Johnny Marr a Roma, la chitarra non dimentica | Rolling Stone Italia
Oltre gli Smiths

Johnny Marr a Roma, la chitarra non dimentica

All'Auditorium il fondatore degli Smiths attraversa quattro decenni di carriera senza trasformare il passato in museo: tra classici immortali e pezzi nuovi, dimostra ancora una volta che "our band could be your life"

Johnny Marr. Foto: Fondazione Musica per Roma/MUSA

Johnny Marr

Foto: Fondazione Musica per Roma/MUSA

Quando qualche settimana fa ho intervistato Johnny Marr (la trovate qui), il management mi ha mandato una nota per farmi presente che stavo per parlare con un musicista con una carriera lunga quarant’anni. Il messaggio, nemmeno troppo tra le righe, era di non concentrare l’intera chiacchierata sugli Smiths. A livello puramente statistico ci sta. Facendo un rapido conto, gli Electronic (il gruppo di Marr con Bernard Sumner dei New Order, con cui ha scritto il suo cavallo di battaglia live Getting Away With It, ovviamente suonata a Roma) sono durati dieci anni, e l’attuale band con il chitarrista e tastierista James Doviak, il bassista Iwan Gronow e il batterista Jack Mitchell è attiva da tredici anni, quasi tre volte il tempo cui sono durati gli Smiths.

Johnny Marr. Foto: Fondazione Musica per Roma/MUSA

Foto: Fondazione Musica per Roma/MUSA

La musica indie, però, non è una scienza esatta. Ed è proprio Johnny Marr il primo a saperlo quando, dopo un inizio fulminante, dove nelle prime quattro canzoni piazza Panic e The Headmaster Ritual, si trova a presentare Spin – uno dei nuovi pezzi che anticipano il prossimo disco The Age of Everything (in uscita il 2 ottobre 2026) – dicendo: «La prossima è nuova, ma vi assicuro che non è male!».

Insomma, sarei disonesto nel dire di essere all’Auditorium Parco della Musica di Roma, nell’ambito del Roma Summer Fest, per ascoltare le canzoni della sua carriera solista (per quanto abbia suonato forse la mia preferita tra le sue recenti, Hi Hello da Call the Comet del 2018). E, come me, tutte le persone che ieri hanno sfidato un caldo veramente importante per godere della masterclass di chitarra dell’uomo che, da solo, ha letteralmente inventato un modo nuovo di intendere lo strumento mettendolo a servizio della scrittura di canzoni.

La quantità di magliette degli Smiths ovviamente non si contano. In seconda posizione, magliette degli Oasis e in terza Stone Roses. Il messaggio è chiaro. Manchester come stato dell’anima e The Queen is Dead come faro nella notte. Del resto, quando a un certo punto Johnny Marr si toglie la sua Fender Jaguar “signature” per prendere la chitarra acustica, far riposare Mitchell (davvero eroico a suonare la batteria senza perdere un colpo con questo caldo, e chi c’era ha visto la camicia com’era ridotta) e attaccare Please, Please, Please Let Me Get What I Want la commozione e la voglia di cantare tutti insieme era evidente.

Johnny Marr. Foto: Fondazione Musica per Roma/MUSA

Foto: Fondazione Musica per Roma/MUSA

Credo che le canzoni degli Smiths siano una delle poche certezze che ci sono rimaste in questo periodo storico e Johnny Marr sa perfettamente di esserne il vero e autentico custode. Non avrà quella voce, certo; ma ha quella chitarra e, vi assicuro, che dal vivo e forse molto più importante. Quando partono This Charming Man, How Soon is Now e Bigmouth Strikes Again – le cui parti di chitarra sono tra le più imitate da generazioni di chitarristi indie – si capisce come sia proprio lo strumento a costruire l’universo sonoro che permette a quelle sensazioni e quel sentimento di crescere senza perdere un grammo della sua potenza originale.

Johnny Marr si diverte. Suona parti di chitarra difficilissime con una sprezzatura (l’arte – in realtà tutta italiana – di far passare cose complesse come se fossero facili) e un carisma incredibile. Gigioneggia il giusto; cerca il contatto con la gente che se ne frega delle sedute messe nel parterre della Cavea per andare quasi sul palco per vedere da vicino come fa a fare quelle cose lì; non si risparmia e fa come ha sempre fatto: dà alla gente quello che la gente vuole. Non con imbarazzo, non con fastidio. È la sua eredità. La sua legacy, come direbbero quelli bravi del marketing. E sa bene che se non gli fai There is a light that never goes out la gente non se ne va. E infatti lo dice: «Non sarebbe un concerto senza questa canzone». E partono le lacrime.

Nota di merito per il pubblico. In anni complessi, dove ogni volta che si assiste a un concerto in posti sempre più grandi, sempre più ostili e sempre più inadatti a ospitare un set rock, la gente che ieri (non) ha riempito la Cavea non solo ha rispettato il musicista, ma ha anche rispettato tutte le altre persone: nessuna chiacchiera molesta, nessun atteggiamento sopra le righe, rispetto dello spazio personale. Insomma, forse ascoltare gli Smiths vuol dire riconoscersi in un determinato set di regole e valori? Non voglio pensare alla potenza “pedagogica” dell’indie, ma quando diciamo che “our band could be your life” forse vuol dire proprio questo. E visto che di anni ne ho fatti quaranta, di concerti di Johnny Marr ne ho visti parecchi e comincio a essere uno di quei soloni che quando avevo iniziato a vedere i concerti guardavo come si guardavano i proprio genitori (cioè un vecchio) non posso che essere estremamente felice di aver avuto accanto per tutto il tempo due ragazzi di vent’anni presi estremamente bene, felici e che cantano tutte le canzoni degli Smiths. Non succede sempre, ma quando succede bisogna farci caso.

Inoltre, la Cavea si conferma davvero uno dei posti con la migliore acustica d’Europa. Sarà lontana, difficile da raggiungere, problematica da tanti punti di vista, simbolo di tutti i difetti della stagione “gigantista” di Roma, ma dopo aver visto situazioni al limite dell’imbarazzante (parlo per me: gli Slowdive al Primavera Sound rovinati da una pessima gestione dell’audio) sono davvero felice di aver sentito bene un concerto in cui sentire bene gli strumenti, senza scadere nel “riccardonismo”, è parte fondamentale dell’esperienza.

Questo per dire che Johnny Marr va visto. È una certezza. Vi fa i pezzi degli Smiths e si dimostra ormai un cantante davvero più che discreto. Poi, se come me amate anche la sua carriera solista, sarete davvero contenti di sentire che nelle canzoni nuove ha ritrovato il gusto (dopo il non riuscitissimo Fever Dreams Parts 1-4 del 2022) di usare la chitarra e ricordarsi come si fa a scrivere i pezzi usando certi arpeggi.