Ieri sera Salmo ha dimostrato che è il più forte… quando vuole | Rolling Stone Italia
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Ieri sera Salmo ha dimostrato che è il più forte… quando vuole

Il tour di 'Flop' è arrivato al Forum. È diviso in tre parti: con la band elettrica, spettacolare; in acustico; in formato dj set. Quando non si fa prendere dalle manie di grandezza o da baracconate da discoteca, Salmo è avanti. Il pubblico lo seguirà?

Salmo al Forum di Assago (MI), 12 dicembre 2022

Foto: Arianna Carotta

Puoi portare Lazza sul palco, puoi portarci Noyz Narcos, puoi portarci anche Marracash, ma nulla, c’è poco da fare: come precisione, come intonazione, come metrica, come forza del flow in un confronto diretto secco, il vincitore finale sarà sempre e comunque Salmo. Il che non significa sia lui oggettivamente il migliore rapper in assoluto, ovvio: perché lì entrano in campo mille considerazioni variabili e complesse, tra cui anche i gusti personali. Ma ieri a Milano c’è stato davvero un confronto diretto – abbiamo infatti elencato qui gli ospiti a (semi) sorpresa che hanno raggiunto il padrone di casa on stage, durante la sua prima data al Forum in questo Flop Tour – e nulla, era chiaro chi era che se la comandava, era chiaro chi era il più forte.

Poi ok: quando il padrone di casa sei tu, sai che il tuo microfono è mixato al meglio, sei rodato da tutto il concerto, entrare al volo a fare due rime com’era il compito degli ospiti è sempre un po’ penalizzante, eccetera eccetera. Ma al netto di tutto questo c’è da riaffermare una cosa che si sente dire e si legge in giro troppo poco spesso: Salmo è clamorosamente bravo. Proprio da un punto di vista tecnico. In una fase poi in cui salgono alla ribalta dei (t)rapper non così folgoranti tecnicamente – eufemismo – l’abisso poi è proprio impressionante. Ma come dicevamo: pure coi coetanei, con quelli più âgée, il primato è suo, nettamente. Nella mera metrica, nel mero flow, nella mera intonazione, il primato è suo.

Foto: Arianna Carotta

Il problema di Salmo – ma anche la sua fortuna – è che è sempre stato troppo crossover per essere hip hop, è sempre stato troppo giovane per essere old school, è sempre stato troppo irregolare & contaminato per diventare un classico, è sempre stato troppo innamorato del suo mostruoso talento nel flow per lavorare più in profondità nei testi (ma qui le cose stanno cambiando: ci arriviamo), ed è sempre stato troppo stronzo e spacchiuso per essere amato dai buoni e sempre troppo intelligente ed articolato per essere amato dai cattivi. Problema/fortuna: sì, perché proprio questo stare nel mezzo gli ha permesso di essere la persona giusta al momento giusto, massimizzando meriti, talento, lavoro, risultato.

Ha traghettato infatti dalla sua parte con le sue schitarrate metal-crossover – che fanno chiaramente parte del suo background – dei delusi del rock che non si fidavano dell’hip hop; ha conquistato gente a cui non gliene fregava granché del rap e dei suoi birignao, ma apprezzava l’adrenalina; ha portato dalla sua parte chi aveva voglia di amare una voce non museale e molto immediata & colloquiale, senza per questo passare per bimbominkia o trasformarsi in esso. Se Salmo fosse emerso un attimo prima (prima del 2010, quando Fibra e Dogo rimettevano pesantemente l’hip hop sulla mappa) o un attimo dopo (attorno al 2015, quando emergevano le nuove voci più o meno trap) sarebbe stato messo in ombra dall’hype del momento. Invece, il suo timing è stato perfetto. In una fase di passaggio del rap come genere musicale dominante, lui è emerso come l’unica nuova voce consistente, credibile, cazzutamente forte, preparata, con personalità. E si è costruito così una fanbase della madonna: non gliel’ha regalata nessuno, occhio, se l’è presa a rime, morsi, spintoni e soprattutto con un lavoro di qualità estrema, suo e del suo team.

