«Venite con me, rimarrete sconvolti da quante hit ascolterete». Parola di Noel Gallagher, che qualche tempo fa, in una intervista a una radio inglese ha confessato la sua passione per i Pet Shop Boys, sfidando ironie e snobismi di chi considera la parola pop alla stregua di una parolaccia e il genere in questione figlio di un dio minore. Per questo non deve stupire che questo il Medimex, International Festival & Music Conference, che si tiene a Taranto promosso da Regione Puglia e Puglia Culture, per il suo programma di concerti alla rotonda del lungomare di Taranto abbia derogato al suo taglio tradizionalmente e fieramente rock, che negli anni ha portato da Iggy Pop ai Massive Attack, dai Placebo a Nick Cave e Liam Gallagher, per dedicare una serata al pop con la “P” maiuscola (l’ultima sera si torna nei binari con Slowdive e Suede). Per due ore Neil Tennant e Chris Lowe hanno portato i quasi cinquemila spettatori presenti in un lungo viaggio attraverso 40 anni di hit, con un focus evidente sugli anni 80 senza però dimenticare altri periodi per un gruppo che in questi anni, anche una volta passato il momento delle grandi vendite, non ha mai smesso di pubblicare musica nuova mantenendosi sempre sopra livelli più che dignitosi.
Il Dreamworld: The Greatest Hits Live Tour va avanti ormai da quattro anni, dopo essere partito proprio dall’Italia con una data all’Arcimboldi di Milano nel maggio 2022, e in questo periodo ha anche generato un album live e una ripresa video passata dai cinema prima di finire ai blu-ray. E ancora una volta il duo ha scelto l’Italia come base di partenza, lanciando da qui la nuova leg estiva di questo giro del mondo senza fine. D’altro canto in questo periodo musicalmente strano, fatto di grandi “eventi” e poca musica che riesca a fronteggiare la prova del tempo in un bulimico “ascolta e dimentica”, chi può permettersi un repertorio così ricco di canzoni rimaste nell’immaginario collettivo è autorizzato a sfruttarlo senza cedimenti.

Foto: Uff. Stampa Medimex
E così i Pet Shop Boys, che in questi giorni hanno girato per Taranto, tra un pranzo e una visita alla città vecchia, mescolandosi tranquillamente alla gente, ripartono da qui, in una serata aperta dall’elettronica martellante dei baresi Agents of Time, prima di tornare in Italia il 7 luglio a Mantova. A quattro anni di distanza dal suo debutto lo spettacolo non dà segni di stanchezza, è una macchina da guerra oliata senza punti deboli. Che si apre con Tennant e Lowe da soli sul palco, sotto le luci di due lampioni che li illuminano davanti a un maxischermo su cui scorrono linee geometriche che si rincorrono e con i volti nascosti da maschere a forma di diapason. È Suburbia a dare il via alle danze, un pezzo che mostra da subito la doppia anima dei Pet Shop Boys: synth pop melodico con un testo che parla della violenza dei sobborghi di Los Angeles e Brixton, insomma non certo sole, cocktail e amorazzi estivi.
Ci vuole tutto il primo blocco, che comprende tra le altre Can You Forgive Her, Opportunities e il medley tra le cover di Where The Streets Have No Name degli U2 e il classico Can’t Take My Eyes Off You, perché il palco si sveli nella sua interezza: una squadra di operai, con tanto di caschetto e giubbetto con strisce catarifrangenti, interviene a spostare i lampioni e le tastiere di Lowe e dà modo al maxischermo di alzarsi e rivelare la band di supporto, composta dal percussionista e corista Bubba McCarthy, il multistrumentista Simon Tellier e la tastierista e corista Clare Uchima. Può partire così un blocco dove la parte del leone la fanno alcune grandi hit come Domino Dancing, dove Tennant invita il pubblico a cantare con lui e il pubblico non si fa pregare accompagnando a gran voce tutti i ritornelli, e poi l’iconica Paninaro, tributo a una sottocultura tutta italiana che ha segnato i nostri anni 80, e You Were Always On My Mind. Ma ci sono anche Loves Comes Quickly, una canzone che il solito Noel Gallagher ha detto avrebbe voluto scrivere lui, “con quella melodia da urlo”, e la nostalgicamente autobiografica The Pop Kids (They called us the pop kids / ‘Cause we loved the pop hits / And quoted the best bits), tra le cose migliori del repertorio più recente.
Se i visual sono innegabilmente una parte fondante dello show, al punto che solo due brani in tutta la sera non sono accompagnati da immagini, l’uso soprattutto di figure geometriche in movimento piuttosto che esplosioni di colori fa sì che queste non rubino mai attenzione alla musica ma si fondano con essa in un perfetto gioco di sponda tra audio e video.
Ultimo blocco con ennesimo cambio d’abito di Tennant che incurante del caldo tarantino passa da un impermeabile all’altro: ci sono Dreamland, Heart, What Have I Done To Deserve This, in cui Tennant duetta con la Uchima, e la cover di It’s Alright di Sterling Void. Ma soprattutto fa la sua ricomparsa Go West, il brano dei Village People che inizialmente inserito nella setlist era stato rimosso da più di un anno a causa di una controversia legale sui diritti. La canzone invece riprende fieramente il suo posto accompagnata da immagini d’epoca di marce per l’affermazione dei diritti della comunità LGBT. E poi a chiudere It’s A Sin, dove melodia e potenza sintetica raggiungono l’apice. I bis sono dedicati a due gioielli come West End Girl, accompagnata dalle immagini del video originale del 1984, e Being Boring, dove i lampioni sul palco si moltiplicano grazie al visual che in qualche modo avvolge i due. Un paio di anni fa Neil Tennant, tenendo fede ai suoi esordi come critico musicale, ha avuto modo di puntare il dito contro Taylor Swift, non come performer ma come autrice: «Dove sono i suoi successi? Qual è la sua Billie Jean?». I Pet Shop Boys hanno dimostrato ancora una volta che di Billie Jean loro ne hanno almeno cinque.















