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Il Mi Ami e la rivincita degli zarri

Un luogo una volta per pochi è diventato il palco perfetto per chi ha delle idee e voglia di metterle in pratica. Senza storcere il naso di fronte a nulla

Massimo Pericolo e Ugo Borghetti sul palco Tidal del Mi Ami

Foto di Enrico Rassu

Nel 2016 Sfera Ebbasta era stato invitato al Mi Ami e guardato un po’ storto da chi pensava che il festival fosse ancora legato a un concetto di indie che non lo era più: 10 minuti, abbondando, sul palco e una canzone soltanto. Ma sotto si era scatenata la ressa, anche solo di chi voleva osservare per poi parlarne male.

Chi se lo sarebbe aspettato, tre anni dopo, un Mi Ami che celebra alla grandissima proprio lo stesso mondo di Sfera. O almeno, un mondo che senza Sfera e compagni – insomma, la prima generazione di trap mainstream – forse non ci sarebbe stato.

L’infilata de la muerte, Psicologi, Pippo Sowlo, Tauro Boys, Sxrrxwland e Fuera, uno dietro all’altro, su un palco certo secondario ma caldissimo, regala un sacco di sorprese: perché non sono solo i ragazzini disagiati ad ascoltare queste cose, ma ci sono gli over 30 più curiosi, che lasciano volentieri ai loro ascolti di Spotify e ai loro karaoke domenicali nel letto Franco126 e tutti gli altri.

E sul main stage la folla, chiaramente, è tutta per Coma_Cose e Fask, ma in tanti, tantissimi, restano per la prima esibizione di Massimo Pericolo, fenomeno della provincia, con petto nudo, orecchie da gattino e lettere dal carcere. Non proprio la scelta più coerente, non proprio la più lineare, ma sicuramente la più realistica e curiosa, la più “streaming era”.

Speranza, tra inviti culto a scoparsi le proprie madri, bandiere di tutte le minoranze del mondo e giubbotti antiproiettile, è un mostro sul palco, già capace di tenere ogni stage. Ketama126, che chiude la notte, riporta la sua malinconia sbiascicata, per chi ha voglia di sfogare un po’ di malessere con la trap.

Il Mi Ami di oggi è la dimostrazione che chi ha delle idee, chi ha voglia di fare e di sbattersi – al di là delle basi da cui parte – arriva fino a qui, un tempo territorio per pochi hipster (esistevano ancora, allora) e oggi aperto democraticamente a tutti quelli con una passione per qualcosa. Anche agli zarri. Nel senso meno dispregiativo possibile.

La vittoria del Mi Ami è mettere assieme chi riesce a farsi un selfie con Cami Hawke (come si vantava una tizia di fianco durante Speranza, grazie dell’aneddoto), chi ascolta Emma Bonino e chi si battezza con le Peroni. È smettere di fare gli snob e ascoltare solo “chi sa suonare”.

Per poi scrivere agli amici, comunque, quanto è bravo Giorgio Poi.

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