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Il futuro del pop ha 17 anni e si chiama Billie Eilish

Il sold out del concerto milanese ha confermato il talento puro di una ragazza prodigio, predestinata a lasciare il segno con la sua musica

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Una delle leggi non scritte della vita su questa terra vuole che ogni essere umano, che abbia già superato il quarto di secolo, debba ciclicamente sentire un sussulto al cuore ogni volta che si rende conto di poter ascoltare qualcuno nato dieci anni dopo o più. Se poi quel qualcuno è del 2001, ha diciassette anni e, in un’epoca di quasi totale assenza di originalità, scrive anche canzoni personali, permettendosi pure di fregarsene dei generi, allora quel sussulto diventa talmente forte da provocare una temporanea afasia.

Billie Eilish è quel qualcuno per chi negli anni ’00 era alle medie, al liceo o al lavoro. A quattro anni già si chiedeva cosa si prova a cadere in un buco nero e a otto registrava le sue prime canzoni per poterle coreografare a lezione di ballo. È un aggettivo usato spesso a sproposito, ma in questo caso siamo davvero di fronte a una ragazza prodigio. E sicuramente era quello l’obiettivo dei suoi genitori, che per tutti questi anni l’hanno educata a casa, tenendola lontano dalle influenze scolastiche e dandole come secondo nome all’anagrafe Pirate. Sapevano che in qualche modo sarebbe diventata una dirottatrice.

Ieri sera il Fabrique di Milano era stracolmo di adolescenti accompagnate dai genitori, trentenni e quarantenni curiosi, che per un’ora esatta sono rimasti rapiti da quella ragazza in pigiama che saltellava sul palco, cantava con dolcezza e apparente innocenza frasi come “Today I’m thinkin’ about the things that are deadly”, e si preoccupava di chiedere come stessero tutti i presenti. Alle 21.20 le luci si sono spente e dalle casse è partita Put Your Head On My Shoulder di Paul Anka, non a caso una canzone d’amore del 1959, di ben sessant’anni fa, che pian piano è stata rallentata per lasciare il passo al nuovo, all’attuale.

Billie Eilish è salita sul palco accolta da un boato e ha iniziato a muoversi e a cantare dando l’impressione di essere completamente a suo agio, come se stesse a casa sua e conoscesse uno per uno quelli che la stavano ascoltando e filmando. Con lei sul palco c’erano il fratello e produttore Finneas, che gestiva le basi pre-registrate e si alternava tra chitarra e tastiere, un batterista e un set di luci posizionate a formare due semi-gabbie. Una formazione minimale, che ha ricreato senza troppe sorprese o aggiunte tutte le canzoni fino ad ora pubblicate prima dell’effettivo album di debutto – When We All Fall Asleep, Where Do We Go?, in uscita il 29 marzo – dando più peso nella scaletta al brano When The Party’s Over, su cui Billie ha chiesto al pubblico di essere presente, di vivere il momento e di non guardare il telefono per qualche minuto, pur continuando a registrare video o pubblicare stories.

Chi ha superato l’età degli idoli forse ha sentito la mancanza di un gruppo vero e proprio, di un suono organico che desse più consistenza alle canzoni dal vivo, ma anche così Billie Eilish è innegabilmente fenomenale: ha una presenza magnetica, sa controllare la voce con naturalezza e coinvolge con pochissime parole e movimenti. È distaccata ma apprensiva al tempo stesso, tanto da scendere dal palco per controllare di persona se una fan emozionata si sia ripresa da un calo di pressione, invitando tutti a guardarsi intorno e ad assistere chiunque sembri preoccupato o in pericolo. È ancora all’inizio della sua carriera, ma Billie Eilish sa già qual è la sua identità artistica e personale, e fortunatamente ha tutta l’intenzione di continuare ad evolvere.

Questa la scaletta del concerto:

My Boy
Idontwannabeyouanymore
Lovely
When I Was Older
Bored
Party Favor
Bitches Broken Hearts
Six Feet Under
Watch / &burn
You Should See Me in a Crown
Hostage
Bury a Friend
Bellyache
When the Party’s Over
Ocean Eyes
Copycat

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