Perché guardare in camera, perché essere comprensibili? L’arte è più bella quando è un mistero, l’artista è al culmine della goduria quando performa non quando ti intrattiene. Il concerto chitarra e voce è di per sé un’esperienza ostica per alcuni, perché costringe a uno svuotamento di orpelli. L’effetto è catartico da subito: il pubblico sta letteralmente in silenzio, assorto; non si vedono schermi di cellulari. Io sono accreditato come fotografo e mi viene chiesto di scattare il meno possibile (c’è già un fotografo che sta curando l’evento). Inizialmente rimango male ma poi, durante il live, mi rendo conto che non mi viene nemmeno da scattare: ho bisogno di stare seduto ad ascoltare la musica.
C’ho un muscolo che mi si è stirato, sto facendo fisioterapia, mi tortura di continuo, c’ho la fine dell’anno di lavoro addosso, la tensione dei miei disastri e delle miserie a cui mi sono abituato non mi lascia scampo; c’ho un sacco di casini e non stacco mai come tutti in questa chiesa. Stasera invece l’ora e mezzo di musica mi passa senza che ci capisca niente. Non ho letteralmente idea di cosa scrivere perché sono andato da un’altra parte, ho visto cose che a raccontarle le svilisco. Siamo ossessionati dal racconto, dalla recensione, dal chiacchierare ma ci sono esperienze che sono indicibili. Il linguaggio è un limite, un fallimento di fronte all’arte.

Foto: Ray Banhoff
Per una vita ho considerato la musica dei Radiohead tra le più importanti della mia vita, quella che più si avvicinava a raccontare le mie emozioni. Eppure non ho quasi mai saputo di cosa parlassero i loro testi. Il che è paradossale. Ecco, stasera è un po’ uguale. Quando una quindicina di anni fa uscivano i primi dischi di Iosonouncane mi guardavo in faccia coi miei amici mentre li ascoltavo e dicevamo: questo qui è l’unico che ci ha raccontato e lo ha fatto senza mai parlare di noi. Ha usato la voce, le atmosfere, le sonorità al posto delle dichiarazioni.
Noi del paese, noi intrippati con la musica, noi integralisti esteti, noi ricercatori di goduria, noi millennials siamo stati sbalzati via dall’ipermoderno, la nostra ritualità di festivalini e concerti sacri è stata sostituita da braccialetti e aree di accesso al palco che chiamano “esperienze”. Cazzate. Ti ritrovi in una chiesa del 1200, coi posti a sedere, il pubblico in silenzio e il concerto che inizia alle 20.30 e tutto si riassesta. Chitarra e voce, una Martin elettrificata con la foto di Brian Wilson dei Beach Boys attaccata sulla cassa con lo scotch, Jacopo Incani che sale sul palco parlando il meno possibile e attaccando con Pablo di De Gregori.
Il palco è un altare, non ci sono effetti di luce. È buio. La tensione palpabile si sfoga solo tra un pezzo e un altro quando partono gli applausi. A volte Iosonouncane non stacca nemmeno i pezzi, li lega tra loro armonizzando una nota che congela con un pedalino “freeze” e che poi lascia in sottofondo per suonarci sopra. Vocalizza, a tratti raggiunge un vibrato talmente squillante che pare Jeff Buckley fuso alla musica popolare più arcaica.

Foto: Ray Banhoff
Subito dopo Pablo suona Novembre, un singolo del 2020 che forse un po’ imparentato con De Gregori lo è. Il terzo pezzo è Il corpo del reato e qui la gente è letteralmente inchiodata, siamo tutti sulla Strada provinciale 160 e osserviamo il corpo di un trentenne a terra coi calli da muratore nelle mani e l’anima che è volata via, letteralmente viviamo una poesia visiva che ci fa piangere. Seguono Giugno e Summer on a spiaggia affollata e si chiude il capitolo de La macarena su Roma. Arriva il blocco di IRA e Incani si allontana dalla comfort zone con Niran, CRI e vola nel canto a tenore e nella polifonia corale della musica sacra e profana della sua terra. L’apice è la bellissima VIUDAS composta per la serie tv Briganti. Ogni tanto Iosonouncane prende la diamonica e tocca i diesis, i tasti neri, che ci lasciano sospesi a un mistero cinematografico.
Torna De Gregori, quello ventenne, col suo album omonimo (detto anche “la pecora”) e una inaspettata e dolcissima Finestre di dolore. Poi Buio, Carne, Stormi in cui finalmente la gente balla sulle sedie e Sacramento, che a detta sua non poteva essere eseguita in un contesto migliore. Ha ragione.
Si va via presto e in ordine così come si è entrati, tutti contenti. Alcuni si mettono nei tavoli della bellissima piazza di San Francesco in cerca di una birra e si coprono col giubbotto da un venticello che non pare nemmeno estivo. Piano piano la realtà torna a far parte della serata, abbiamo tutti un’altra postura, si ritorna a parlare delle solite cose. Il cantante passa dalla piazza con la chitarra in spalla per andare in albergo, senza clamore. La gente appassionata lo lascia sfilare, alcuni son tentati di chiedere una foto o una firma sul vinile ma poi in pochi lo fanno. Non si tocca, non gli si rompe le scatole, ci ha già dato tutto quello di cui avevamo bisogno sul palco.
So già che è stato uno dei concerti più autentici e intimi che ho visto negli ultimi anni, lo consiglio a chiunque possa andare a vederlo. Ma quando vi chiedono come era, voi non rispondete, divagate, lasciate il mistero. Che ognuno ne faccia una propria ragione, che ognuno alzi le chiappe dal divano e vada a capirlo dal vivo e non in un reel.















