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Il Torino che vince lo Scudetto: l’ultimo concerto di Willie Peyote

Un sacco di ospiti, attesi e non, e un sentimento politico ben preciso: com'è andata l'ultima data dell'Ostensione della Sindrome Tour

Willie Peyote in concerto a Milano. Foto: Giulia Alloni

Willie Peyote in concerto a Milano. Foto: Giulia Alloni

La prima doverosa standing ovation va a Nicolò, il tour manager di Willie Peyote, che ci è venuto in soccorso trovandoci un posticino appartato e sopraelevato da cui osservare e fotografare il concerto, perché ieri sera l’Alcatraz era così pieno che non ci entrava più neanche uno spillo. A meno di azzardare uno stage diving non sarei riuscita a vedere (e raccontare) niente dall’alto del mio metro e sessanta, quindi grazie Nicolò, senza di te nulla di tutto questo sarebbe stato possibile. La seconda doverosa standing ovation va ovviamente a Willie Peyote, che ha regalato ai suoi fan della prima ora il brivido di tifare per una squadra perennemente sottovalutata – tipo il Torino a lui tanto caro – che contro ogni previsione a fine stagione stravince il campionato. La terza doverosa standing ovation va al produttore/band leader Frank Sativa e all’Orchestra Sabauda, la miglior risposta vivente a chi si ostina ad affermare che “il rap non è musica”. In breve, se non fosse già sufficientemente chiaro da queste poche righe: l’ultimissima data dell’Ostensione della Sindrome Tour è stata memorabile e travolgente.

Il duetto con Morgan. Foto: Giulia Alloni

Il duetto con Morgan. Foto: Giulia Alloni


Sindrome di Tôret
– quarto album di Willie Peyote, uno di quei rapper che riesce a mettere d’accordo sia i puristi dell’hip hop che gli amanti della canzone italiana d’autore – è uno di quei dischi che cresce ascolto dopo ascolto. Non c’è da meravigliarsi, quindi, che lo stesso sia successo con il relativo tour, che ha conquistato locali sempre più grandi e prestigiosi e accresciuto il suo pubblico tappa dopo tappa. Per l’ultima, sotto il palco c’è un assembramento coloratissimo e variegato: fan del rap duri e puri, liceali punk con la cresta verde, coppiette innamorate, universitari col pullover e la camicia stropicciata, gruppi di amiche scatenate e adoranti, perfino qualche cinquantenne solitario. Ogni tanto scatta il pogo, ma sono tutti talmente presi bene che finisce sempre a tarallucci e vino anziché a cazzotti. Anche sopra il palco l’atmosfera è delle migliori: svanita la tensione delle prime date Willie e soci pensano soltanto a divertirsi, e ci riescono talmente bene da dare l’impressione che quello che succede durante lo show accada senza sforzo apparente da parte di nessuno. Cosa ovviamente impossibile, visto che coordinare una band di sette elementi più voce è già di per sé parecchio complicato, figuriamoci se ogni dieci minuti circa entra in scena un ospite diverso. Alcuni erano attesi da tutti (Ensi, Dutch Nazari, Roy Paci), altri invece erano decisamente inaspettati (lo stand-up comedian Daniele Fabbri, che ha aperto il concerto con un monologo per esortare i maschietti a ricambiare il sesso orale, e Morgan, che ha duettato in una versione speciale di Altre forme di vita), ma tutti si inseriscono perfettamente nell’economia dello spettacolo. Anche il pubblico regala sorprese, come quando si mette spontaneamente a intonare come un sol uomo il coro da stadio “Siamo tutti antifascisti” in risposta a Io non sono razzista ma…, dedicata a Salvini. Da brividi.

Un’ora e mezza di concerto volano via in un attimo, ma se ne parlerà ancora per parecchio tempo. Soprattutto, si spera, tra i colleghi di Willie Peyote: se molti gruppi e/o rapper italiani cominciassero a imparare da lui l’arte di costruire uno show e tenere un palco anche senza effetti speciali o hype gonfiato a vanvera, il 2019 sarebbe un’annata memorabile per la musica dal vivo.

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