C’è un vecchio filmato amatoriale in cui i Big Thief suonano a Washington Square Park nel 2014 una versione abbozzata di Paul, una canzone che parla con sincerità disarmante delle difficoltà di amare un’altra persona. Il video è di una dolcezza struggente, con Adrianne Lenker che canta ad occhi chiusi sollevandosi sulle punte dei piedi, mentre Buck Meek fa un po’ più il sostenuto, prima di avvicinarsi e condividere con lei il microfono, il canto e il respiro. I passanti per lo più li ignorano, salvo una ragazzina con lo zaino che si avvicina per fare un video (prendete e mettete da parte).
Ieri sera i Big Thief hanno suonato al Circolo Magnolia di Milano. Dodici anni dopo quell’esibizione, sono una delle band più apprezzate della scena folk-rock contemporanea. Lenker e Meek erano una coppia, oggi non lo sono più. Sono solo due chitarristi straordinari, tra loro complementari – lei con uno stile più fluido, lui un po’ più sincopato – e per questo avevano iniziato a suonare insieme prima di innamorarsi, sposarsi e lasciarsi. Con loro ora ci sono il batterista James Krivchenia e il bassista Joshua Crumbly, che ha sostituito nella live band Max Oleartchik allontanatosi nel 2024.
Il concerto inizia alle 21:20 quando c’è ancora luce. Mentre provo a infilarmi dentro quel muro umano per assicurarmi una posizione decente, mi rendo subito conto di una cosa: ci sono moltissime ragazze giovanissime. I Big Thief sono una delle pochissime band rock contemporanee con una base di fan che va oltre i loro coetanei millennial. Si inizia con le dolci note dolenti di Carry – in realtà un lavoro solista di Lenker – che si muove quasi in territori quasi alla Mazzy Star e introduce nei versi iniziali i temi fondamentali del canzoniere dei Big Thief, la memoria, la rinascita, la metafora della nudità, la natura e lo scorrere del tempo: “Porta via tutti i miei ricordi / Lasciami rinascere, lasciami spogliare / I fiori hanno parole che non dicono / Si limitano ad aprirsi e poi appassiscono”. È anche l’unico brano del suo repertorio solista ad essere eseguito nel corso della serata, nonostante una collezione strepitosa alle spalle e un ultimo album amatissimo dal pubblico – Bright Future – da cui poter attingere meraviglie.
È probabilmente l’unica piccola nota stonata della serata, che per il resto non ha fatto altro che distillare magia e amore sotto forma di gentilezza selvaggia e canzoni pescate in maniera piuttosto equilibrata dall’intera discografia della band, con la sola eccezione di U.F.O.F. del 2019, lasciato inspiegabilmente fuori. Ma del resto, chiunque abbia partecipato a un concerto dei Big Thief sa che molto probabilmente non ascolterà la sua canzone preferita. Non perché non vengano suonati i pezzi forti (tipo Vampire Empire e Simulation Swarm, per dirne due), ma perché nel loro caso i pezzi forti sono così tanti che in mezzo al pubblico spuntano cartelli con richieste tutte differenti – Sparrow, No Reason, Change, Grandmother, ecc – tutte non pervenute, tranne una.
Come hanno dimostrato le due recenti esibizioni del gruppo al Primavera Sound di Barcellona e Porto, le loro scalette sono assolutamente imprevedibili e variegate. Non c’è nemmeno una struttura di base a cui appigliarsi, sono semplicemente sogni diversi, che viaggiano su strade doppiamente infinite, per citare l’ultimo album Double Infinity da cui hanno escluso a sorpresa Los Angeles (altro pezzo clamoroso) in favore della title track, di Words e dell’immancabile Incomprehensible, brano manifesto della maturità poetica raggiunta da Lenker. Mentre la fanno sento la ragazza dietro di me dire «adesso arriva la parte più bella», prima che Lenker intoni effettivamente una delle strofe migliori di tutto il suo repertorio: “Ho paura di invecchiare, questo è ciò che ho imparato a dire / La società mi ha dato le parole per pensare in questo modo / Il messaggio si ripete a spirale, non diventare flaccida, non ingrigirti / Ma i morbidi e adorabili capelli argentati ora mi cadono sulle spalle”.
Anche le due ragazzine davanti a me – avranno avuto al massimo 15 anni – pur essendo distanti anni luce dalla paura di invecchiare, la cantano a squarciagola, come tutte le altre canzoni, ballando, urlando e piangendo insieme. Perché oltre al tema dell’invecchiamento femminile c’è nelle parole di Lenker una connessione intergenerazionale e intersezionale con la paura di essere giudicati. Qui la metafora della nudità torna di nuovo: “Lascia che la gravità sia la mia scultrice, lascia che il vento mi scompigli i capelli / Lasciami ballare davanti alla gente senza preoccuparmene / Lasciami stare nuda da sola senza nessuno intorno / Con calzini e scarpe spaiati e roba infilata nelle mutande / Lasciami essere incomprensibile, lasciami essere”. Difficile dirlo o cantarlo meglio di così.
Tutto il concerto si snoda attraverso un’alternanza quasi perfetta di melodie delicate e introspettive da una parte ed esplosioni improvvise di assoli catartici dall’altra, con Lenker che ogni tanto si inginocchia davanti all’amplificatore come se fosse il suo unico dio. L’esempio perfetto è l’esecuzione di Real Love in cui le famose dinamiche quiet-loud che hanno reso famosi i Pixies prima e i Nirvana poi si espandono e si intrecciano in maniera quasi inestricabile per sfociare infine in un assolo hendrixiano. Come ha scritto Amanda Petrusich sul New Yorker, «le canzoni migliori dei Big Thief iniziano in modo tranquillo e si espandono fino a dare l’impressione che un’arteria principale stia per scoppiare». Per Jeff Tweedy dei Wilco, uno dei loro dei fan più illustri dopo Barack Obama, «Adrianne ha la qualità disorientante che hanno tutti i veri artisti, affronta le sue canzoni in modo così obliquo da sovvertirne la forma».
La band non ha paura di cambiare e di sperimentare cose nuove dal vivo: ne è la riprova il fatto che in coda alla scaletta vengono eseguiti due brani inediti e più anomali rispetto al suono tipico del gruppo, ovvero Mr. Man, che puzza di CBGB’s e punk newyorkese – più Television e Patti Smith che Ramones – e Pterodactyl, in cui si avventurano in territori più lenti e pesanti, affini al grunge. Per controbilanciare questa svisata più heavy l’encore è affidato a brani di natura più classica, come il country-rock acustico di Born for Loving You e quello più elettrico e corale di Certainty.
Ma il piccolo miracolo musicale avviene quando i Big Thief decidono di cambiare in corsa l’ultimo brano in scaletta e di terminare il concerto con una delle richieste che Lenker ha letto sul cartello di una ragazza in mezzo al pubblico. Il pezzo, manco a dirlo, è Paul, quello del video amatoriale nel parco di New York davanti a una ragazza come unica fan. Lenker e Meek ormai non sono più amanti, ma sono ancora “due distillatori clandestini sull’orlo di un respiro”. Da tempo hanno convogliato il loro amore nella musica e oggi, a circa una dozzina di anni di distanza da quel video nel parco, Lenker può finalmente cantare la canzone da sola, perché ormai ha acquisito la sicurezza e la consapevolezza necessarie per affrontare le difficoltà amorose. Nessuno ti farà uscire dalla merda con un bacio, ci avverte, ed è vero, ma almeno c’è ancora qualcuno che può provare a cantarlo.















