Il prog non è solo musica del passato | Rolling Stone Italia
Live at Pompeii

Il prog non è solo musica del passato

Siamo stati al concerto dei Marillion a Pompei dove la band inglese ci ha spiegato la differenza tra nostalgia e appartenenza. Il nostro report

Il prog non è solo musica del passato

I Marillion in concerto a Pompei

Foto: Anne-Marie Forker

Poco prima che le luci si abbassino, nell’Anfiteatro degli Scavi di Pompei si sente parlare più inglese che italiano. Arrivano dalla Germania, dalla Polonia, dall’Olanda, dalla Francia, dalla Scandinavia e perfino dagli Stati Uniti per immergersi nel repertorio dei Marillion.

Per due sere consecutive il festival BOP – Beats of Pompeii registra il tutto esaurito e circa l’80% del pubblico proviene dall’estero. Più che un concerto, sembra un pellegrinaggio musicale: migliaia di persone hanno raggiunto Pompei per assistere a qualcosa che va oltre una semplice esibizione. Un doppio sold out che trasforma l’anfiteatro in un punto d’incontro per una comunità internazionale unita da ricordi, emozioni e canzoni che hanno accompagnato intere fasi della vita.

Quando le prime luci illuminano il palco e gli amplificatori si accendono, l’atmosfera assume qualcosa di quasi irreale. Da una parte le pietre dell’antica città, testimoni di una storia millenaria; dall’altra una band nata negli anni Ottanta che continua a interrogarsi sul tempo, sulla fragilità umana e sul bisogno di comunicare. Dopo oltre quarant’anni di carriera, i Marillion affrontano ancora il palco con l’ambizione di una band che rifiuta di trasformare la propria storia in una celebrazione nostalgica.

Il concerto di Pompei nasce proprio da questa esigenza: rileggere un repertorio costruito in decenni di musica e dimostrare che quelle canzoni possono ancora trovare un significato nel presente. Le due esibizioni non rappresentano solo un appuntamento dal vivo, ma un documento destinato a rimanere nel tempo. Le serate vengono registrate per diventare un nuovo album live e un film concerto, scelta coerente con una band che ha sempre considerato il palco non come un semplice luogo di riproduzione del passato, ma come uno spazio creativo dove la musica continua a evolversi.

Quando si parla dei Marillion nel 2026 bisogna liberarsi di un equivoco storico: definirli semplicemente una band “prog degli anni Ottanta” significa fermarsi alla superficie. Il progressive rock è il loro punto di partenza, non non quello di arrivo. Nati dentro quella tradizione fatta di composizioni articolate, atmosfere dilatate e ambizioni narrative, i Marillion hanno progressivamente spostato il centro della propria musica verso una forma di rock più emotiva e introspettiva. Nel corso degli anni hanno ridotto la distanza tra progressive, canzone d’autore e rock atmosferico, costruendo un’identità personale difficilmente etichettabile.

Foto: Anne-Marie Forker

La vera sfida per una band con una storia così lunga è evitare che la memoria diventi una gabbia. I Marillion hanno scelto una strada diversa: non difendere il passato, ma trasformarlo. La loro filosofia artistica emerge con chiarezza anche nella scelta dei brani. La musica della band continua a ruotare attorno a temi universali: il tempo che passa, la memoria, la perdita, il senso di identità e il bisogno di comunicare in un mondo sempre più frammentato. È questa la ragione per cui, ancora oggi, il loro repertorio riesce a superare i confini del genere.

La domanda se i Marillion siano una band “datata” ha una risposta più complessa. Lo sono soltanto se si considera il progressive rock come un linguaggio cristallizzato negli anni Settanta, fatto esclusivamente di suite interminabili, strutture complesse e virtuosismi strumentali. Ma questa è una lettura parziale. La forza della band britannica è sempre stata la capacità di utilizzare una scrittura ambiziosa per raccontare emozioni profondamente umane: l’isolamento, la difficoltà nelle relazioni, il rapporto tra individuo e società, la paura del futuro e la fragilità psicologica.

L’ultimo album in studio, An Hour Before It’s Dark del 2022, rappresenta bene questa fase. È un disco che parla della malattia, della pandemia, della memoria e del tempo che scorre. Non cerca di ricreare atmosfere del passato, ma racconta la consapevolezza di musicisti che hanno attraversato esperienze e cambiamenti. Ed è proprio questa autenticità a emergere fin dalle prime note di Splintering Heart, il brano che apre la performance. I Marillion non costruiscono un concerto basato sull’impatto immediato, ma piuttosto un percorso emotivo. Creano tensione attraverso dinamiche, crescendo e silenzi. Il pubblico ascolta con una concentrazione quasi assoluta, una dimensione rara in un’epoca dominata dalla velocità e dalla distrazione.

Al centro dell’identità sonora dei Marillion rimane Steve Rothery. La sua chitarra rappresenta una delle firme più riconoscibili del rock progressivo contemporaneo, non per la quantità di note suonate, ma per la capacità di dare significato a ogni frase musicale. Rothery appartiene a quella scuola di chitarristi che hanno fatto dell’espressività il proprio linguaggio: David Gilmour, Andy Latimer e Steve Hackett sono i riferimenti ai quali più spesso viene accostato il suo stile. Musicisti accomunati dalla ricerca del timbro, dalla costruzione melodica e dalla capacità di trasformare un assolo in un momento narrativo. Il suo modo di suonare è lontano dal virtuosismo fine a sé stesso. Ogni nota sembra avere una funzione precisa: il suo fraseggio non interrompe la canzone, ma la completa.

