Il Mi Ami è ancora un miracolo a Milano | Rolling Stone Italia
Vent’anni dopo

Il Mi Ami è ancora un miracolo a Milano

Il putiferio di Faccianuvola, la potenza della Niña, il “microclima” di Lamante, la celebrazione generazionale di Motta, Cosmo di mattina e tutto il resto: il report della seconda edizione nella nuova location dell’Idroscalo

Il Mi Ami è ancora un miracolo a Milano

Il Mi Ami 2026

Foto: Starfooker

Non avevo idea di quando scrivere questo articolo. La ventesima edizione del Mi Ami ti trascina dentro, ti rivolta come un calzino e perdi la cognizione del tempo: infattibile organizzarsi. Dopo averti fregato però, è la stessa direzione artistica che ti trova il rimedio: il concerto di Cosmo alle 8 della domenica. Impossibile dormire veramente quella notte, impossibile arrivarci in after se la line up della sera precedente finisce all’una. Ero in gran difficoltà circa la gestione di quelle sette ore di vuoto, che in realtà erano la soluzione per raccontare il ventesimo Mi Ami, secondo all’Idroscalo, con il sudore ancora sulla maglia, e in attesa dell’ultimo atto: l’alba – tardiva – di Cosmo. Scrivo subito, per non dimenticare, e cerco di restituire qualche immagine fresca, che la notte porta consiglio. Poi se sono ancora sveglio, vado da Cosmo.

A casa c’è un delizioso spaghettone alle vongole surgelate, che fa un gran caldo qui in mansarda. Lo Scalo Romano richiama un porto industriale, e mi pare di sentire i gabbiani. C’è anche una luna strana – che si specchia sul nulla – che mi ricorda quella sul palco di Maria Antonietta e Colombre, il giorno zero del festival. Il giovedì era stato un giorno un po’ così così, ora che ci penso. Era la sera dei nostalgici e della televisione, con Colombre e Maria Antonietta che portano Sanremo all’Idroscalo e Les Votives, invece, X Factor. Consacrano la notte i Ministri – che poi cosa gli vuoi dire? – e i Satantango, che suonano divinamente guardando all’estero con sonorità shoegaze sognanti, tra Slowdive e Pains Of Being Pure at Heart, scrittura saggia e presenza che riempie. Sono la tipica band che ti fa dire «bello, sono andato al Mi Ami e ho aggiornato la playlist». Mentre Les Votives si tolgono gli occhiali e urlano «Palestina libera!», Maria Antonietta canta di gomme americane che esplodono sulle nostre teste – e sarà per il suono degli aerei di Linate che sfrecciano sopra di noi, o per la mia formazione da internazionalista, ma io sento bombe americane, e sono spiazzato. I Brucherò nei Pascoli fanno un gran casino: la loro è una scrittura schietta, dritta al punto, urlano e fanno bene, una forma di cantautorato punk che per me serve, e mi convince, e li vedo volentieri. Mentre seguo le luci della rosticceria vola pure una bestemmia dal palco: mi giro, e mi sa che è stato Vasco Brondi a cacciare il porcone, salito a sorpresa per l’ultimo pezzo. Non nego che il giovedì me ne sono andato un po’ interdetto dal Mi Ami, ma magari sono io che ero arrivato un po’ tardi. Gente c’era, ascolto anche, ma proposte davvero interessanti – dopo le 21 – io me le son perse.

Venerdì il festival cambia faccia. E aumentano i palchi, da due a cinque. I nomi dei main stage del Mi Ami sembrano mettere il dito nella piaga nei cliché della mia generazione. Sotto il palco Idealista c’è un ragazzo la cui maglia cita “Living my best life in my 26-square-metre monolocale in Milan”. Sotto il palco WeRoad Dario sta raccontando a Iacopo che forse ora che l’hanno licenziato e ha qualche mese di Naspi tornerà finalmente in Colombia, solo che ormai si sente vecchio, quindi è meglio andarci con un viaggio organizzato, che sennò si sente solo e – da solo – crede di non saper più viaggiare. Sotto il palco ING c’è Stefano, che si è scaricato Hinge ieri l’altro e, francamente, sta andando molto forte.

