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Ieri sera Vinicio Capossela ci ha ricordato quant’è bello stare a pochi metri dalla musica

Rifacendo al Blue Note le canzoni ‘All’una e trentacinque circa’, ha reso omaggio a un mondo messo in pericolo dalla pandemia. E finamente è stata musica senza distanziamento, né fisico, né emotivo

Foto: Sergione Infuso/Corbis via Getty Images

Io non lo so se ha fatto lo stesso effetto alle altre persone che ieri sera erano al Blue Note di Milano per uno dei due concerti che Vinicio Capossela ha tenuto all’interno di JazzMI, uno alle 20.30 e uno alle 23. Titolo monkiano: Round One Thirty Five. So che queste versioni quasi placide e giusto un filo sconsolate delle canzoni dell’album di debutto All’una e trentacinque circa mi sono sembrate struggenti. Ed è strano, perché non erano pensate per essere particolarmente intense, ma rilassate, da jazz club. Forse è stata solo la sensazione d’essere a pochi metri dalla musica, come due anni fa.

L’album uscì nell’ottobre 1990. Era il primo lavoro di Capossela, quand’ancora si parlava di lui come d’una specie di Paolo Conte scapigliato, tutto localacci e mito bohémien, meno originale di quel che sarebbe diventato, ma capace di raccontare in modo vivido «i dispiaceri e i demoni che passano dal fegato». Li descriveva da un punto d’osservazione singolare, un locale chiamato Pjazza a Bellaria-Igea Marina, con in testa le pagine di Bukowski, Tondelli, Fante. A causa della pandemia è andata com’è andata e perciò lo show per il trentennale lo si è visto ieri, con un anno di ritardo. È stato breve, divertente e per certi versi confortante.

Chissà dov’erano finite queste canzoni. Non le ascoltavo da anni, sepolte nella memoria da migliaia di ore d’altra musica. Per lo più seduto al pianoforte e accompagnato da Antonio Marangolo al sax (e all’occorrenza al piano, arrangiatore del disco del 1990), Enrico Lazzarini al contrabbasso (c’era anche lui trent’anni fa) e Giancarlo Bianchetti a batteria e chitarra, Capossela le ha rifatte mettendoci un pizzico di jazz. Non solo nella scelta della strumentazione e negli arrangiamenti, ma anche nello spirito. Mi sono sembrate animate da piccole variazioni grazie alle quali hanno assunto un tono quasi da conversazione fra amici. Non m’è sembrato un concerto nostalgico per un tempo andato, ma il ricordo di un modo di fare musica che sta sparendo, quello sì.

Il pubblico s’è animato giusto per il coro del pezzo che dà il titolo al disco, “Chimay, Bacardi Jamaican rum, White Lady, Beck’s beer, tequila bum bum, dry gin, Charrington, Four Roses bourbon”, quasi una liberazione dopo tante storie meste e riflessive. Capossela e i suoi sono tornati sul palco per una seconda parte più informale e piena di chiacchiere, anche leggera con un’esecuzione divertita di Tornando a casa, la storia di quello che fa tardi, mezzo ubriaco e cerca di non svegliare la compagna infilandosi nel letto. Si sono ascoltate anche La francese, versione in lingua italiana di Joana francesa di Chico Buarque, un reading dal libro Non si muore tutte le mattine su Tony Castellano, musicista che «mi ha insegnato molte cose sulla vita e poche sulla tastiera», e infine Estate di Bruno Martino, «il più grande standard italiano». Come unico bis, di nuovo All’una e trentacinque circa, birra, bacardi e bourbon.

Trovo sempre notevole la voglia di Vinicio Capossela di salire sul palco per rappresentare ogni volta un mondo diverso. Senza effetti speciali, costumi, né grandi concetti, ieri sera ci ha raccontato che la musica è anche questa cosa qui: niente divismi, ma talento musicale e racconti da passare da una persona all’altra. Il concerto sarà pure stato in ritardo di un anno rispetto all’anniversario della pubblicazione dell’album, ma è stato perfettamente sincronizzato con la riapertura dei concerti nei live club, che è poi il mondo da cui è nato All’una e trentacinque circa. Ecco cos’ha fatto ieri sera Vinicio Capossela, tra le altre cose: ci ha fatto riprovare la sensazione d’essere a pochi metri dalla musica. Musica senza distanziamento, né fisico né emotivo: era proprio quello che ci voleva.

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