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Ian Anderson: «I vecchi fanno musica migliore»

I Jethro Tull hanno portato a Firenze il tour che celebra i 50 anni di attività. I ragazzi di oggi non c’erano. Quelli di ieri si sono divertiti parecchio

I Jethro Tull al Teatro Verdi di Firenze il 5 novembre 2019

Foto: Marco Borrelli

Chiedete ai tanti musicisti che hanno fatto la storia del gruppo e che sono stati scaricati dalla mattina alla sera, a volte in malo modo, magari con una lettera inviata per posta al termine di un tour di successo: i Jethro Tull sono Ian Anderson. E sono nuovamente in Italia con un tour iniziato nel 2018 e dedicato ai 50 anni di attività. L’età media degli spettatori presenti ieri sera al Teatro Verdi di Firenze è piuttosto alta. I ragazzi di oggi non ci sono, ma sono tanti quelli di ieri. «Dipende da dove suoni e in quale periodo dell’anno», racconta Ian Anderson a Rolling Stone. «Nei concerti all’aperto e nei paesi dell’America Latina ci sono più ragazzi, perché lì sviluppano da subito l’amore per il classic rock».

La scaletta è nel segno dell’autocelebrazione. Le canzoni sono introdotte da video in cui ex membri e ospiti introducono il successivo brano in scaletta: Mick Abrahams per la blueseggiante Someday The Sun Won’t Shine For You, Clive Bunker celebrato nella muscolare Dharma For One, Slash chiamato per lanciare Aqualung e accolto da un boato, Steve Harris degli Iron Maiden che apre la seconda parte dello show con Passion Play. Appare su video anche Tony Iommi, che suonò brevemente nei Tull per poi tornare agli Earth, che sarebbero diventati Black Sabbath. «I video» spiega Anderson «servono per dare un contesto alla canzone o creare un atmosfera. A volte hanno a che fare con i testi del pezzo, altre volte con la storia della band. Vogliamo dare agli spettatori qualcosa da guardare che non siano cinque eleganti signori che invecchiano sul palco».

La prima parte della scaletta del concerto celebra i primi anni di attività della band, con immagini d’epoca proiettate sullo schermo alle spalle dei musicisti. Scorrono pezzi come A Song for Jeffrey, For a Thousand Mothers, Bourée, My God e Thick as a Brick. «Quando ho dato vita alla band», racconta Anderson, «volevo una carriera lunga come quella dei musicisti da cui ero influenzato, che arrivavano dal blues o dal jazz e che avevano l’età di mio padre. Sono cresciuto con l’idea che la musica migliore fosse fatta dai vecchi, gente sufficientemente fortunata da suonare per tutta una vita. Non che tutti i miei miti siano riusciti ad invecchiare…».

Anderson soffre di un cronico mal di schiena e il perché è chiaro. Nonostante l’età (è del ’47, i conti fateli voi), non si risparmia un attimo. Il colore vermiglio della barba e dei capelli è andato e ogni tanto la voce è sovrastata dalla musica, ma Anderson stasera è in forma e ha voglia di divertirsi e divertire. Non si separa mai dal flauto, se non su Too Old to Rock’n’Roll Too Young to Die quando imbraccia la chitarra. I visuals raramente rubano la scena. La seconda parte scorre via veloce, sulla forza di brani amatissimi come Songs From the Wood, l’inevitabile Aqualung e la conclusiva Locomotive Breath, una jam che suscita una standing ovation. L’immagine finale della serata, il maxischermo che proietta il logo dei Jethro Tull realizzato con le facce dei tanti musicisti che si sono alternati nel corso dei 51 anni di vita band, simbolizza bene l’idea celebrativa del tour. I ragazzi di oggi non c’erano. Ma quelli di ieri c’erano tutti, e si sono divertiti un casino.

Nel futuro della band c’è un nuovo disco, ma il consiglio è quello di non trattenere il respiro nell’attesa. «È pronto a metà, il problema è che sono sempre in tour e non ho tempo per completarlo. Difficilmente uscirà prima del settembre 2020. Sarà un disco di progressive rock con anche alcune tracce più acustiche, un mix di stili». L’altra novità è l’uscita imminente del libro ufficiale The Ballad of Jethro Tull che ricostruisce la storia della band attraverso 700 fotografie tratte anche dalla collezione personale di Anderson.

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