La prima volta che i Placebo hanno suonato a Milano da headliner, nel 1998, Brian Molko ha rischiato di morire investito da una macchina. Poco prima del concerto, il leader della band era uscito dal ristorante in evidente stato di alterazione da sostanze di vario tipo e si era messo a cantare sul tettuccio di una Fiat Punto parcheggiata lì vicino.
Fortunatamente, il tour manager Levi Tecofski lo aveva tirato giù prima che il proprietario dell’auto lo riempisse di mazzate. Non pago, Molko si era lanciato in mezzo alla strada e soltanto grazie all’intervento di Tecofski – che lo afferrò per un braccio e tirandolo indietro – non era finito sotto un’auto che sopraggiungeva proprio in quell’istante.
Per quanto possa sembrare assurdo, quello era il periodo d’oro della band, che aveva esordito appena due anni prima come power trio, incrociando le chitarre abrasive dei Sonic Youth con l’oscurità dei Depeche Mode. Ne era scaturito una sorta di punk rock romantico, con testi sessualmente ambigui, carichi di angoscia adolescenziale e pessimismo relazionale post-coitale. Una nuova voce sonora fuori dal coro, lontana anni luce dal britpop di Oasis e Blur che dominavano la scena britannica dell’epoca.
Trent’anni dopo, i Placebo tornano sul palco del Forum di Assago da rockstar adulte e consapevoli (qui le nostre foto), con una formazione allargata che dal vivo prevede, oltre allo storico duo di superstiti composto da Molko (chitarra e voce) e Olsdal al basso, anche altri quattro musicisti: Matt Lunn alla batteria, Nick Gavrilovic alla chitarra, Bill Lloyd al basso e tastiere e Angela Chan al violino e tastiere.
Ad attenderli ci sono un procedimento giudiziario ancora in corso per insulti a Giorgia Meloni e una folla adorante di millennial dalle unghie smaltate di nero. Sono per lo più ex adolescenti disadattati degli anni ’90, che magari oggi hanno messo su famiglia, ma che in quegli anni ne avevano trovata una alternativa e altamente disfunzionale in un gruppo di musicisti “freak” tanto quanto loro. Ci si guarda tra sconosciuti all’ingresso ma ci si riconosce subito.
Il 30th Anniversary Tour dei Placebo è strutturato come il Ritorno al futuro dei concerti. Le canzoni in scaletta sono estratte soltanto dai loro primi due album, l’eponimo esordio del ’96 e Without You I’m Nothing del ’98. Ma, a differenza di quanto si possa pensare, non è il classico concerto-nostalgia. Le canzoni nel frattempo sono cambiate. Dietro il tour c’è infatti il progetto Placebo RE:Created, attraverso il quale le canzoni del primo album sono state rielaborate, riarrangiate e reincise per tornare ad essere nuovamente splendenti e in linea con il XXI secolo. Non uno stravolgimento – le canzoni sono ancora tutte perfettamente riconoscibili – ma un modo per rendere loro giustizia e riallinearsi con esse, sentirle nuovamente vive e pulsanti, come le ferite emotive da cui erano scaturite trent’anni fa.
Il concerto si apre con le immagini della band che scorrono a ritroso nel tempo fino al 1996, accompagnate dalle note introduttive del Sirens Club Mix di Bionic. Poi, sul gigantesco telone che ricopre interamente il palco, compare la scritta The Past Is Present a caratteri cubitali a cui fa seguito l’inconfondibile suono ipnotico in Re diesis dell’apertura di Pure Morning. Il telone si abbassa e la canzone esplode in tutta la sua fragorosa purezza: benvenuti al compleanno dei Placebo. Grazie, Brian e Stefan, ci avete già convinto al ciao.

Foto: Gaia Menchicchi per Rolling Stone Italia

Foto: Gaia Menchicchi per Rolling Stone Italia
Siamo tutte bimbe di Molko e Olsdal. Al mio fianco, infatti, si materializzano due ragazze mega-fan che urlano come se fosse la prima volta, anche se in realtà mi confessano di averli già visti decine di volte. Io no, ma in tempo zero mi sento già una di loro. Mi manca solo la maglietta che comprerò dopo perché la prima regola del Fight Club è che non si va al concerto del gruppo con la maglietta del gruppo. La seconda regola, a quanto pare, è che stasera non si fanno foto e video, ma ci arriveremo poi.
