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La festa nostalgica e sgangherata di Mac DeMarco

Dal vivo, libere da tutti gli abbellimenti psichedelici, le canzoni del cantautore si mostrano per quello che sono davvero: musica semplice, essenziale, sospesa tra malinconia e la necessità di non prendersi troppo sul serio

Mac DeMarco appare sul palco del Circolo Magnolia accompagnato dalla musica del Padrino: t-shirt bianca slabbrata, cappellino e pantaloncini, saltella verso il microfono con l’aria divertita. È la prima e unica data italiana del tour di supporto di Here Comes the Cowboy, e c’è un caldo insopportabile. Il pubblico – composto principalmente da stranieri – ha approfittato dell’attesa interminabile tra il set di DeMarco e quello dei Canarie per proteggersi con il cappellino verde venduto al banchetto del merch. Guardando le prime file, sembra che a guardare il concerto di Mac DeMarco ci siano solo tipi alla Mac DeMarco. Un segno del suo status ormai acquisito da star (insolita) dell’indie, forse, oppure un’altra conferma di quanto funzioni quell’accessibilità, quell’aria da amico fattone che l’ha reso irresistibile agli hipster di mezzo mondo.

Finita la musica del Padrino, DeMarco si gioca subito due (insolite) hit: On the Level e Salad Days. Un inizio sorprendente, il contrario di quanto fanno di solito gli artisti in promozione, e un bel regalo per chi ha passato l’ora precedente a resistere al caldo asfissiante. La performance è impeccabile. Prima di continuare, però, è giusto spendere due parole per i Canarie: la band apre il concerto al posto di Stella Donnelly (un’altra possibile star insolita dell’indie contemporaneo) e convince grossomodo tutti con le sue atmosfere italo-caraibiche, sostenute da una sezione ritmica precisa ed elegante. Tra una citazione di Ma è un canto brasilero di Lucio Battisti, una dedica a Joao Gilberto e a un’Italia “aperta… di cuore e di mente”, siamo sicuri che più di qualcuno sarà tornato al merch non tanto per il cappellino, ma per una copia di Tristi Tropici.

Finita Salad Days, DeMarco presenta la band – rigorosamente per nome, tanto siamo tra amici – e raccomanda a tutti di «restare idratati e sorridere ai vicini». In scaletta ci sono Nobody e Finally Alone, due brani che portano tutti dentro alle atmosfere nostalgiche e solitarie dell’ultimo Here Comes the Cowboy. Libere dal detune e da tutti gli abbellimenti psichedelici, le canzoni dell’ultimo Mac DeMarco si mostrano per quello che sono davvero: belle, essenziali, tanto semplici da capire quanto difficili da suonare, sospese tra la malinconia e la necessità di non prendersi troppo sul serio.

Il palco è semplicissimo: niente megaschermi, niente effetti speciali. Mac e la sua band si parlano di continuo, scherzano, cazzeggiano come se fossero in sala prove. C’è poco della weirdness dei primi concerti, ma l’intesa è altissima: non importa se c’è da suonare il quasi-funk di Choo Choo, una delle ballate di This Old Dog o i vecchi classici come My Kind of Woman e Rock and Roll Night Club, la band non sbaglia un colpo. In più, DeMarco ha una voce splendida, molto più bella di quanto immaginate, capace di alternare registro basso e alto, falsetto e urla rock con la padronanza di un turnista consumato.

In generale, la sensazione è che Mac e i suoi abbiano perfezionato l’arte di fare tanto con pochissimo, preservando allo stesso tempo quell’aria da cantiere aperto, da festino perenne di un gruppo all’inizio della sua carriera. Non c’è da sorprendersi, quindi, se Another One è diventata in una prom ballad romantica, o se All Of Our Yesterdays ha un arrangiamento completamente diverso da quello registrato sul disco uscito giusto un paio di mesi fa. Ci sono mille modi per suonare una canzone semplice, e Mac DeMarco e i suoi danno l’impressione di volerli provare tutti.

Tuttavia, tolta la parentesi di punk (più o meno) improvvisato dell’ultima parte di concerto, delle assurdità e degli atteggiamenti sopra le righe di una volta non è rimasto molto. Ma è giusto così: arrivato al quarto album, Mac DeMarco ha costruito un universo autosufficiente di canzoni splendide, di storie piene di ironia surreale e personaggi sgangherati che non hanno bisogno di niente che non sia assolutamente indispensabile. Ma oggi, come ci ha detto Mac quando l’abbiamo intervistato, questi eroi ridicoli hanno il compito di «dare conforto in un mondo andato fuori di testa». Durante il bis, suonato con le luci del palco spente e il pubblico steso per terra, la sensazione è proprio questa, come se tutto il Magnolia fosse una versione extralarge di una festa tra amici, di una grigliata in giardino. Ma se in passato l’unico obiettivo era spaventare i vicini, adesso Mac DeMarco sale sul palco per trovare un po’ di quiete, per farci passare un po’ di tempo nel suo universo costruito su misura per chi si è sempre sentito fuori posto.

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