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I Jesus and Mary Chain sono ancora “effortlessly cool”

Si parte col racconto del litigio alla House of Blues, poi avanti tutta col feedback (un po’ tenuto a freno), ospite Marta Del Grandi, finale dark pop. Tutto giusto ieri sera all’Alcatraz di Milano. Anzi, quasi tutto: perché quei synth registrati?

Foto: Mattia Zoppellaro

“Meglio notificare all’altro fratello che non si va da nessuna parte”. Il concerto milanese dei Jesus and Mary Chain, unica tappa italiana del loro tour europeo andata in scena ieri sera all’Alcatraz, inizia con il racconto del loro storico scazzo sul palco della House of Blues di Los Angeles, quello che per nove anni mise fine alla storia della band. Il pezzo si chiama JAMCOD, e quell’OD sta proprio per overdose, «perché i Jesus and Mary Chain si sono fatti un’overdose di tutto» ci ha spiegato Jim Reid in una recente intervista. E anche il live che stanno portando in giro è un’overdose di tutto quello che lui e suo fratello William sono stati nel corso della loro storia.

Presentato come celebrazione dei 40 anni di carriera, è in realtà a tutti gli effetti il tour promozionale di Glasgow Eyes (l’album più presente in scaletta), disco uscito qualche settimana fa in cui le chitarre da sempre marchio di fabbrica della band lasciano ampio e inedito spazio a synth tendenti più ai Suicide che ai Kraftwerk, le fonti di ispirazione dichiarate. In concerto purtroppo questi synth sono presenti solo attraverso basi registrate, ma è l’unica vera critica che si può fare a un live in cui anche i difetti sono in realtà pregi, o perlomeno rappresentazioni autentiche di quello che i due di Glasgow sono sempre stati quando si sono ritrovati su un palco.

Come quando sbagliano l’attacco della seconda canzone in programma. Una rullata del batterista Justin Welch (qualcuno si ricorda degli Elastica di Justine Frischmann, la first lady del Brit pop? È proprio lui) e poi tutto si ferma. Tanti anni fa i Mary Chain sbagliarono l’attacco di Just Like Honey, non un loro pezzo qualsiasi, sul palco del Primavera Sound, non una ribalta qualsiasi. Ma come detto, i loro difetti sono in realtà pregi, come quelli delle persone di cui capita di innamorarsi. Anche perché in questo caso il pezzo con l’attacco sbagliato è una versione poppissima di Happy When It Rains, e allora come si fa a voler male a questa band?

La voce di Jim, sepolta nel mix degli strumenti, non è cambiata granché rispetto agli esordi. E sempre lo stesso è il suo modo di piegarsi verso l’asta del microfono, con due-tre giri del cavo tenuti nella mano destra. Effortlessly cool, dicono i britannici, un po’ come è sempre stato tutto ciò che ha riguardato la band. William dal canto suo si tiene un po’ in disparte, due passi indietro e mai un cenno di intesa con il fratello, ma il cespuglio dei suoi capelli ormai bianchissimi rende più che riconoscibile la sua sagoma, illuminata da dietro come quella di tutti gli altri. Sembra suonare all’interno di un suo piccolo laboratorio personale, separato dal resto del gruppo (classica formazione due chitarre-basso-batteria), astratto da tutto ciò che lo circonda sotto un paio di occhialini da vista.

Quando parte il riff di The Eagles and The Beatles, uno dei pezzi nuovi, qualcuno del pubblico ci canta sopra I Love Rock ‘N’ Roll di Joan Jett & The Blackhearts, e la cosa ci sta alla grande. Questo per dire che, nonostante i fratelli Reid siano sempre stati giustamente considerati bandiere dell’alternative, le fonti di entrambi i pezzi appartengono a una classicità rock già presente nel manifesto di Psychocandy (1985), programmatico fin dal titolo, melodie Beach Boys/Ronettes e feedback Velvet. Il risultato è ancora oggi un immenso gruppo pop, la sua meravigliosa versione del pop, ovviamente. I Mary Chain 2024 usano il feedback con moderazione, regalando al pubblico singoli come Some Candy Talking, Blues From a Gun e la Head On a suo tempo omaggiata dai Pixies di Trompe Le Monde (1991), esempio tutto sommato raro di band che incide la cover di un gruppo contemporaneo.

Poche, pochissime le parole rivolte da Jim al pubblico, a parte un «fate rumore che torniamo» alla fine della prima parte del concerto. Per i bis, presentata solo come Marta, arriva Marta Del Grandi, che come già accaduto in passato duetta con gli scozzesi su Sometimes Always (nella cui versione originale la voce era quella di Hope Sandoval dei Mazzy Star) e Just Like Honey. Si chiude con Reverence, altro singolo che fin dal testo è un piccolo capolavoro del pop oscuro di cui la band è maestra. “Voglio morire come JFK, voglio morire in un giorno di sole”. Sì, però “con la radio accesa”.

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