«Siamo stati qui per la prima volta nel 2010, e questo è il miglior festival in cui abbiamo mai suonato, non vedevamo l’ora di tornare», raccontano gli XX dal palco principale del Primavera Sound, poco prima di chiudere la loro performance durante la terza e ultima serata dell’edizione 2026. E come dare loro torto con un festival cittadino di queste dimensioni, con line-up mastodontiche, curato nel minimo dettaglio, non piazzato in mezzo a un deserto o in una qualche radura spersa chissà dove, ma nel pieno del Parc del Fòrum di Barcellona, affacciato direttamente sul mare. Ogni artista che si esibisce qui sembra sempre farlo con un’energia diversa, una gioia tangibile, lo si vede sul palco, lo si sente della voce, dai ringraziamenti al pubblico e alla città urlati a squarciagola al microfono, il più delle volte in spagnolo.
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Al netto del giovedì e dei concerti annullati per maltempo, l’edizione 2026 ha confermato (come sempre) il festival di Barcellona sul gradino più alto del podio, almeno nel panorama europeo, nel gruppo di testa anche se allarghiamo lo sguardo su scala globale. Big Thief, Little Simz, Dijon, My Bloody Valentine, Rusowsky, Kneecap, The XX, Gorillaz (in forma strepitosa), Olivia Rodrigo annunciata a sorpresa, con tanto di his majesty Robert Smith, salito sul palco per What’s Wrong With Me presentata per la prima volta proprio sabato sera al Primavera insieme al frontman dei Cure. E ancora, sempre a proposito di sorprese, il festival nel festival, con Arca, Four Tet, Blawan, RHR e Tracey tra i nomi che hanno raggiunto Skrillex dietro la consolle del palco CUPRA Pulse, anche loro annunciati appena qualche ora prima. L’ultima giornata è quella con cui il Primavera ha mostrato i muscoli, e lo ha fatto alla grande.
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Ma, come dicevamo già dopo la prima giornata del festival, era chiaro che quest’anno gli organizzatori non volevano limitarsi alla musica, panem et circenses e tanti saluti. Le gigantesche scritte “No War” piazzate all’entrata e in altre zone rappresentative del festival erano il preambolo di un’edizione che ha deciso di assumere connotati politici forti, affidando per due volte il microfono dei main stage all’attivista palestinese Arab Barghuthi, figlio di Marwan Barghuthi, politico tra i leader della resistenza palestinese, in carcere da oltre vent’anni. «Mio padre è uno dei 10.000 prigionieri palestinesi detenuti da Israele, ma per milioni di palestinesi rappresenta qualcosa che Israele non può imprigionare: la speranza», ha detto Barghuthi dal palco, subito prima dell’esibizione dei Gorillaz, probabilmente la più attesa di questa edizione.
«La speranza che i bambini palestinesi crescano in pace. La libertà è stata conquistata in Sudafrica, in Irlanda e in Algeria perché persone come voi si sono rifiutate di voltare lo sguardo, si sono rifiutate di arrendersi. Quindi continuate a lottare per la Palestina, per Gaza e per la giustizia», ha concluso Barghuthi davanti a migliaia di persone che hanno iniziato a intonare in coro “Free Palestine”. Stesso copione poco dopo, durante il concerto dei Kneecap, con l’attivista che sul palco ha parlato dell’Irlanda e della sua liberazione dopo secoli di occupazione, paragonandola a quanto sta accadendo da decenni in Palestina.
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Ecco, la grandezza di un festival sta anche qui, nel ricordarsi che la musica e i concerti possono anche essere questo, che un’istituzione come Primavera Sound può essere un megafono per parlare di ciò che sta accadendo nel mondo, senza paura di perdere un palco brandizzato o una sponsorizzazione per il prossimo anno. «Primavera Sound è molto più che musica. È talento, creatività e un modo di mostrare al mondo una Barcellona e una Spagna aperte, diverse e piene di energia», ha scritto il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez, anche lui avvistato al Parc del Fòrum insieme agli organizzatori del festival. «Il suo successo internazionale racconta di una società plurale che intende la cultura come uno spazio di incontro, convivenza e libertà. Grazie a tutte le persone che lo rendono possibile anno dopo anno, e all’impegno del festival verso valori come la pace, la solidarietà e la difesa di una cultura che ci avvicina e ci unisce».
A livello di line-up l’edizione conclusasi durante il weekend appena passato poteva essere, probabilmente, una delle migliori nella storia del Primavera ma, nonostante il nubifragio di giovedì e i live annullati, siamo certi che questo Primavera 2026 avrà un significato più vasto, un’eco che non si concluderà con la chiusura dei cancelli. Don’t Stop Believin’, la canzone dei Journey che un tempo chiudeva tutte le edizioni del festival, è stata sostituita per far spazio a nomi più blasonati del clubbing mondiale, ma il messaggio rimane lo stesso: la musica ha un potere immenso, è ora di tornare a ricordarselo. Viva Primavera, ci vediamo l’anno prossimo.













