In Islanda a danzare con Björk | Rolling Stone Italia
prendiamoci per mano

In Islanda a danzare con Björk attraverso l’eclissi

Siamo stati a Reykjavík per Echolalia, dove abbiamo trovato un meteo sfortunato, un'artista in magnifica forma, e un assaggio grandioso del suo prossimo lavoro in uscita a settembre (ma anche di un'installazione)

In Islanda a danzare con Björk attraverso l’eclissi

Björk

Foto: press

Con grazia impeccabile (ma una “grazia” complessa, stratificata, intrecciata alla biologia come un maglione bellissimo di lana grezza fatto a mano), Björk si posiziona ancora tra gli artisti migliori del mondo.

Quarantacinque anni di carriera, che sono solo tempo condensato e una voglia immacolata e tenacissima di mantenere il proprio spirito-bambino/a tale e quale, se ricordate quello stupendo saggio sulle origini delle rivoluzioni di Giorgio Agamben, specialmente, Infanzia e Storia. Che succede se questo spirito – che già ha affrontato la maternità con spirito pulito di sacrificio – si trova a vivere la prova più dura (dopo quella della fine devastate delll’amore con Matthew Barney, raccontata in Vulnicula). La morte della madre. Tutta la prima parte del nuovo lavoro di Björk, che uscirà a settembre 2027, gira intorno a questo.

Sinceramente mi è capitato poche volte di uscire profondamente scosso da un tema che richiede capacità di prendere la propria mano (metaforicamente) e infilarla dentro le viscere per scavarne il succo del dolore e anche la gioia lì accumulata come elisir eterno, e trasformarla in un “matrimort”, come lo chiama lei. Il primo lavoro mette appunto in scena un funerale in forma di performance (ma manco troppo) con l’artista – elegantissima in rosso e maschera con un naso-canale per scolare i liquidi – che guida una marcia funebre di figure danzanti con copricapi riflettenti e decorazioni facciali di vario tipo. Che iazza, direte voi. E no. La partitura del nuovo pezzo è eccezionale, i cori sublimi, la performance vocale superiore. Ma sopra tutto stanno le parole – che ricordano senza forse volerlo i libretti di Alice Goodman per John Adams – e viaggiano dentro le idiosincrasie e la dislessia della defunta come fonte di immensa tavola degli elementi per la libera immaginazione, mai scalfita in lei.

La megaproiezione su ledwall è il pezzo centrale (con tanto di esposizione dei “props” usati per i costumi) della mostra che ha aperto ieri alla National Gallery di Islanda, un po’ scombinata ma clamorosa (Echolalia, fino al 20 settembre). Quattro grandi stanze, il tema è quello. Ci sta il paesaggio della sua isola, impossibile da evitare, e un secondo lavoro direttamente/digitalmente girato sullo scorrere della lava. Ancora “mourning”, ma vivo, ampio, con la vita che scorre dappertutto come terra incandescente (il nuovo brano si chiama Nerve Bloom, nell’installazione sono presenti tracce di brani come Sorrowful Soil, esattamente, dall’album Fossora del 2022). Ancora partiture e ritmiche clamorose, e una spazializzazione del coro perfetta, per 30 speakers.

Un bizzarro poutpourri di un concerto di era covidica ci infila dentro un altro capolavoro sonoro, la lallazione dell’infante come capacità di linguaggio liberato dalle successive imbrigliature dei codici comuni (l’ecolalia, appunto). Un altro vertice. Chiude una compilation di grandi lavori del passato: Avatar etc, e una loro rielaborazione spaziale. La mostra viaggerà mano a mano in tutta Europa aggiungendo ogni volta brani nuovi – e relativi lavori visivi – fino ad arrivare ad album e mostra completi a fine estate del prossimo anno. Il pomeriggio stesso – in coincidenza con una eclissi di sole che per pioggia non c’è stata – Björk ha messo in scena il festival stesso di Echolalia, con ospiti festaioli di ogni fattezza.

Funestato dal tempo infame, era stato immaginato probabilmete come un delirio per prato verde molle, laboratori di pasticci con lana grezza (appunto) e ottimi selector, tra cui una dimessa Arca, finalmente. Il pubblico era così bellino, con ragazze e ragazzi contentoni e altrettanti coetanei dell’artista, in apparente buona forma, o forse sì, dài. Il palco assomigliava a una festa di paese mista a uno di quei resti verdi sintetici di corone funerarie rimaste con pochi fiori, buttate a terra dopo l’uso. Björk è apparsa all’ora dell’eclisse con uno dei vestiti di scena migliori visti da sempre: una sorta di polipone bianco fatto di palloncini con mille tentacoli autonomi e protuberanze. Un tributo a quella biofilia – a 360 gradi- che la nostra rivendica da sempre, ma anche alla proliferazione di cellule (forse il referto oncologico della madre?) e all’indivisibilità tra esseri viventi di ogni tipo di cui tanti cianciano ma nessuno pratica. Lei sì, da sempre. Ha messo di tutto con la stessa energia pura con cui fa questi DJ set (si ripeterà a Roma, il 12 settembre): dall’afrobeat estremo, al reggaeton morbido e distorto, gabber, drum&bass di nuova generazione, momenti sinfonici.

Favoloso. Ci siamo dati baci fugaci con sconosciuti, siamo stati bene con gi amici, abbiamo celebrato la vita dentro un quartiere anonimo e un po’ fatto di scatole come tutta la città. Siamo stati vivi, dolore compreso proprio in mezzo alla festa. Giornata-capolavoro.