Il concerto dei Kneecap a Milano ci ricorda che essere incazzati è giusto | Rolling Stone Italia
Tout le monde déteste...

Il concerto dei Kneecap a Milano ci ricorda che essere incazzati è giusto

Messaggi pro-Pal, sentimento anti-britannico, alternative etiche. Ma anche umorismo, pogo e il pubblico al centro dello show. Il report di un concerto molto differente dal solito

Il concerto dei Kneecap a Milano ci ricorda che essere incazzati è giusto

Kneecap al Rock en Seine 2025

Foto: Kimberley Ross per Rolling Stone Italia

Per essere stati accusati di terrorismo, definiti «non appropriati» dal Primo Ministro Keir Starmer e avere una quantità incalcolabile di riferimenti a ketamina e droghe sintetiche nei loro tre album, i Kneecap per la verità sono dei tipi piuttosto tranquilli. Dopo aver sentito così tanto il loro nome rimbalzare tra una polemica e l’altra, la curiosità di vedere con i propri occhi un concerto del trio hip-hop formato nel 2017, composto da Mo Chara, Móglaí Bap e DJ Próvaí, è tutta dedicata a voler capire fin dove si spinge la loro leggenda e dove comincia la vera storia dei Kneecap. Complice il loro film omonimo pubblicato nel 2024, vincitore persino di un BAFTA, sui Kneecap aleggia un’invidiabile aura (non per forza nel senso Gen Z) mitologica. Sarà perché nel discorso comune è definito come un documentario ma, nella realtà dei fatti, quella pellicola è un impasto alla 8 Mile (o Zeta con Izi, se siete veramente fan del rap italiano) con molte più risate e molta più droga, compresa la partecipazione di Michael Fassbender nei panni di un papà eroico e il cameo di Gerry Adams.

Da questo preambolo prende il via la prima data di Unaltrofestival 2026, con DJ Próvaí in balaclava sistemato sulla console al centro del palco del Circolo Arci Magnolia di Segrate, appena fuori Milano, e Mo Chara e Móglaí Bap zippati nelle loro giacche a vento nonostante i 30 gradi di notte. E va detto subito che, per l’ora e mezza di live, i tre si pongono in maniera decisamente più educata e morigerata di quanto ci si potesse aspettare. Non fraintendiamoci: il live dei Kneecap è una botta di adrenalina. Ma la posa sul palco dei suoi componenti non è quella di ribaltare la scena, fare gesti inconsulti o richiedere una quantità di attenzione narcisista: tutt’altro. Sarà stata la messa in scena scarna, con una bandiera della Palestina e poco altro, sarà che Mo Chara e Móglaí Bap hanno per lo più passato il tempo uno accanto all’altro, in una vicinanza solidale e complice. Ogni tanto, tra il lancio di una base acida perfetta per il pogo e l’altra, DJ Próvaí si lancia in qualche saltello (reso particolarmente divertente dal pensarlo come prof del liceo, oltre la maschera) raggiungendo gli altri due nel mezzo del palco, senza però agitarsi troppo. Spesso, si dispongono ai lati più distanti del palco, allargando semplicemente le braccia, o accennando qualche passetto di danza, godendosi il pogo che avviene sotto palco. Un cambio di prospettiva, quasi come fossero loro a guardare noi e il nostro spettacolo.

È in qualche modo defaticante non essere costretti a concentrare l’attenzione sul palco, aguzzando la fomo per non perdere un momento cruciale di una coreografia o la finezza di un effetto scenico. I Kneecap sono lì, con il loro messaggio, a fare la loro musica (e anche molto bene, va detto) ma non avendo assolutamente intenzione di far dipendere l’esito della serata da loro. Incitando il pubblico ad aprirsi e sfogarsi, sembravano quasi dire: noi siamo qui insieme a voi, ma siete voi a dover fare di questo momento qualcosa che valga la pena di essere vissuto. È tutto il contrario di quei concerti pensati per l’intrattenimento estremo, con un effetto lobotomizzante sugli spettatori che finiscono per fissare imbambolati il palco, un po’ come farebbero con i Per te di TikTok.