Una volta orientato tra i nomi dei palchi, il venerdì è spaziale. Sentire Altea a quei volumi è una goduria senza pari. La sua capacità nel decostruire e ricostituire brani editi e tradizionali è viaggio raro e lavoro di artigianato raffinato. Visual sempre diversi, ogni live che vedo, a riprova del fatto che la sua è una ricerca in atto, totale, ed è un processo da seguire. Il tardo pomeriggio è scoppiettante, e mi ritrovo a zompettare tra i palchi, correndo sulla pista dell’Idroscalo sotto le scie chimiche nel cielo terso aeroportuale. Suona Rares, che ha fatto uscire la scorsa settimana un album sorprendente, che sa di svolta per la sua produzione, Sincero!. A trovarlo sul palco Iako e Faccianuvola, che – tra le altre cose – sa suonare il sassofono. Il timbro di Rares ha carattere, è una voce vera, e lui ha carisma: sta a suo agio sul palco, si diverte e fa divertire ed emozionare. Vorresti sentirlo fino alla fine.

Foto: Kimberley Ross

Umarell – il progetto di Martin Giovannella – sembra aver trovato una sua dimensione. Sia live, che in studio. Non ha mai avuto problemi a mangiarsi il palco, Martin, ma ha trovato una quadra anche musicale, con un batterista nemesi che lo titilla, e un violino, per un trio che non ha senso ma funziona da dio. Sull’ultimo accordo di Umarell, al palco di lato due Patagarri stanno uscendo da un cassonetto dell’immondizia posizionato sul palco, e iniziano il loro show di teatro canzone gypsy jazz che intrattiene e ammalia, con le giacche di pelliccia e i polli sul palco. Il loro set fa ridere di gusto per il costumismo e sbalordire per il virtuosismo della compagine milanese, che allieta i miamers con aneddoti e un inedito in anteprima, che inneggia a giganti che annaffiano boschi verticali. La folla balla e io rimango avvinghiato, riesco a liberarmi per gli ultimi minuti di Fresh Mula che chiude il suo set soul rap con band di altissimo livello e un sassofonista strabiliante, che fa decollare il lungomare idroscaliano. Lungomare che si fa affollato perché ormai sono le 20, la luce si è indorata e il crepuscolo chiama.

Tuttifenomeni sale sul palco e presenta per la prima volta live il suo disco, Lunedì. Non sono rimasto folgorato dal suo ultimo lavoro – la psicosessuologia di cui si fa neo-portatore la sento meno sincera rispetto ai suoi primi due album – ma è innegabile che la sua penna sia tra le poche che si riconoscono subito nel cantautorato pop italiano: cambiano i produttori, cambia il sound e l’attitude, ma lui rimane fedele alla sua sintassi. Non è un animale da palcoscenico, questo lo si sapeva e se ne è avuta conferma. Come si ha conferma del fatto che – di questa evidenza – al suo pubblico freghi relativamente, e nonostante i pezzi suonino obiettivamente meglio in studio, l’enorme area tra palco e ruota panoramica è gremita e tutti urlano i pezzi a memoria. Quando poi a fine set lo raggiunge Giorgio Poi – che ha prodotto Lunedì – mette tutti d’accordo, anche gli scettici.

Faccianuvola è un putiferio, un fenomeno generazionale delicato e fulminante. È impossibile vederlo, la pista d’atterraggio dell’Idroscalo diventa pista da ballo invalicabile. Lui è da solo, sul palco, a volteggiare timido tra synth sibillini e una keytar tanto iconica quanto anacronistica: uno strumento fuori dal suo tempo per un artista fuori dal tempo, che o ha beccato un biennio fortunato e ci sta fregando tutti, o realmente siamo di fronte a qualcosa di prezioso, con margini di crescita disarmanti. Appena abbandonerà la paura di invecchiare e con essa il costante ricorso alla retorica della nostalgia, sarà apripista e faccia – senza nuvola – del nuovo cantautorato dell’inizio dei vent’anni. Riesco a godermi la seconda metà del concerto scavallando una transenna, sotto l’occhio avvelenato ma benevolo di un collega che per solidarietà giornalistica fa finta di non avermi visto. In quel momento sale Rares sul palco, e duettano chitarra, piano e voce. È il momento più alto del mio venerdì, quindi ringrazio Faccianuvola, Rares, e il collega per non aver chiamato subito la security.

