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I concerti ripartono da Max Gazzè: non facciamoci intimorire da due sedie vuote

Il cantautore ha inaugurato ieri sera la stagione romana. C’eravamo con altri 1000 paganti seduti a distanza di sicurezza, ma felici, con le maestranze sul palco e l’ospite Carl Brave. Un’esperienza strana e liberatoria

Il concerto di Max Gazzè del 2 luglio all'Auditorium di Roma

Foto: Fondazione Musica per Roma

E alla fine tornano i concerti. Ricominciano da Roma, che finora era rimasta orfana anche degli esperimenti più o meno grandi di queste settimane, compresi i live della scorsa primavera che intanto si è iniziato a recuperare. Ma adesso si riparte davvero, all’Auditorium Parco della Musica con tre esibizioni di Max Gazzè (la prima ieri, poi stasera e domani), e – appunto – per la prima volta post Covid c’è uno show inedito, con biglietti da comprare, band al completo, maestranze all’opera, norme di sicurezza e il resto. Ce ne saranno altri, di eventi così, in tutta Italia, persino qualche festival risponderà “presente” seppur in versione lite; ma è bello e giusto che a dare inizio a questa (speriamo) parentesi della musica dal vivo sia il cantautore romano, perché è stato il primo a metterci la faccia, a esporsi per suonare non per sé quanto per gli addetti ai lavori – con mille paganti e uno spettacolo del genere il cachet è esiguo, tanto che il titolo del tour è Scendo in palco.

Addetti ai lavori di cui, non a caso, una piccola rappresentanza viene invitata sul palco all’inizio, insieme allo stesso Gazzè. Prima che parta la musica, parlano loro, a nome degli oltre 400 mila intermittenti lasciati indietro: denunciano una situazione «drammatica», l’assenza di tutele, uno Stato che li «ignora»; e chiedono una riforma del settore, indennità e coperture fino al momento in cui non si potrà riprendere a pieno regime. «Senza di loro» chiude il cantautore «nulla di tutto ciò che vedete sarebbe possibile».

Foto: Fondazione Musica per Roma

Davanti a lui, intanto, un colpo d’occhio straniante. Della Cavea ricordo la calca in piedi nel parterre al concerto degli Arctic Monkeys, Mangoni che improvvisa un trenino coi fan al concerto di addio di Elio e le Storie Tese; ora ci sono soltanto poltroncine, spettatori seduti a distanza di sicurezza (solo i congiunti possono stare vicini; e l’abisso fra loro e noi del club dei cuori solitari è ancor più marcato), seggiolini vuoti un po’ per le norme sanitarie e un po’ per qualche invenduto, tecnici con le mascherine e obbligo di portarle anche per gli spettatori qualora si allontanino dal proprio posto, mentre ai cancelli si viaggia con termoscanner e autocertificazioni. Insomma: uno scenario che – sulla carta – non invoglierebbe nessuno a esibirsi, i presupposti per una serata incolore ci sono tutti.

Invece poi parte lo show, e sarà l’effetto-astinenza ma quasi subito l’atmosfera si mostra – per quanto assurda e inedita – coinvolgente, rilassata, spigliata. «Che bello poter dire di nuovo: “Prego, maestro”», sospira Gazzè dando il via al primo pezzo Mille volte ancora. E il concerto, dicevamo, al di là del suo valore simbolico è soprattutto un evento vero: un po’ spartana la scenografia, certo, ma sono comunque due ore di live con la band al completo, a ripercorrere un repertorio che in una situazione del genere mostra i muscoli, anche perché si può spaziare non avendo un disco da promuovere. Così, in questo greatest hits post Covid trovano spazio, per esempio, persino ghiotti pezzi dimenticati (mai più suonati in 25 anni, giura il cantautore) tipo l’elegante Gli anni senza un dio, dal primo album del 1996, come pure le canzoni di Alchemaya, eseguite giocoforza senza l’orchestra sinfonica originale.

Foto: Fondazione Musica per Roma

Per quanto, in ogni caso, a far sentire a casa il pubblico sono i classici, che creano un ambiente familiare, con Gazzè e soci perfettamente a loro agio nel ruolo di cerimonieri e gli spettatori in cerca di certezze accontentati. Si fa quel che si può: prima si battono le mani e i piedi tenendo il tempo, poi si resta ammaliati dalla potenza prog di un cult come Raduni ovali e dalla goffa sensualità de Il solito sesso, infine ci si sbottona, ci si alza. E se su Teresa – un pop radiofonico col solito basso picchiatissimo della casa – una signora in prima fila sventola una mascherina, mentre I tuoi maledettissimi impegni e Vento d’estate fanno cantare tutti e la ballatona sognante Mentre dormi fa abbracciare i congiunti, è sulle canzoni power pop più popolari, recenti e da battaglia (Sotto casa, La vita com’è, Ti sembra normale: in sostanza la coda del concerto) che la band pare divertirsi anche oltre il ruolo simbolico di oggi, di fronte a gente che in gran parte ora balla in piedi – e balla davvero. Sempre mantenendo le distanze, sì, ma facendo comunque i cori e la ola, in un’atmosfera a tratti liberatoria, comunque calorosa e piena d’affetto, tipica di un concerto pop. Non bastasse, verso la fine c’è spazio persino per una sorpresa: a cantare Posso c’è anche Carl Brave, romano de Roma e guest star della serata. Baci e abbracci, mentre in mezzo arrivano il solito “Sei un poeta!” gridato dagli spalti, i problemi tecnici e qualche dimenticanza nei testi. Insomma: se non è una ventata di normalità questa, poco ci manca.

Appunto: si erano fatte tante ipotesi (streaming, drive-in), ma alla fine siamo ancora qui, alla Cavea del Parco della musica, e bastano un paio di canzoni per farci capire quanto ci fosse mancato tutto ciò, e come questa modalità sia comunque, al momento, di gran lunga la migliore, perché più vicina allo spirito originale. Certo, guardarsi di fianco e vedere una-due seggiole vuote, poi voltarsi e contarne a decine, è desolante; ma Gazzè per primo ha aperto una strada, dimostrato come un rapporto stretto con un pubblico affezionato (e il suo lo è: canta, balla, sa a memoria le canzoni) possa evitare che si trasmettano il gelo e l’estraniamento, ma anzi persino una sorta di spontaneità, di resistenza. In ogni caso, da ieri sera la carovana del cantautore romano è partita, presto la seguiranno altre e il messaggio è chiaro soprattutto per tutelare e maestranze. Ora tocca a noi: le canzoni sono sempre le stesse e sono lì sul palco, gli artisti anche; non facciamoci intimorire, per qualche mese, da due sedie vuote. Perché, come ha ripetuto lo stesso Gazzè, dopo un momento così «è comunque una gioia poterci rivedere in faccia».

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