È così che i Kneecap iniziano pian pianino, con una manciata di canzoni più lente ed esplorative, se così si possono definire giusto perché sotto nessuno ha ancora iniziato a buttarsi nel mosh pit. Tra queste, Smugglers & Scholars, Carnival, Better Way To Live e Sick In the Head. Poi, con un cambio di passo naturale ma netto, con un invito a pogare. E da An Ra in poi, nessuno si è più fermato. D’altronde il pogo e l’energia fisica sono gli unici mezzi per comunicare che a quel concerto stavamo partecipando davvero, perché – diciamocelo – nessuno qui è in grado di cantare in irlandese.

È straniante stare nel mezzo di un concerto gremito di spettatori (prevedibile essendo stato annunciato il sold out, ma il Magnolia così pieno non si vedeva da tempo) in cui nessuno canta, se non qualche sporadica parola qua e là. Ed è stato un altro motivo di ingegno e sovversione dei ruoli: con i Kneecap si è comunicato a forza di salti e di cori, in uno scambio che è stato un mix tra il sentito e il divertente, anche grazie a un po’ di incomprensione culturale. Al “Siamo tutti antifascisti” del pubblico, loro rispondono con un coro sul pogo; quando i Kneecap chiedono ironicamente un minuto di silenzio per il grande lavoro dei loro “amici” della security, l’Italia risponde “Tout le monde déteste la police”.

Il live dà spazio per battute sui narcotici, ringraziamenti all’Italia per aver ospitato la loro primissima data nel Paese e, ovviamente, al manifesto politico dei Kneecap. Dal palco, il trio parla di Palestina e di Irlanda, di territori occupati e oppressi, di come essendo figli di Belfast comprendano gli effetti devastanti del colonialismo, della fame e della repressione, l’essere costretti al silenzio e non volerci stare. Invitano le persone a fare video (in assoluta controtendenza) per far sì che la voce di supporto e vicinanza arrivi fino in Palestina. Sapere di avere qualcuno che pensa a te, in effetti, fa la differenza. Raccontano di non prendere soldi né da YouTube, né da altre piattaforme, ma solo da chi partecipa ai loro concerti, mostrando che un’alternativa etica si trova sempre, nonostante tutte le scuse che raccontiamo a noi stessi.

C’è, ovviamente, una buona dose di sentimento anti-britannico, non solo con la loro Get Your Brits Out, ma anche con battute degne di una stand up su come «Gli inglesi ci rubano le patate, si appropriano delle ricette della nostra tradizione… e della cocaina». Insomma, un lato sicuramente in comune con la loro versione romanzata del grande schermo è un senso dell’umorismo che non si ferma praticamente davanti a nulla e che ha più o meno la stessa funzione di quelle parole in gaelico che nel film i piccoli Mo Chara e Móglaí Bap capiscono essere «proiettili per la libertà irlandese».

Mi rimane una domanda: ma cosa gliene fregherà, agli italiani, della libertà irlandese? Perché in questo momento storico siamo così sensibili a quegli artisti che come i Kneecap o come Bad Bunny (sì, questo è il paragone che avrete, ma d’altronde lui è l’artista più ascoltato al mondo e voi dovete smettere di discriminare il reggaeton) parlano della propria terra, del suo valore culturale e umano? È qualcosa che si può riassumere così: ci sentiamo tutti schiacciati e incazzati e vogliamo solo urlare un messaggio, ovvero, “abbasso l’oppressore”. Non saremo abbastanza da riempire gli stadi o le aule dei governi, ma continuiamo insistentemente a rosicchiare i bordi. Ci prendiamo spazio dove possiamo, anche sui muri. In via Giovanni Celoria, lontano dal Magnolia, con le orecchie che fischiano, le gambe stanche e la maglia sudata, vedo affissi di fila tre manifesti che fanno da epifania: “Tax The Rich, Kneecap in concerto a Milano, Gaza Will Be Free”.

C’è ancora una postilla, che probabilmente farebbe piacere leggere ai diretti interessati: una ragazza, post concerto, raccontava a un’altra di aver cominciato a studiare il gaelico, per capire meglio i testi di quei tre lowlife scum.