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I Foo Fighters in streaming sono una lezione di potenza e precisione

Non c’è niente come un concerto senza pubblico per capire quanta tecnica e cura dei dettagli ci sia dietro il muro di suono della band: da ‘All My Life’ all’ultima ‘Shame Shame’, il set dei Foo è una dimostrazione di forza

Foto: Jim Dyson/Redferns via Getty Images

Qualche anno fa, tra i bonus della ristampa dello storico concerto dei Queen allo stadio di Wembley, venne inserito un video delle prove pomeridiane della band. La cosa che tutti sottolinearono fu che il gruppo, e in particolare Freddie Mercury, si stesse esibendo come se avesse avuto di fronte a sé ottantamila persone e non un pugno di roadie e di tecnici del suono. Nessuno avrebbe potuto immaginare che, più di trent’anni dopo, quello potesse diventare un modello di show a pagamento. Né tanto meno che quello potesse diventare l’unico modo per poter usufruire di un concerto dal vivo.

L’esempio dei Queen è ancora più calzante quando si parla di una band come i Foo Fighters. Pur nati in qualche modo dalle ceneri ancora fumanti del grunge, Dave Grohl e compagni hanno effettuato un percorso musicale diametralmente opposto a quello che il batterista aveva portato avanti fino a quel momento. In primis, per evitare di servirsi del cadavere di Kurt Cobain come rampa di lancio emotiva, ma soprattutto per seguire un’idea di forma canzone capace di fondere la furia melodica e la coerenza musicale di una band come gli Hüsker Dü con la grandeur e la presa sul pubblico insegnategli proprio dal gruppo capitanato da Mercury. Eppure, di primo acchito, quando i musicisti salgono sul palco del Roxy la sensazione è di spaesamento totale. La band sembra in imbarazzo, quasi come se fosse alle prese con il primo concerto scolastico davanti a una manciata di compagni perplessi, ed è evidente che stia cercando di apparire a proprio agio e rilassata in una situazione che di normale non può avere nulla. È comunque Grohl a tirare fuori tutti dall’impasse, rivolgendosi a una ragazza dello staff e dicendole che, vista la quasi totale assenza di esseri umani, sarebbe toccato a lei il compito di ballare e incitare il gruppo per il resto della serata.

Quando però, come da tradizione, il gruppo attacca All My Life, l’incantesimo pare sciogliersi immediatamente: il classico muro del suono sprigionato dal singolo cardine di One By One è devastante anche nel clima kafkiano in cui è immersa la band e, in questo senso, l’assenza totale di pubblico si trasforma nell’occasione per comprendere appieno quanto la violenza sonora dei Foo Fighters sia tutt’altro che fuori controllo. Ogni strumento è così perfettamente distinguibile e così sincronizzato con gli altri da far pensare a una registrazione. Una dimostrazione di tecnica e di empatia assoluta, di cui è davvero difficile rendersi conto in un contesto diverso da questo. Merito di un ensemble che sembra ormai suonare completamente a memoria, ma soprattutto di una sezione ritmica quadratissima, capitanata da un indemoniato Taylor Hawkins, per il quale il tempo sembra essersi fermato all’epoca di The Color And The Shape.

Nel corso di un’ora e mezza tiratissima, i Foos mostrano tutti i propri pezzi da novanta, in una carrellata di hit degna di quella che Dave aveva contribuito a creare con i Nirvana. Perché forse, dopo venticinque anni, è anche giusto riconoscere ai Foo Fighters di aver fatto da colonna sonora ai primi vent’anni del nuovo millennio. Proprio come, in un periodo storico diverso e con minor consapevolezza, avevano fatto i Nirvana nell’ultimo decennio del ‘900. Tra i tanti successi, più o meno a metà dello show, giunge l’esecuzione di Shame Shame, il primo assaggio dall’atteso Medicine At Midnight. Se nella versione da studio l’impressione è che gli strumenti sovrastino il cantato di Grohl, dal vivo le parti si invertono: Dave inizia a cantare in assenza di musica e l’effetto è quello di trovarsi quasi di fronte a un pezzo di David Bowie. Il suo ritmo non usuale rende il brano di presa non immediata, ma ne amplifica il fascino e fa venire voglia di ascoltarlo con maggior attenzione. Segno che forse le anticipazioni di Grohl circa un album fuori dai classici schemi non fossero semplici parole per aumentare l’hype dell’uscita.

A fare la differenza è comunque sempre lo stile dei Foo Fighters. Proprio per questo, fin dalle prime battute, lo show del Roxy di Los Angeles riporta alla mente quelle immagini sgranate dei Queen intenti a provare in un capannone nell’estate del 1986. Nessun pubblico a cui rivolgersi, nessuna risposta alla fine di un pezzo, solo il ritorno delle onde sonore da te prodotte, che finiscono per compiere sempre lo stesso percorso. Certo, direte: però i Foo Fighters sanno di esibirsi comunque di fronte a migliaia di persone collegate dai propri device. E questo, per lo meno dal punto di vista psicologico, non può non influire sulla qualità della performance. Verissimo, ma credo che la cosa abbia una rilevanza davvero infinitesimale. Per un musicista, suonare senza pubblico è una cosa contro natura. Sapere di essere connessi a migliaia di utenti senza percepirne la vita, senza sentirne l’odore e senza nemmeno incrociarne gli sguardi non è qualcosa di strano solo perché inedito. Il pubblico è ciò per cui inizi a suonare uno strumento. Chi suona, così come chi scrive, lo fa per essere ascoltato da qualcuno. Possiamo passare giorni a dirci che l’unico scopo dell’arte sia quello di far stare meglio chi la fa e sicuramente è così. Ma il discorso diventa presto simile a quello dell’albero che cade nella foresta mentre nessuno è nelle vicinanze. Questo cazzo di albero fa rumore o no, se nessuno è lì a sentirlo? Dunque i Foo Fighters che suonano da soli al Roxy di Los Angeles fanno rumore? Decisamente, ma è un rumore che ci auguriamo di sentire per l’ultima volta.

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