Mentre mi dirigo trafelato all’Ippodromo La Maura per l’unica data italiana dei Foo Fighters penso che l’unica volta che ho visto Dave Grohl dal vivo è stato il 25 febbraio del 1994 al Palatrussardi: lui era giovane, magro, senza barba e suonava la batteria nei Nirvana. Nessuno allora poteva immaginare che quello sarebbe stato il terzultimo concerto in assoluto della band: né lui, né io, né tantomeno il mio amico Sandro che all’ultimo aveva preferito non comprare il biglietto poiché aveva appena visto i Megadeath ed era un po’ a corto. «Vabbè ma comunque tornano». Non sarebbero tornati mai più.
Grohl ha cercato di reagire alla tragica scomparsa del suo leader rifugiandosi nella propria one man band improvvisata coniando uno dei nomi più orrendi di tutta la storia del rock. Il resto lo conosciamo: una lenta ma inesorabile ascesa allo stardom da “campioni dell’arena”, collaborazioni di alto profilo con il gotha assoluto del rock e del pop mondiale, tragedie personali, cadute e risalite che non sembrano aver intaccato lo status di pesce più grosso dell’acquario della sua creatura, ma hanno lasciato l’impressione a molti che il nostro virginiano preferito negli ultimi anni fosse vittima di una grossa crisi ispirazionale di cui il licenziamento di Josh Freese era solo conseguenza, la luce di una stella morta.
Va detto che chi scrive non ha mai stravisto per le doti compositive di Dave (contrariamente alla sua perizia dietro il kit: per me miglior batterista rock vivente). Al netto di un primo disco bello fresco e di un’opera seconda davvero notevole, ho sempre trovato il songwriting dei Foos troppo sicuro, prevedibile e formulaico (salvo eccezioni), connaturato alla mancanza di sorprese e a quella sensazione di pericolosità che da sempre ricerco in certa musica viscerale. «Ma parliamo dei dischi», diceva ultimamente la mia voce interiore, «live li hai mai visti?». Mi aveva colpito una foto recente di Dave che suonava inforcando degli occhiali da Geppetto vecchio e stanco. Però no, non li avevo mai visti. Varco quindi i cancelli pensieroso: vedrò un quasi sessantenne caduco che arranca e si rifugia nei ricordi inframmezzati da power chord e stop-and-go o assisterò a un grande show portato a casa da indubbi campioni di categoria?

Foto: I-Days
I pezzi sono suonati uno via l’altro come le portate della cena di un matrimonio campano: sai che sarà lunga e uscirai da lì barcollante, con qualche affanno respiratorio e con il bottone dei calzoni slacciato… però felice, anche se finiscono per saltare tre canzoni dalla scaletta prevista. È evidente che questo è un tour celebrativo, un atto d’amore nei confronti dei fan, ma soprattutto dell’alchimia che negli ultimi anni forse la band aveva un po’ perso. La scaletta è un viaggio immersivo nei 30 anni del gruppo, senza pezzi dall’ultimo Your Favourite Toy, con un omaggio alla «Italian familia» di Grohl, ovvero i centri sociali come il Leoncavallo di Milano o l’Isola di Bologna in cui andava a suonare con gli Scream quando era «giovane e cool». Ma sto correndo troppo, anche se non come loro. È quando si arriva a No Son of Mine (forse perchè Grohl ha solo figlie femmine? Scusate, dovevo scriverlo) che le cose iniziano a farsi interessanti. Per densità e intensità potrebbe quasi finire qua e nessuno se ne tornerebbe a casa scontento. Ma questo come già detto è un matrimonio campano, forse addirittura un prediciottesimo, e la faccia sorniona di Grohl sembra volerci dire «siamo solo al buffet degli antipasti, animali!». Il quintetto aumenta intensità, trascinato dal nuovo fortunatissimo innesto Ilan Rubin e nel corso del brano quasi mi commuovo quando sento Aces of Spades. Guardando il video del brano quando uscì non mi sfuggì un commento: “Stong Motorhead vibes”. Forse Grohl l’ha letto?
