantenute. Capossela la definisce una forma di auto-solidarietà: l’accettazione della propria imperfezione, la messa a fuoco dei propri limiti. Ci sono riferimenti all’Ecclesiaste, e alla liturgia delle nozze, ma è un brano che – per me – sostanzialmente alleggerisce. Consente di prenderci un poco meno sul serio, ridimensiona senza smorzare, riporta il tempo al centro della vicenda consentendo di guardare alle nostre incapacità con maggiore accondiscendenza, per essere in grado di farlo anche verso gli altri.
Perché sì, è un disco rituale, certo – e dove non c’è rito, c’è epica – ma è pur sempre un disco nato a bordo di una Volvo rossa con ambizioni da calamita-santino. È un disco nomadico e febbricitante – febbre da cavallo di Troia, da ciuco, scritto per la celebrazione stessa dell’esperienza, diceva il suo autore quando uscì, non soltanto vissuta, ma ipervissuta, cioè immaginata. E ora non ricordo dove l’ho sentito, né chi lo diceva, forse Capossela stesso, o forse al rito di iniziazione al culto misterico di Dioniso che si svolgeva nella Domus affianco all’Anfiteatro, ma qualsiasi opera di memoria è anche un’opera di immaginazione. In Ovunque proteggi, vita vissuta e vita immaginata sembrano coincidere, e forse deve a questa sovrapposizione simbiotica la sua cangiante ineluttabilità, hic et ubique.