Salmo e gli ospiti del Forum, Marracash, Noyz Narcos, Lazza. Foto: Arianna Carotta

Tutto meritato. Unico problema: a un certo punto lui e chi per lui se la devono essere sentita troppo calda, vedi la scelta del concerto a San Siro (gli addetti ai lavori lo sanno: se fai uno stadio, devi andare sold out) ma non solo quella, e tra gli addetti ai lavori è iniziata a girare la voce che figo Salmo, sì, bravo, bravetto, bravone, ma comunque è uno di quelli che se organizzi un suo concerto purtroppo ti fa perdere soldi, non è insomma così bravo bravetto bravone, o almeno non lo è quando passi al rapporto costi/benefici. Uno potrebbe anche fregarsene del parere degli addetti ai lavori, influenzato com’è dal loro personale portafogli e non dall’arte, ma il problema è che esso è come la tigna: nasce, cresce e si diffonde un po’ ovunque, anche lì dove non dovrebbe stare, anche lì dove non dovrebbe tracimare – ovvero piano piano anche fra il pubblico “normale”, quello che paga il biglietto e sancisce per davvero quanto un artista sia potente o meno.

Ritornare poi a Milano a pochissimi mesi dal concerto-evento stadiesco del 6 luglio scorso era un rischio, così come un mezzo rischio erano e sono le altre date di questo tour indoor (ma la pandemia ha fatto impazzire i calendari e le pianificazioni, quindi date e tour si affastellano in modo convulso). A tutte queste considerazioni Salmo ha risposto nell’unica modalità di cui poteva avere il pieno controllo: sforzarsi di confezionare un concerto della madonna.

C’è riuscito? In buona parte, sì. Concerto molto lungo, splittato in tre parti: la prima gargantuesca nell’adrenalina e nella spettacolarità, pigiando l’acceleratore sul lato crossover-metal-rap; la seconda sorprendentemente acustica (ma l’essersi esibiti in anteprima qualche mese fa per un gigante che inizia con “A” e finisce “mazon” in questo assetto ha spoilerato la sorpresa); la terza in versione dj/luna park/cassa dritta, con ospiti al micrfono, lo scoppiettante e preparato Damianito a scratch e mixaggi, effetti luci da discotecone EDM.

Se della terza si fosse fatto a meno, o almeno se la si fosse spostata in un’altra location trasformandola per davvero in aftershow da club, sarebbe stato molto meglio. Perché la dialettica fra le prime due è stata perfetta, ed è stata declinata anche in modo molto acuto, molto intelligente. Quello che infatti è parso mancare al primo terzo (sì, potentissima e poderosissima la band, notevolissimi e giganteschi per forma e suggestione i visuals, strepitoso per costanza d intensità Salmo stesso; ma c’era qualcosa che non andava, si faceva trenta ma non trentuno), è stato poi perfettamente raccontato e “recuperato” dalla seconda parte dello show, quella acustica.

Foto: Arianna Carotta

Della prima parte abbiamo sofferto il fatto che i musicisti fossero schierati tutti su una stessa linea che occupava orizzontalmente l’intero palco: è sempre una idea bella sulla carta, perché i singoli musicisti sembrano così ciascuno un diverso supereroe, ma brutta nella realtà, perché diventa tutto un po’ freddo e irreale, anche i Subsonica fecero anni fa questo errore per poi non rifarlo mai più, perché più che un concerto diventa un rendering e/o una mezza fiera delle vanità. Ed anche i visuals: potenti, ok, potentissimi, ma un po’ pacchiani, un po’ troppo occupati a strappare l’effetto-wow che a creare una coerenza stilistica e narrativa.