La walk of shame diventa subito motivo di orgoglio nel furore di Come Home: una canzone che prima di questo tour non veniva eseguita da almeno vent’anni e che suona oggi ancora più potente di allora, con l’aggiunta di altre linee di chitarra a supporto. È sostanzialmente questo il trucco del progetto RE:Created: un rafforzamento generale del suono, che diventa così meno grezzo e più potente, denso, corposo. Adesso siamo davvero a casa.
Molko e Olsdal, in canotta e maglia sbrilluccicante, si muovono in prima linea senza fermarsi un secondo, continuano a scambiarsi le posizioni da una parte all’altra del palco e a cambiare gli strumenti una canzone via l’altra, come a un pit-stop di Formula Uno. Il resto della band rimane sullo sfondo, sebbene la presenza si senta eccome. Tra le varie girandole di strumenti, in You Don’t Care About Us fa la sua apparizione sua maestà Fender Bass VI: ovvero il basso a sei corde di Olsdal che aggiunge una gamma di suoni più complessa e ricca di sfumature. L’assalto sonoro dei Placebo è puro, inarrestabile e relativamente privo di espedienti tecnologici.
Per sovvertire il sound rock classico, Molko a volte suona la chitarra come se fosse un basso, mentre Stefan suona il basso come se fosse una chitarra, trasformandosi così in una sorta di via di mezzo tra un bassista e un chitarrista solista. Sono questi piccoli approcci eccentrici che hanno sempre reso unico il suono dei Placebo. Tra i tanti, ci sono almeno altri due elementi caratteristici del modo di suonare di Brian Molko che incidono sul sound dell’intero concerto. Uno è il suo modo di strimpellare furiosamente la chitarra dietro il ponticello per ottenere un’atmosfera dissonante, alla Sonic Youth del periodo Evol. L’altro è il suono più penetrante della chitarra che deriva dalla sua accordatura caratteristica, e ormai nota, in Fa, La♯, Re♯, Sol♯, Do, Do. La risonanza di questa accordatura è diventata una delle inconfondibili impronte sonore della band perché si adatta meglio all’estensione vocale e al timbro unico della voce di Molko. Per capirci, è quella che abbiamo sentito nell’incipit di Pure Morning e che ritorna anche nella poderosa sequenza di accordi di Without You I’m Nothing, enfatizzandone le corde a vuoto.
Il brano che ha stregato persino David Bowie irretisce tutto il pubblico del Forum, trasportandolo verso una seconda parte del concerto che si aprirà anche ad atmosfere più meditative. Un concerto celebrativo di questo tipo è infatti un’occasione unica per ascoltare non solo i singoli clamorosi più famosi (vedi le splendide Teenage Angst e Nancy Boy), ma anche le gemme più rare e nascoste, in un’alternanza di atmosfere quasi perfetta, tra pezzi più meditativi, come My Sweet Prince e brani più tirati, come Brick Shithouse.
A guadagnarci, in queste nuove esibizioni dal vivo sono soprattutto le canzoni del primo album. L’operazione di ri-creazione, per quanto non invasiva, ha dato i suoi frutti, rendendole migliori delle loro versioni precedenti, con tagli, innesti e potenziamenti opportuni: dall’eliminazione del didgeridoo in I Know, all’aggiunta dei bridge in francese di Bruise Pristine fino alla nuova outro a base di synth di Lady of the Flowers, che dà maggior slancio alla canzone proprio lì dove ne aveva più bisogno.
Molti dei testi dei primi Placebo parlano di gente che si sente soffocare, a cui manca l’aria, che è bloccata, paralizzata, cristallizzata nell’ambra; diversi video li vedono suonare sott’acqua senza ossigeno. Ecco, a trent’anni di distanza, sembra che quelle canzoni siano tornate finalmente a respirare e a muoversi liberamente con loro.