La parentesi acustica di Wheels lascia posto a un tuffo al cuore, introdotta dalle parole del frontman: «Questo è un brano che scrissi tanti anni fa, quando ero nei Nirvana, era la B-side di Heart Shaped Box». Sto pensando che il CD maxi single (un formato ormai dimenticato risalente al cenozoico) giace in uno degli scatoloni di due traslochi fa quando mi accorgo che mi scende una lacrima. Mi sa che il Geppetto vecchio e stanco sono io, altro che Grohl. Ormai questo non è un ippodromo ma è un rollercoaster di emozioni e Dave lo sa. Arrivano altri piatti, tris di primi e contorni ma il pubblico spazzola via tutto e ne vuole ancora, ha fame. Ricordiamoci che la band mancava da questi lidi nel 2019. Prima di attaccare Big Me, uno dei primi successi della band il cui video parodiava uno spot della Menthos, Grohl scruta le prime file e dice, con tempi degni del migliore stand up comedian: «Sapete, due giorni fa eravamo in Germania e un tizio vestito in un costume da Menthos è salito sul palco. Ecco, sono quasi sicuro che quel bastardo sia lì in prima fila oggi».
Il momento della presentazione della band è uno dei vertici di una serata già indimenticabile: «Invece di dire il nome del membro e fargli fare assoli pallosi ognuno suonerà un pezzo della band dove militava prima di entrare nei Foo Fighters». E così uno stanco rituale dei concerti diventa una sorta di improbabile medley inagurato da Chris Shiflett con Invincible dei No Use for a Name, Nate Mendel canta Seven dei Sunny Day Real Estate (cosa cazzo sto vedendo?). E ancora: arriva One Headlight dei Wallflowers di Jakob Dylan in cui militava Rami Jaffe, Manimal suonata da Pat Smear, che ora assomiglierà pure al titolare di un chiosco di kebab del Parco Trotter ma, come ricorda Dave, è stato uno dei padrini del punk americano con i leggendari Germs. La fine di questo momento è tutta per Ilan Rubin, con cui Grohl scambia i ruoli sedendosi dietro al kit mentre il giovane polistrumentista imbraccia la Gibson RD del suo capo e si lancia nello shredding articolato di Tap Dancing in a Minefield, con tanto di citazione nota per nota dell’assolo di Heartbreaker degli Zeppelin. Mi spiace per Josh Freese, ma vedendolo sul palco è evidente che Grohl avesse ragione: la chimica col nuovo arrivato è evidente, Dave lo guarda per metà set ogni volta, sembra pendere dalle sue bacchette. Tempo di altre due legnate vintage, Monkey Wrench e Breakout, e il concerto si fa più intimista, con l’immancabile omaggio all’amico scomparso Hawkins: Aurora era il suo pezzo preferito e non mi è mai sembrata così bella.

Foto: I-Days
Finalmente mi è chiaro quale sia il più grande talento di Grohl. È la sua capacità di sembrare amico tuo, quello che senza che gli dici niente arriva al tuo tavolo con il primo giro di birra già pagato, quello che fa «paghi la mossa», ma anche quello che si ascolta pazientemente i tuoi pipponi notturni dopo che ti ha mollato la tua ragazza. Infatti esclama «oh, domani sarà qui con voi a cantare e ballare coi Queens of the Stone Age e i System of a Down! Ci vediamo domani sera!», prima di aggiungere: «Mi sa che questo è il concerto più grande che abbiamo fatto in Italia!» (si parla di 65 mila persone). A detta di molti vecchi fan che venivano da tutta Italia è stato anche uno dei migliori. E mentre riecheggiano le ultime note di Everlong penso che potrebbero aver ragione. A presto amico Dave.
Set list
All My Life
The Pretender
Times Like These
Rope
Stacked Actors
My Hero
Learn to Fly
These Days
Walk
This Is a Call
No Son of Mine
Wheels
Marigold
Big Me
La Dee Da
Run
Invincible / Seven / One Headlight / Manimal / Tap Dancing in a Minefield
Monkey Wrench
Breakout
The Sky Is a Neighborhood
Aurora
Best of You
Exhausted
Everlong