Bene, tutto questo è stato perfettamente emendato quando Salmo e la band, dopo una pausa di un paio di minuti, sono riapparsi per il blocco successivo dello show su un palco secondario, ridotto e intimo, di fronte ai banchi mixer, abbandonando il palco centrale, ed esibendosi davvero come si fosse in una cantina tra amici: in semi-acustico, suonando tutti raccolti, con tono confidenziale ed evitando ogni mossetta da stadio, senza nemmeno mezzo visual dietro (se non qualche ripresa live riproposta sullo schermo del palco centrale). Un anti-climax che avrebbe ammazzato un cavallo, ma non Salmo e la sua band. Che anzi sembravano ancora più a loro agio in questo contesto: più tranquilli, più sorridenti, meno prigionieri della retorica da live trionfale, ma altrettanto intensi come nella prima parte dello show, se non di più. Davvero: è raro vedere un concerto semi-unplugged e su un palco piccoletto essere così partecipato da 12.000 persone. Un mezzo miracolo. Anzi. Un miracolo intero.

Foto: Arianna Carotta

Ma quando sei bravo, quando hai avuto l’intelligenza di costruirti negli anni una backing band favolosa (l’assetto attuale per questo tour è Frenetik, Jacopo Volpe, Dade ex Linea 77, Marco Azara, Riccardo Puddu, più l’aggiunta di un violoncello nella parte acustica), quando ti alleni invece di pensare solo a fare i post, le marchette per i brand e i selfie (per fare un concerto così, devi avere una preparazione fisica e mentale della madonna), riesci anche nei miracoli.

È stato un po’ un peccato sporcare successivamente questo miracolistico anti-climax con una terza parte discotecara/clubbara che, francamente, era davvero evitabile: invece di rappresentare un trionfo totale-finale, è stata un’appendice fracassona e inadeguata, lei sì molto retorica e approssimativa: Salmo forse deve ancora comprendere che i meccanismi del clubbing migliore hanno bisogno di tempo, e non puoi passare da zero a cento prendendo davvero con te tutta la gente di fronte. Più d’uno infatti è rimasto indietro: c’era più entusiasmo corporeo per il tamburello in acustico che per la rimbombante cassa in quattro su mega-hit da dancefloor sparata a volume letale, e tutto questo è un grande paradosso.

Foto: Arianna Carotta

Resta una domanda: il pubblico di Salmo, che magari non basta per riempire San Siro ma per fare un bel po’ di date nei palasport di mezza Italia mandandoli sold out due volte su tre sì, è sintonizzato davvero con l’evoluzione del suo beniamino? Essendo un concerto lunghissmo, ci sono anche molti brani vecchi: ed è evidente la crescita che ha avuto negli ultimi anni l’artista sardo dal punto di vista della scrittura. Si è passati dalla rima-per-la-rima (copiando anche un po’ sottotraccia qualche modello old school, vedi Neffa o Kaos) dei pezzi vecchi a un lavoro di analisi, critica ed osservazione particolarmente incisivo e particolarmente acuto (e, senza spoilerare niente, lo si capisce in modo nitido nel modo in cui si è deciso di legare prima e seconda parte dello show, con un discorso parlato molto articolato e consapevole su realtà virtuale ed altri merletti). Una crescita tale, quella di Salmo, che quando si è messo a rappare sul tappeto semi-acustico approntato dai suoi sodali di palco abbiamo pensato che forse in questo momento lui è il rapper più “adulto” che abbiamo in Italia, almeno potenzialmente.

A Milano abbiamo visto che il pubblico lo ha seguito, in questa evoluzione; resta però il sospetto che fosse un entusiasmo ancora indotto dalla trasfusioni di adrenalina e grandeur della prima parte del concerto, che da reale convinzione e consapevolezza. Consapevolezza che Salmo di suo invece ha, ha eccome: e se mantiene la lucidità e non si fa prendere dalle manie di grandezza, se continua ad essere in questa forma fisica e mentale, ha davanti a sé almeno altri vent’anni di dominio delle scene. E se non sarà mai più negli stadi, beh, chi se ne frega.

Foto: Arianna Carotta

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