John Lydon, purificaci dall’estetica | Rolling Stone Italia
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John Lydon, purificaci dall’estetica

Il concerto dei Public Image Ltd all’Alcatraz di Milano: il mostro del post punk è disturbante, ironico, potente, monumentale. Meno arrabbiato, con tanta voglia di creare una “famiglia” attorno al gruppo. E zero nostalgia

John Lydon, purificaci dall’estetica

John Lydon coi Public Image Ltd all’Alcatraz di Milano

Foto: Claudia Vanacore per Rolling Stone Italia

Il palco è piccolo, l’Alcatraz a capienza ridotta sembra un club. Non è esattamente il posto dove ti aspetteresti esibirsi una leggenda. Quando sono dentro sa un po’ di stantio. Li vedi i veterani, c’è chi indossa la maglietta del tour dei Public Image Ltd “This Is Not the Last Tour” ma sono tutte stirate, sulle braccia tatuaggi sformati dal tempo, qualche birra buttata a terra e il pavimento appiccicoso sotto le suole delle scarpe.

Sul palco, un grosso drappo con lo stemma della band, il colore è porpora, istintivamente penso al colore del rivestimento di velluto delle bare. Il punk sta morendo, mi dico.

Foto: Claudia Vanacore per Rolling Stone Italia

Poi i PIL salgono sul palco accompagnati da Florence Foster Jenkins, la cantante lirica più stonata della storia, «è a causa di questa donna se siamo tutti qui». Il brano è Der Hölle Rache kocht in meinem Herzen dal Flauto magico di Mozart. Probabilmente è l’area più difficile da eseguire della storia dell’opera. This is not a love song, is this punk?

John Lydon sale sul palco con la sua giacca rammendata e appoggia una bottiglia di un superalcolico che sembrerebbe rum accanto alla batteria. La voce è ipnotica, più graffiata del passato, ma regge ancora. Da subito ti cattura con le sue smorfie, strabuzza gli occhi, apre le braccia ad ali di gabbiano. Si toglie la giacca per rimanere in camicia e bretelle gialle, è teatrale come sempre nelle espressioni inalterate dal tempo. È originale in tutto ciò che fa, come se fosse sempre stato lì dalla notte dei tempi, deforme, rugoso, con la cresta gialla. Ha qualcosa di profondamente disturbante e ironico e sagace nel suo modo di muoversi sul palco.

Foto: Claudia Vanacore per Rolling Stone Italia

Da Home a This Is Not a Love Song passando per Poptones e Death Disco e Flowers of Romance, il concerto mantiene un equilibrio tra momenti più accesi e controllo. Non c’è ressa, non c’è pogo, alcune persone ballano a braccia conserte e mi chiedo come sia possibile perché ogni singola fibra del mio corpo si agita al suono dei vibrati della sua voce, alla vista degli sputi sul palco, delle riversate di muco a terra, dei sorsi di rum, e poi i «fuck», «fuck off».

Poi illuminati dalla luce blu di un faro vedo dei ragazzi giovanissimi, vestiti di nero, chioma di capelli ricci agitata a ritmo di Warrior e mi dico che in tutto questo strano complesso il punk resiste ancora. Resiste nei ragazzi di vent’anni che sentono lo spirito delle canzoni e nella signora di 70 anni che parla da sola, anzi no, parla con John dalle scalinate, convinta che lui la ascolti e possa risponderle.

Foto: Claudia Vanacore per Rolling Stone Italia

Prima dei bis il concerto si interrompe per tre minuti, Lydon ha un disperato bisogno di fumare una Marlboro, vanno via tutti dal palco. Silenzio. La folla lo attende serena, compiaciuta dell’intermezzo. Public Image e Rise nel gran finale sono forse i pezzi più intensi, la gente li gode tra applausi e urla. Un bambino sale sul palco per consegnare qualcosa a John, sembra lontano il tempo in cui mandava a quel paese le prime file. Siamo tutti qui come una famiglia, siamo tutti qui noi “awkward”. E in effetti è vero.

È un rito, come se a ogni ghigno, ad ogni goccia di sudore i PIL potessero purificarti dalla banalità e mortificassero il buon senso. Non c’è nostalgia, c’è purificazione. Un senso di rinuncia alla piattezza dell’estetica, di scarnificazione, perché l’operazione dei PIL è in un certo senso scavare, non come operazione di recupero andando a ritroso nel tempo, nella storia del punk, ma nell’autenticità della performance condivisa senza compromessi.

Il punk sta forse tutto lì: in quel telo rosso appoggiato male sul fondo, in un palco piccolo dove si sputa, si beve e si canta davvero solo per chi ha scelto di esserci.

Foto: Claudia Vanacore per Rolling Stone Italia