Unica eccezione negativa: la versione rallentata di 36 Degrees, che però è figlia di una rielaborazione precedente. Da anni ormai la canzone è stata canonizzata da Molko nella sua versione più lenta ed eterea, reincisa nel 2005, che quasi più nulla ha a che fare con il tiro cazzutissimo e l’esuberanza giovanile dell’originale. Inoltre il finale sarebbe molto più incisivo se invertissero gli encore e chiudessero con Every You Every Me invece che con la cover di Running Up That Hill di Kate Bush, che, anche in questo caso, non regge il confronto con l’originale. Anche perché – e Stranger Things l’ha dimostrato – niente e nessuno può.
Ma sono questioni di lana caprina. Il concerto è una bomba dall’inizio alla fine e l’effetto nostalgia dell’operazione è stato in qualche modo alterato in maniera futurista: sì, erano le canzoni della nostra giovinezza, ma in qualche modo, no, non lo sono più. C’è qualcosa di diverso, magari anche solo un dettaglio che le proietta in avanti: sono sempre loro, in fondo, ma sono anche maturate e cresciute insieme a noi. È questa la nostalgia futurista dei Placebo. Come se la band fosse salita sulla DeLorean di Marty McFly e avesse cambiato il passato per modificare il presente e il futuro. I Placebo hanno strappato quelle canzoni al loro tempo e le hanno portate nel nostro, consegnandole a una nuova dimensione temporale indefinita. Quello che abbiamo vissuto è stato, quindi, un vero e proprio viaggio nel tempo. Non solo all’indietro, ma anche e soprattutto in avanti.

Foto: Gaia Menchicchi per Rolling Stone Italia

Foto: Gaia Menchicchi per Rolling Stone Italia
Mi sarebbe piaciuto terminare così, ma non si può parlare di questo concerto senza affrontare la questione dei telefoni, che sul finale hanno fatto incazzare di brutto Brian Molko, facendolo andare via in malo modo. Lo sapevamo, Molko non ha mai nascosto la sua avversione nei confronti dell’uso degli smartphone durante i suoi concerti e in passato più di una volta ha interrotto o sospeso le esibizioni proprio per questo motivo. Ma anche se ci fosse stato qualcuno che non lo sapeva, sarebbe stato impossibile non venirne a conoscenza.
Innanzitutto ai lati del palco c’erano due maxi-schermi con su scritto Better without your phone. Inoltre, prima che iniziasse il concerto ci sono stati ben due annunci ufficiali – uno da parte dell’organizzazione e uno direttamente dalla voce di Molko – che invitavano caldamente a non usarli per godersi il momento di persona e non attraverso il filtro di uno schermo. Infine, Molko lo ha anche ribadito mentre era sul palco, prima invitandoci a godere del concerto come se fossimo nel 1996 e poi con toni più minacciosi.
In qualche modo è stato come ritornare a quel tempo, ma non proprio. Perché all’epoca non esisteva concretamente quella possibilità. Adesso, invece, sappiamo che esiste, ma ci è stato chiesto di auto-limitarci. Quindi sì, è come vivere un concerto degli anni ’90, ma proiettato nel futuro. Il concerto phone-free non è stato quindi imposto tramite misure cautelari, ma affidandosi al buon senso civico delle persone. I telefoni non sono stati ritirati e sigillati in busta chiusa come in una dittatura distopica, ma è stato caldamente raccomandato al pubblico di tenerli in tasca per consentire a tutti di vivere un’esperienza collettiva più presente e partecipata.
Ha funzionato? Non del tutto, nel senso che effettivamente dalla mia postazione ho potuto constatare un uso molto ridotto dei telefoni da parte degli spettatori rispetto a quella che è ormai la prassi consolidata. Tuttavia, su alcune canzoni particolarmente sentite e soprattutto sui due brani dell’encore i telefoni alzati sono aumentati sensibilmente. Molko avrebbe pure potuto chiudere un occhio visto che eravamo a fine concerto, ma anche noi ci abbiamo messo del nostro per indispettirlo. Il concerto ri-creato dei Placebo è stato davvero il Ritorno al futuro dei concerti, ma forse noi non siamo ancora pronti per questo. Chissà, magari ai nostri figli piacerà.













