“Eravamo, come sempre, alla fine del mondo. O all’inizio”. Jovanotti parafrasa Borges e sceglie di cominciare così il suo ritorno ai grandi eventi estivi. Ma il mondo che immagina non finisce. Ricomincia prima ancora che parta la musica. E sui giganteschi ledwall viene proiettato anche un cortometraggio in cui un aeroplanino di carta attraversa il pianeta, si trasforma in una barchetta e infine diventa l’Arca di Loré, approdando proprio al centro del palco. Nel tragitto affiorano L’ombelico del mondo e persino Tutto l’universo obbedisce all’amore di Franco Battiato. È una dichiarazione d’intenti poetica prima ancora che scenografica. Infatti il concerto non sarà soltanto un concerto, ma un viaggio nella storia culturale collettiva dei 25mila spettatori presenti.
Anche se in realtà il Jova Summer Party è cominciato qualche ora prima. Alle tre del pomeriggio i primi spettatori iniziano ad affluire all’Olbia Arena. Alle 16.30 Lorenzo sale già sul secondo palco per salutare le prime centinaia di «coraggiosi» e «temerari» che hanno sfidato il caldo della Sardegna. Il termometro segna 44 gradi. Quelli percepiti nel pit è meglio non calcolarli. «Come con l’Arca ci si butta nell’ignoto», dice sorridendo per inaugurare il set unplugged tra Ricordati di vivere e Un raggio di sole.
Più che un’area concerto è una piccola città temporanea: stand gastronomici provenienti da tutta Italia, installazioni temporanee, divulgazione culturale con la Treccani che trasforma le parole proiettate sugli schermi in brevi lezioni, migliaia di persone che passano il pomeriggio mangiando, bevendo, giocando, ballando, dialogando e aspettando che il sole inizi a scendere. È una festa costruita come un ecosistema parallelo rispetto alla quotidianità.
Sui due palchi, nel frattempo, si alternano DJ Fresco & Ali Selecta, Bels, Heva, Mago del Gelato, il trio francese Dov’è Liana, la “cumbia amazzonica” dei Chicha Libre e il “voodoo digitale” delle Nana Benz. Il tramonto arriva con Gabry Ponte, che trasforma il festival in una gigantesca discoteca che si chiude con DNA, scritta a quattro mani con Lorenzo, prima dell’ingresso a sorpresa di Alfa: «Mi piace la sua fame di luce, di emozioni, un talento nella scrittura all’inizio di una grande avventura».

Foto: Michele Maikid Lugaresi
«Facciamo sentire un po’ di musica diversa – ci ha spiegato Lorenzo durante una pausa -, ho la sensazione che siamo diventati molto ombelicali, l’Italia è molto chiusa. Lo dico io che ho scritto L’ombelico del mondo. Per questo ho invitato cose strane e interessanti». Sembra più che evidente che il Jova Summer Party non sia pensato per confermare quello che già conosci. Così ti mette nello stesso spazio funk, soul, rap, elettronica, pop, cumbia, world music e generazioni completamente diverse.
Maurizio Salvadori, patron di Trident, ci ha invece raccontato pro e contro di un evento simile: il prato seminato che non è cresciuto a causa del caldo, lo spostamento di orario (chiuderà a mezzanotte), ma anche oltre 300 mila biglietti venduti per il tour italiano, di cui 100 mila soltanto per il Circo Massimo, e il dubbio che, con estati sempre più torride, il format possa cambiare in futuro: «Se rimane questo caldo, lo sconsiglierò». Ma Lorenzo non sembra intenzionato a fare passi indietro: «Il caldo è tosto – ammette -, ma quando sei dentro la musica aumenta l’effetto selvaggio amazzonico».