Dietro questa sensibilità melodica c’è una sezione ritmica che da decenni costituisce una delle fondamenta della band. Ian Mosley alla batteria e Pete Trewavas al basso garantiscono ancora oggi solidità e profondità, permettendo al gruppo di passare da momenti raccolti ad aperture più potenti senza perdere equilibrio. Mark Kelly continua invece a costruire con le tastiere quell’architettura sonora che collega il passato progressivo della band a una dimensione quasi cinematografica. A Pompei si aggiunge anche Andy Gangadeen alle percussioni elettroniche, ampliando la tavolozza sonora del gruppo.

Ma il centro emotivo della serata rimane Steve Hogarth. Hogarth rappresenta la seconda grande era dei Marillion. Il confronto con Fish, storico cantante della prima fase della band, è inevitabile, ma le differenze sono profonde. Fish era un narratore teatrale, un frontman capace di trasformare ogni brano in una rappresentazione. Hogarth ha scelto una strada diversa: meno personaggio e più vulnerabilità. La sua forza nasce dalla vicinanza emotiva con il pubblico. Con il passare degli anni la sua interpretazione ha acquisito una profondità particolare, perché non cerca di nascondere il tempo trascorso: lo utilizza come elemento espressivo. A settant’anni la sua voce conserva ancora un’ottima capacità di modulazione. Passa con naturalezza da sussurri carichi di tensione a improvvise e intense aperture vocali, mantenendo per gran parte del live controllo, eleganza e sensibilità interpretativa.

Hotel Hobbies riporta alle atmosfere più introspettive di Clutching at Straws, periodo ancora legato alla voce e alla scrittura di Fish, ma già caratterizzato da quella capacità narrativa che avrebbe accompagnato il gruppo negli anni successivi. Fantastic Place rappresenta invece pienamente la fase Hogarth: una composizione sospesa tra malinconia e speranza, nella quale chitarra e voce si intrecciano in una delle combinazioni più riconoscibili della produzione recente dei Marillion. Anche You’re Gone conferma una delle caratteristiche fondamentali della band: trasformare emozioni personali in una dimensione universale. Spazio anche a The Crow & The Nightingale e Care, brani nei quali emerge la capacità dei Marillion di costruire atmosfere dilatate, affidandosi più alla crescita emotiva che all’immediatezza. Tra i momenti più intensi trova posto Out Of This World, uno degli episodi più amati dai fan. Qui la chitarra di Rothery assume quasi il ruolo di una voce aggiuntiva, capace di raccontare ciò che le parole non riescono a esprimere. Naturalmente non mancano i brani che appartengono a una certa memoria collettiva. Kayleigh rimane il ponte più evidente con il passato, ma a Pompei suona come una canzone ancora vissuta nel presente, legata ai ricordi personali di generazioni di ascoltatori. La stessa forza accompagna Easter, ancora oggi uno degli episodi più intensi della discografia della band, e Seasons End, simbolo del passaggio verso una nuova identità artistica dopo il cambiamento alla voce.

Foto: Anne-Marie Forker

Uno dei momenti più significativi della serata arriva con Ribbons and Lace, brano inedito destinato a far parte del prossimo album dei Marillion. La sua presenza in scaletta assume un valore simbolico importante. I Marillion dimostrano ancora una volta di voler guardare avanti. È il segnale più evidente che il loro viaggio artistico non è concluso. Se il rock contemporaneo privilegia spesso immediatezza e consumo rapido, i Marillion continuano a proporre un approccio diverso. La loro musica richiede tempo, ascolto e attenzione. Non cercano il riff destinato a catturare l’ascoltatore nei primi trenta secondi: costruiscono paesaggi sonori e accompagnano chi ascolta in un viaggio emotivo. La loro originalità non sta nell’aver inventato un nuovo linguaggio, ma nell’aver saputo trasformare quello ricevuto in qualcosa di personale.

La loro lunga storia porta inevitabilmente al confronto con i grandi nomi del genere. Nel corso degli anni abbiamo riconosciuto alla band la capacità di mantenere un’identità forte e una notevole coerenza artistica. Allo stesso tempo, è anche giusto dire che il loro repertorio, pur contenendo album e canzoni di grande valore, non possiede quella successione di opere universalmente considerate rivoluzionarie che ha definito la leggenda di gruppi come Genesis, King Crimson, Yes. È una distinzione importante: non riduce il valore della band, ma ne definisce il ruolo nella storia della musica. I Marillion non sono stati rivoluzionari nello stesso modo dei grandi innovatori degli anni Settanta. Sono stati qualcosa di diverso: una formazione che ha attraversato quattro decenni mantenendo una voce riconoscibile, evolvendosi senza tradire le proprie radici.

Il tempo non è soltanto qualcosa che si perde, ma anche qualcosa che arricchisce. È forse questo il motivo per cui i Marillion continuano ad avere un pubblico così fedele e internazionale. Non offrono soltanto nostalgia. Offrono appartenenza.