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Impeccabile, freddo, nostalgico: com’è stato il livestream dei Tame Impala

Il concerto per i 10 anni di ‘Innerspeaker’ ha i pregi e i difetti degli eventi digitali: grande location, performance perfetta, poca empatia. Che peccato non poterlo vivere di persona, sdraiati su un prato

Kevin Parker alla Wave House

Foto: un fermo immagine dal live di 'Innerspeaker'

Dopo più di un anno di videochiamate, smart working, dad, lezioni di yoga online, skyperitivi e qualunque attività sociale spostata online si sta giustamente diffondendo una certa insofferenza: chi ha ancora voglia di stare di fronte al computer per assistere a un concerto, a una presentazione o a un talk, dopo aver trascorso otto o più ore di fronte allo stesso schermo? È comprensibile.

Ciononostante, da brava persona leggermente sociopatica e pigra, vado in controtendenza: ho già l’ansia di dover ricominciare a inventare scuse efficaci per declinare inviti ed eventi, angoscia al pensiero di rimanere imbottigliato nel traffico dell’ora di punta per raggiungere l’altra parte della città e la solida consapevolezza di non poter essere mai più in grado di rimanere sveglio dopo le ore 23. Beninteso, mi manca da impazzire la musica dal vivo e non vedo l’ora di ricominciare ad andare ai concerti in carne ed ossa, ma non sono del tutto scettico sulle ipotesi di lascito che avrà questo periodo sulla nostra fruizione dei live, né contrario a una coesistenza pacifica e complementare tra mondo digitale e reale.

Con questa bella dose di ottimismo, mi collego al link per assistere al livestream che celebra i dieci anni dall’uscita di Innerspeaker, l’esordio dei Tame Impala – fingendo di non sapere che in realtà non si tratti esattamente di una performance in presa diretta – a distanza di sei anni dalla prima e unica volta in cui li ho visti dal vivo all’Ippodromo di Capannelle, durante il tour di Currents.

Al tempo ero in grado di rimanere sveglio ben oltre le 23 e di poter superare abbastanza indenne una attesissima nottata psichedelica a tutto tondo, con annessi e connessi tipici delle occasioni speciali. Questa volta, anziché dribblare i bagarini e sbrigarmi a individuare il punto del prato migliore in termini di acustica, visibilità e suddetta sociopatia, mi metto comodo sul divano, stappo un Crodino, apro un pacco grande di Fonzies e penso che avere trent’anni sia la cosa migliore che potesse capitarmi nella vita, tutto sommato è il migliore dei mondi possibili.

Nella chat sul lato destro dello schermo arrivano decine di messaggi al secondo da tutto il mondo o quasi – in teoria la diretta alla quale partecipo è per UK, Europa e Africa, ma ci sono molti “love from Japan” e saluti dal Sud America –, qualcuno chiede dove poter acquistare dei funghetti, molti cercano di capire se sia un vero live, gli italiani, ovviamente, bestemmiano.

Mentre il countdown ci avvisa che mancano pochissimi minuti, constato che la versione digitale dei banchetti del merchandising è tanto più esosa quanto più simpatica, ci sono le classiche magliette e le felpe a 40$ e 50$, ma non avrei mai pensato che si potesse tornare da un concerto con una federa per il cuscino (72$), o una coperta (150$) della propria band preferita.

Finalmente ci siamo – puntualissimi, altro punto a favore del digitale – il countdown scade e l’inizio è molto diverso da come me l’ero immaginato: mi aspettavo una entrata in scena per alzare l’hype, invece è tutto molto informale, la band è già in posizione e si comincia subito con il chorus e i riverberi di It Is Not Meant to Be, senza troppo cincischiare.