La Niña ha già iniziato a suonare. Il suo live è sopraffino, molto fisico e rituale, tra armonizzazioni, voce nuda, tamburi, chitarra battente, mandolino, clavicembalo ed elettronica. Il set è ineccepibile e impressiona per precisione e potenza emotiva. Mi aspettavo qualcosa di più nelle intenzioni forse, nella restituzione della popolarità del folk a cui fa riferimento a un livello meno estetico, meno celebrativo e meno immaginario riconoscibile, ma più trasformato, astratto, metabolizzato e restituito in forma altra. Poi mi ricordo che siamo al Mi Ami, e non al corso di etnomusicologia della Federico II.

Mentre cerco di ricaricare il mio braccialetto-portafoglio-cashless con l’app per una birra, mi distraggo un secondo: sullo stesso palco sparisce la liturgia mediterranea della Niña e si materializza l’italo-disco dei Dov’è Liana. In tre sul palco con l’iconica bandana e l’occhiale da sole. Sono l’incarnazione del sogno realizzato degli aspiranti dj in quinta liceo: è la festa house-pop dell’ultima sera del viaggio di maturità, a Palermo. Appare una figura femminile, tra le tre sciure: non è Liana, bensì, Malika Ayane. Loro si sballano, scimmiottano frasi in italiano mentre spippolano la console e una tastiera, il pubblico è su di giri, io penso che è una splendida win-win, nulla da dire. Me ne vado al palco Pepsi Club però, che chiudono le danze del venerdì i Tresca Y Tigre. La rapper italo-colombiana Sicala che suona con il duo di producer Trampa, esplorando una via italiana tra Rosalía post-Motomami, Bad Bunny, clubbing e latin bass. Sotto la tenda fa caldissimo, loro aumentano ulteriormente la temperatura, e l’impressione è che li re-incontrerò su palchi più grandi.

Foto: Starfooker

Sabato pomeriggio arrivo molto presto. Mi divido tra i due palchi laterali, quelli più piccolini. Da una parte l’art-rock degli Irossa, che stupiscono per maturità e versatilità, tra il prog-pop e il nu-jazz; sull’altro, Sandri – con la banda – che inizia a presentare live quel disco necessario che è Animalerie. Tra i due palchi laterali, di fronte alla ruota panoramica, mi trattengo per un po’ di Sara Gioielli, che con i suoi vocalizzi virulenti e la sua attitude da star pop aggraziata (nel senso vero del termine popolare) incuriosisce. È un tardo pomeriggio di talento, quello del sabato. Marco Castello si prende la scena e ci porta Quaglia sovversiva in full band in un set pop-antigentrificante tra canzone d’autore, jazz-funk, Sicilia e leggerezza, rotta solamente per un appunto sui rapporti tra ING e alcune aziende coinvolte negli insediamenti israeliani nei territori palestinesi occupati.

Poi sale Venerus, si alza il volume, e la musica mette un attimo tutto il resto in secondo piano – almeno il tempo del concerto – com’è forse anche giusto che sia quando è musica bella, e quando si è lì per quello. Il tempo di affacciarmi alla carovana Glitter Boy, che spiegano come si fa a mettere assieme un live veramente provocatorio, festeggiando con i cani e le case popolari l’esplosione di City Life, e prendo posto sotto il palco per Lamante. È la prima volta live di Non dico addio, ed è il mio set preferito del sabato. Hanno fatto le cose in grande, ed era rischioso, con tutti i brani riarrangiati per un esordio da buona la prima. La band, un quartetto d’archi di Torino, i feat con Emma Nolde e Appino. Lamante è ninfa vera nel lungolago artificiale, tra graffio, strazio e delicatezza, che lievita e fa lievitare, in un’estetica sacrale e veneta, un po’ Bayreuth Festival, un po’ Venezia Hardcore. Crea un microclima raro, Lamante, che ti assorbe appieno. Gli altri palchi scompaiono, tutto si relativizza, ed è sufficiente stare lì, assieme. A me ad esempio fa dimenticare dei Nu Genea (mannaggia).

