Rolling Stone Italia

Il live dei Chemical Brothers è un allucinogeno film surrealista

Il duo si è esibito alla preview dell'Ama Music Festival tra hit senza tempo e un apparato visuale senza rivali. Cosa importa essere cool quando puoi essere evergreen?

Foto: Massimiliano Lorenzin

Ed Simons e Tom Rowlands sono ufficialmente sulla scena dal 1995. Che nel mondo dell’elettronica significa circa tre secoli fa. Per dieci anni, o forse qualcosa in più, sono stati degli innovatori. Hanno plasmato un suono in cui l’elettronica da club e il rock si combinavano in modo inedito, regalandoci alcuni dei video più importanti per la Mtv generation. Poi, come qualsiasi altro progetto elettronico, hanno perso di mordente, il mondo ha iniziato a muoversi più velocemente di loro e i Chemical Brothers sono diventati un qualcosa di un certo passato. Loro hanno continuato a produrre, certo, sempre con ottima qualità, ma non più con quell’innovativa ferocia che ce li aveva fatti amare in quegli anni. Probabilmente le nuove generazioni non sanno nulla di Simons e Rowlands, ma per una gran parte di noi sono stati l’alternativa. Un’alternativa sonora e quindi un’alternativa di pensiero, di idee, di vita.

Nonostante di lavoro faccia il giornalista musicale e nonostante io sia un gran fan dell’elettronica, stranamente non mi era ancora capitato di andare ad un live dei Chemical. Da un lato perché non essendo più qualcosa di fresco non era una priorità, un po’ per il timore di vedere invecchiato un passato che è stato sicuramente fondamentale alla mia formazione come quella di molti dei miei coetanei trentenni, e non solo. L’occasione di vederli alla preview dell’Ama Music Festival (che ad agosto porterà in Italia Yungblood, Cypress Hill, White Lies, Megadeth, Turnstile), nel verde della Villa Cà Cornaro di Romano D’Ezzelino a Vicenza, era però ghiotta. Abbandonate le paure di vedersi sgretolare una parte del passato, ho varcato la soglia.

Foto: Massimiliano Lorenzin

E si parte subito forte: Go, Do It Again (in mash-up con Get Yourself High), Mah, No Reason e Hey Boy Hey Girl. Una dichiarazione d’intenti. La scaletta si muove lungo tutta la discografia del duo, da Leave Home (brano di apertura del disco d’esordio Exit Planet Dust) a Free Yourself (dall’ultimo album No Geography). In mezzo c’è spazio per la storia dell’elettronica da Star Guitar a Elektrobank (qui suonata con Setting Sun), da Swoon a una cover di Temptation dei New Order, da Block Rockin’ Beats a Galvanize per due ore di show tiratissimo e senza pause; i brani infatti vengono sono mixati, mashuppati, ribaltati in modo da correre e richiamarsi continuamente, mantenendo un flusso sonoro ininterrotto. Questo permette al live di diventare un vero e proprio show da club in cui il focus è il movimento fisico di chi assiste. Mancano infatti i momenti più cantati come Let Forever Be, Believe o la hit The Salmon Dance del 2007, proprio perché non c’è spazio per ciò che non è funzionale a questo specifico flusso.

I due spingono restando trincerati dietro un muro di sintetizzatori e drum machine (un peccato, in questi casi, non poter davvero vedere e capire cosa viene spippolato e in che momento) lavorando sopra ad una sequenza che corre inarrestabile. Commettono anche delle piccole sbavature, delle imperfezioni che in certi istanti rendono a loro modo più vivo uno spettacolo che potrebbe rischiare di risultare statico (come in fondo spesso accade nei live puramente elettronici). Si concedono anche al pubblico, venendo tavolta davanti alla consolle a chiamare battiti di mano durante i brani per quelli che alla fine risultano essere gli unici momenti un po’ cringe dello show.

Perché – diciamocelo – i Chemical Brothers di per sé non sono più cool. I loro ultimi lavori non sono più relevant e la loro elettronica ha perso inevitabilmente quel twist futuristico e contemporaneo che li ha resi delle istituzioni del genere. Tutto nella norma: Simons e Rowlands hanno oramai cinquant’anni e sono in giro da trenta, il loro obiettivo oggi non è più quello di parlare del futuro ma di istituzionalizzare il proprio sound. Ed è questo quello che si palesa nel live. Il suono dei Chemical Brothers è il suono dei Chemical Brothers. Non è vecchio o nuovo, è semplicemente senza tempo. Le batterie, le salite, i drop che si liberano sempre in un certo modo sono un marchio di fabbrica, un capolavoro di ingegneria sonora, di chirurgia del suono raro. Poter ascoltare i Chemical Brothers e goderseli ancora oggi a questi livelli è un privilegio.

Foto: Massimiliano Lorenzin

Tra il pubblico questo è ancora più evidente. Ci sono moltissimi coetanei di Simons e Rowlands e gli eventuali figli, ma anche trentenni cresciuti coi loro indimenticabili video su Mtv e immancabili fattoni in occhiale da sole che condividono con gioia il momento. Non c’è però effetto revival: lo show punta a scolpire il suono dei Chemical nel tempo, è vero, ma lo fa in maniera contemporanea grazie ad una sezione visuale incredibile sotto la direzione di Adam Smith e Marcus Lyall (guardatevi il loro Instagram per capire la portata estetica del loro viaggio). E qui siamo arrivati al punto: Il lavoro di Smith e Lyall è semplicemente clamoroso. I due sul grande ledwall che occupa tutto il fondale del palco producono due ore di materiale video semplicemente fuori scala per la competizione attuale mondiale. Muovendosi tra filmati, videoclip e arte 3D i due – che collaborano con i Chemical praticamente da sempre – costruiscono il perfetto universo chimico e allucinogeno per cui la musica di Simons e Rowlands è pensata. Quello che viene trasmesso è talmente di una qualità superiore alla media che il rischio – in certi momenti – e di smettere di ballare per rimanere a bocca aperta a seguire la narrativa video. Ma appena si avverte questo rischio, ecco che c’è un cambiamento, una mutazione verso qualcosa di più lineare e pulito che riporta l’attenzione al fulcro del live e – di conseguenza – al ballo.

Il live dei Chemical è un piccolo capolavoro perché riesce attraverso musica ed estetica a costruire un universo di due ore che conduce chi vive l’esperienza al di là del tempo. Non siamo nel 2023, ma nemmeno nel 1995, siamo da qualche parte, chissadove, a vivere un pezzo di storia. Alla fine cosa importa essere cool quando poi sublimarne il concetto e diventare per sempre?

Iscriviti