Non ho ancora specificato che l’esibizione è registrata dalla Wave House, lo studio di registrazione nel profondo ovest australiano dove Kevin Parker registrò il disco nell’estate del 2009 e di cui ora è proprietario. È curioso che al tempo la location non fosse dotata di internet né di linea telefonica e oggi da lì si trasmette in diretta globale sul web. La vista è incredibile, a picco sull’Oceano Indiano con il tramonto infuocato australiano a tingere di tonalità violacee il cielo di un altro emisfero, in totale antitesi rispetto al grigio e al freschetto tutt’altro che primaverile fuori dalla mia finestra. Difatti la band se ne sta scalza sul parquet baciata dal sole, mentre io sto con il maglione di lana, valutando l’ipotesi di mettere sul fuoco una bella minestra di fagioli calda.

L’esecuzione dei brani è come sempre impeccabile, la qualità dell’audio sopraffina, tuttavia, nonostante il clima australiano, l’atmosfera è un pizzico fredda rispetto ai live a cui siamo abituati, ovviamente. Non ci sono improvvisazioni, non c’è molta interazione tra i musicisti, non c’è un momento di vera esaltazione né c’è modo di vivere le varie giostre emotive su cui si strutturano i concerti. Questo è in linea con quasi tutti i livestream ai quali ho assistito: inevitabilmente, tanto quanto il pubblico, chi suona vive con un certo impaccio l’esibizione, è chiaro che anche per chi sta dall’altra parte del palco è tutta un’altra storia.

Il risultato che ne consegue è un compitino perfetto, un 10 in pagella di chi ha risposto giusto a tutte le domande del quiz, un quiz a crocette nel quale, in questo caso, le caselle sono rappresentate dagli assolo di Innerspeaker. Li ritroveremo tutti, dal primo all’ultimo dei suoi 53 minuti di durata, peraltro eseguiti in ottemperanza dell’ordine originale in tracklist, togliendoci quel minimo brivido di non sapere quale pezzo sarebbe arrivato dopo. Tutto giusto, si tratta di una celebrazione e va eseguita in maniera fedele. Questo però rende difficile, se non impossibile, fare un commento tecnico al live in sé, che non lascia molto spazio a interpretazioni: mentirei se dicessi che mi ha lasciato di stucco l’esecuzione di Lucidity o che mi sono esaltato ai primi accordi di Why Won’t You Make Up Your Mind? e così via.

Nel giro di poco tempo non sono riuscito a fare a meno di pensare a quanto sarebbe stato fantastico assistere a questo live sdraiato su un prato all’aria aperta, a respirare le vibrazioni eccitate della folla, magari in una giornata di vera primavera diversa da questo mercoledì di metà aprile. Questo pensiero è inevitabile quando c’è di mezzo la musica dei Tame Impala, che è scientificamente pensata per un utilizzo inebriante e allucinogeno, sono stato uno sciocco a non averlo realizzato prima. Probabilmente anche il resto del pubblico vive un momento di poca empatia, visto che noto nella chat una anacronistica discussione accesa sul fatto che In Rainbows dei Radiohead fosse o meno un grande disco. Ma che c’entra?

L’altro pensiero va al fatto che Innerspeaker ha dieci anni e quindi che i Tame Impala sono fuori da dieci anni e non riesco a capire se mi sembrano pochissimi o tantissimi, non riesco a capire come sono passati senza che ce ne accorgessimo anche se in un certo senso mi sembra ieri, sebbene pure Kevin Parker mi sembri un uomo adulto e maturo, con un velo di serietà in più sul volto e un po’ scazzato mentre esegue i pezzi partoriti nella post adolescenza.

Alla fine se c’è qualcosa che accomuna i protagonisti durante la performance e una buona fetta delle persone dietro i nickname nella chat è la nube di nostalgia che emerge da questa operazione. Nostalgia, non si sa bene se di un giorno qualsiasi di un anno fa o degli albori di una wave che era già al tempo accusata di essere troppo nostalgica. È finito un decennio che i Tame Impala hanno senza dubbio dominato nella loro scena e uno nuovo deve ancora iniziare, prima o poi gli anni venti inizieranno e un istante dopo torneremo a sballarci. Quando accadrà, potete scommetterci, qualcuno registrerà una chitarra psichedelica. Molto probabilmente quel qualcuno sarà Kevin Parker.

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