Foto: Michele Maikid Lugaresi
Poi arriva il momento dell’Arca di Loré vera e propria, con uno degli allestimenti più affascinanti mai costruiti per un tour italiano. Il gigantesco ledwall sagomato non si limita a essere un fondale, diventa una superficie narrativa in continua trasformazione passando dai primi piani dei musicisti a vortici cromatici di animazioni, grafiche, testi delle canzoni, il tutto con i colori che hanno sempre accompagnato il suo immaginario. E quando parte Shiva Jam l’arca inizia a salpare.
Con Attaccami la spina, Lo scimpanzé, Tanto, Gimme Five e soprattutto una Penso positivo, accelerata fino a diventare un elettroshock, Jovanotti chiarisce che il modello non è quello del classico live da stadio. A tratti sembra di assistere a uno show di James Brown: ultrafunk, fisicità spinta, elettricità nell’aria, un groove pazzesco che si fonde con gli effetti speciali. La festa è il risultato, ma prima c’è un gruppo sul palco che suona con libertà e qualità rare.
«Adesso vi faccio sentire la miglior band dell’universo», annuncia Lorenzo. Una delle sue frasi iperboliche, ma solo finché non iniziano a suonare. Adriano Viterbini è un chitarrista mostruoso, capace di passare dalla delicatezza all’esplosione in un attimo. Saturnino, come sempre, non accompagna le canzoni ma ne regola il battito cardiaco. La batteria martella senza perdere precisione, mentre fiati, tastiere e percussioni trasformano continuamente i brani da funk a soul aggiungendoci l’improvvisazione. In Mi fido di te l’assolo della sassofonista Sofia Tardini diventa uno dei momenti più intensi della prima parte.

Foto: Michele Maikid Lugaresi
Abbastanza unico anche il modo in cui si può seguire questo show. C’è chi resta ipnotizzato dai virtuosismi della band, chi segue il continuo salmodiare in rima di Lorenzo, chi canta ogni parola delle hit, chi mangia una pizza nel cartone di fronte al palco o si è sdraiato su un asciugamano, chi balla senza fermarsi sui pezzi più ritmati e chi aspetta quelli più intimi per sciogliersi nelle emozioni. Ma comunque tu decida di viverlo, sembra che ognuno faccia parte dello stesso viaggio. Un’arca reale che contiene tutto e il suo contrario. E che dimostra quanto stare insieme nella diversità non solo è possibile, ma è anche una figata.
Il momento catartico arriva con Oceanica. Prima di cantarla, Lorenzo interrompe ogni suono e racconta quello che psicanalisi e filosofia chiamano “sentimento oceanico”. «È possibile quando sperimenti la dissoluzione dell’ego e fai parte di qualcosa di più grande anche della misteriosa vita. Ti fa sentire che siamo uniti da qualcosa di più grande. Possiamo perderci e ritrovarci. Succede attraverso la passione, l’amore, un desiderio, un incontro, la poesia, la speranza. Quando vi capita di provarlo, siamo tutti uno».
Subito dopo il viaggio cambia tono. Buon vento, insieme ad Alfa, è un passaggio generazionale. Ora assume il valore di un memoir musicale, un momento in cui fare i conti con se stessi. Con Chiaro di luna il ritmo rallenta e le coppie si abbracciano all’unisono. Baciami si fonde con Sapore di sale di Gino Paoli e apre un portale temporale di emozioni. Con Oh, vita, Muoviti, Una tribù che balla e Ciao mamma riaffiora l’hip hop degli inizi e l’Arca di Loré si trasforma in Una tribù che balla. Con Il più grande spettacolo dopo il Big Bang e Immortali i 25mila prendono il volo, prima che L’ombelico del mondo rimetta tutto al proprio posto.
Poi c’è Ragazzo fortunato, che oggi appare più attuale di quando uscì nel ’92. A cantarla non è più il “l’eterno ragazzo”, ma un artista che si avvicina ai 60 anni (il 27 settembre), che ha attraversato un incidente gravissimo, che convive «con un danno neurologico permanente», ma continua ad avere la stessa passione per la musica degli esordi. La chiusura è A te, un ritorno all’essenziale che spegne l’adrenalina accumulata, ma prima non è mancato un regalo alla Sardegna con un omaggio alla memoria di Andrea Parodi dei Tazenza. Alla fine resta la sensazione che il Jova Summer Party, più che un concerto, sia un esperimento di convivenza dove migliaia di persone decidono di mettere da parte, per una sera, ciò che le divide. E dove, dopo otto ore di musica e balli non dettati da algoritmi, è ancora possibile esclamare sorridendo, come fa Lorenzo: «Ci siamo proprio sfasciati».