Finisce Lamante, sbuca Elodie dietro la transenna che avevo scavalcato la sera precedente, sale sul palco Venerus per un set a sorpresa – dicono arriverà anche Cosmo (e arriverà) – ma io ho un appuntamento con la polvere negli occhi e i colpi ai reni sotto il palco dei Gazebo Penguins, che si presentano a Milano con i fiati. Non suonavano da 10 anni al Mi Ami ma, come sempre, quando possono suonare ai loro volumi, ridefiniscono il concetto di pogo. Ti ricordano di quando 15 anni fa avevamo 15 anni e prendevamo a calci i lampioni alla bocciofila per farli fulminare. Come me, oggi. Come Motta, quando ha scritto La fine dei vent’anni. Sulla rampa di lancio all’Idroscalo, colma all’orlo, c’è una generazione in attesa di essere raccontata. La fine dei vent’anni di Motta è uno di quei prodotti generazionali che trascendono le loro annate di riferimento, e rimangono incastonati lì, cristallizzati, a disposizione. Come i romanzi di formazione. C’è chi l’ha già vissuta e la ricorda con smorfia beffarda e nostalgica, c’è chi la deve ancora vivere, come Faccianuvola, in quinta fila o mio fratello, che è di fianco a me, abbarbicato sopra i bidoni dell’immondizia, che se ondeggio troppo mi spacco l’omero. Non ha mai sentito quel disco – mio fratello – è all’inizio dei vent’anni, lui, eppure gli parla. Come parlava a me dieci anni fa. E domenica, quando tornerà a Roma in treno se lo ascolterà pensando che anche per lui, come per me, come per Motta, per Appino che sale, per Roberta Sammarelli al basso, e per la platea di ex o futuri quasi trent’anni nella pista cementificata, c’è sempre qualcuno da salvare.

A tutti i concerti del Mi Ami 2026 a cui ho partecipato si sentiva proprio bene. Gli artisti con cui ho parlato erano tutti felici, dai più grandi ai più piccoli, per la cura che gli era stata riservata. Non c’è stato un minuto di ritardo nelle scalette. Che per carità, non siamo qui a rendicontare i tecnicismi, però sono dettagli rari, e darli per scontati sarebbe da naïf irriconoscenti. Il mood del Mi Ami è Milano, che piaccia o non piaccia. L’Idroscalo diventa paradiso degli indie boy e delle frangette, si parla di partite Iva mentre ci si fa i tattoo gratuiti. E poi i baci, le foto dei baci, i video dei baci, i baci baciati, i baci obbligati, il baciometro, che abbiamo sempre qualcuno da baciare ma non per questo dobbiamo contarli. Da un lato le domande di coppia scomode di Serenis, dall’altro la raccolta voto dei fuorisede per Will. La security con le torce appena qualcuno viene sollevato in aria, al fianco dei flash dei fotografi: quell’esatto momento, vietato per finta, domani sarà la foto del carosello IG del palco. I riferimenti al fiore del partigiano, mentre al karaoke del baciometro di ING si canta Sarà perché ti amo.

Foto: Starfooker

È difficile costruire una comunità in un festival così grande, 30.000 persone, più di 80 progetti, una programmazione lungimirante, variegata. La community dei miamers più puri è forse quella che trovo quando chiudo questo documento. Esco, per il quarto giorno di fila noleggio un Cooltra, faccio una fermata di metro blu e cammino per 15 minuti. Arrivo alle 8 meno 10, e ci sono centinaia di persone che aspettano l’apertura dei cancelli. Si entra un po’ alla volta, sotto un sole che già scotta, e si arriva al palco, là in fondo. Scanditi, a manciate, ci si avvicina in carovana. Ad aspettarci Cosmo, è in scena, con altre ninfe e ninfetti affianco, una scenografia da sorgente illibata, specchi e tendaggi celesti, alla prima dei suoi matinée all’alba. Qui è tutt’altro che alba, a dirla tutta, e più che un risveglio collettivo è un aperitivo anticipato. Il momento dell’attesa è abbastanza inedito: non siamo noi ad aspettare Cosmo, ma è lui che aspetta noi che arriviamo. Arriviamo a manciate, lui saluta, mette qualche traccia, Enrico Gabrielli sul palco suona il flauto traverso. Si mandano baci, poi quando entrano tutti, o quasi, inizia il concerto, che parte dall’ultima uscita La fonte, ma non lesina incursioni nella sua discografia totale, si tolgono le maglie, e si festeggia fino a che il corpo regge.

L’esistenza da due decenni di un evento così eterogeneo e musicalmente ricco per questa scena – in Italia – è un dono e un unicum imprescindibile, quasi paranormale. Non a caso, noto che Mi Ami è acronimo sillabico di Miracolo A Milano: didascalico forse, ma quanto mai calzante per un compleanno a cifra tonda. E ai miracoli – chi scrive – ha sempre, sinceramente, creduto.