Hollywood Vampires: la musica è un sogno, è il risveglio che ci uccide | Rolling Stone Italia
Paura e delirio a Milano

Hollywood Vampires: la musica è un sogno, è il risveglio che ci uccide

Alice Cooper guida, Joe Perry incendia, Johnny Depp resta un passo indietro ma con personalità. Tra bare, amici morti, Bowie, Ozzy, AC/DC e un sabba rock, la «bar band più costosa del mondo» regala due ore fuori dalla realtà

Gli Hollywood Vampires a Milano. Foto: Emanuela Giurano

Gli Hollywood Vampires a Milano

Foto: Emanuela Giurano

Gli aerei passano sopra il Parco della Musica di Segrate, dopo essere decollati da Linate, ogni dieci minuti. Sotto, alle 6 del pomeriggio, c’è già la fila: sosia di Jack Sparrow, biker con le Harley parcheggiate davanti all’ingresso, fan del Godfather of shock rock con occhi neri, cilindri e abiti funerei, oltre a una miriade di magliette di band storiche. Sembra il casting di un film di Tim Burton. Ad aumentare l’effetto straniamento ci pensano il caldo umido, che non mollerà fino a dopo le 23, e le zanzare, probabilmente le più contente per questo assembramento di 7000 esseri umani.

Alle 20:35 il palco si accende con le Bambole di Pezza: partono Senza permesso, seguono con Nuda ma alla moda e Porno. Cleo ha una gran voce, il gruppo un gran tiro, e chi non le conosceva si stupisce. Infatti, canzone dopo canzone, aumentano applausi e complimenti. Dani arringa la folla: «Milano, trasformiamo la serata in un sogno bellissimo e non lasciamo spazio agli incubi». In pratica il prologo di quello che succederà di lì a poco. Passano Freddy Krueger e Occhi di gatto, miscelata con Whole Lotta Love: Cristina D’Avena feat Led Zeppelin, un connubio che convive sorprendentemente bene.

Dopo Effetto collaterale chiedono di illuminare una coppia tra il pubblico per una proposta di matrimonio. Qualcuno grida cinicamente «digli di no», ma lei non è dello stesso parere e il sì viene celebrato dalla sanremese Resta con me. Morgana racconta che la band è nata tanti anni fa dopo un concerto degli Aerosmith, un cerchio che si chiude. Salutano con Favole (mi hai rotto il caxxo), superano un problema tecnico, e fanno un figurone.

Johnny Depp con gli Hollywood Vampires a Milano. Foto: Emanuela Giurano

Johnny Depp con gli Hollywood Vampires a Milano. Foto: Emanuela Giurano

Qualche problemino sembra continuare anche durante il cambio palco: dalle casse la musica salta da destra a sinistra. Ma c’è tempo, e il disguido viene risolto dalle 21:20 alle 21:46 quando gli Hollywood Vampires finalmente si presentano. Vengono annunciati da visual che ci proiettano in un mondo oscuro nel quale compaiono quattro bare aperte: i morti si alzano e cominciano a suonare e cantare.

Parte I Want My Now e Alice Cooper è un’apparizione: bastone nero col pomello bianco, lo punta contro la folla e lo fa roteare come una bacchetta magica. A 78 anni ha ancora quella voce tagliente e acida che sembra conservata in formaldeide. Dietro scorrono zombie, morti viventi e terre desolate rischiarate da un sole anemico. Bastano pochi minuti per capire che il centro di gravità degli Hollywood Vampires non è quello al suo fianco, pochi passi indietro, che che tutti cercano di fotografare.

Johnny Depp appare totalmente irregimentato, si limita ad accompagnare, svisare, riempie spazi, affiancare gli altri musicisti negli assoli, ma rimane un passo indietro. Ogni tanto porta una mano al cuore per salutare le prime file, ma poi torna subito al suo compito. In pratica, uno degli artisti più famosi del pianeta passa buona parte della serata cercando di non farsi notare, e per due ore non è Jack Sparrow o Edward mani di forbice, è soltanto un chitarrista e co-cantante degli Hollywood Vampires.

Con Raise the Dead il motore inizia a scaldarsi, I’m Eighteen ci ricorda perché Cooper è il padrone di casa, mentre My Dead Drunk Friends spiega perché questa band esiste. Sui ledwall scorrono fiumi di whisky e bicchieri ricolmi d’alcol fino alla scritta «We died». Non a caso, perché gli Hollywood Vampires prendono il nome dal drinking club che negli anni ’70 ruotava attorno a Cooper al Rainbow Bar & Grill di Los Angeles, frequentato tra gli altri da John Lennon e Keith Moon. Mezzo secolo dopo, la confraternita di bevitori è diventata una band che brinda ai propri morti suonando.

E suona esattamente come dovrebbe. Gli Hollywood Vampires sono dei conservatori del rock. Dalla loro faretra possono scoccare frecce blues-rock (Aerosmith, Yardbirds e Stones), pentatoniche, shuffle e boogie, oppure hard rock anni ’70 (Zeppelin, Who, AC/DC) e garage o proto-punk (Velvet Underground, Johnny Thunders, Jim Carroll, Killing Joke). Ma a tenere insieme tutto c’è il teatro macabro di Alice. Per il resto, non c’è nulla di progressivo. E nell’epoca dell’AI sembra una resistenza alla musica di plastica.

Joe Perry e Tommy Henriksen con gli Hollywood Vampires a Milano. Foto: Emanuela Giurano

Joe Perry e Tommy Henriksen con gli Hollywood Vampires a Milano. Foto: Emanuela Giurano

The Boogieman Surprise è Cooper al quadrato: cilindro, bastone e un barcollamento da ubriaco trasformato in coreografia. Su Venus in Furs, invece, Depp prende il microfono. Voce calda e avvolgente, sonorità sensuali e dark, mentre sui ledwall passano calze a rete, manette, tacchi a spillo e oggetti sadomaso. È un ambiente nel quale si muove con disinvoltura. Prima di People Who Died scorrono le fotografie dei grandi del rock scomparsi. Quando appare Ozzy Osbourne il pubblico esplode in un applauso. Il pezzo di Jim Carroll diventa una scarica garage rock: Depp dimostra di avere ritmo oltre alla voce da crooner, Perry gli gira intorno con quegli assoli limpidi e avvolgenti che saranno una costante della serata. Chiuso il pezzo Johnny dice semplicemente «vi ringrazio», in italiano. Il parco impazzisce.

Allora Joe Perry prende il microfono per You Can’t Put Your Arms Round a Memory di Johnny Thunders, una ballad romantica ma che rimane comunque testosteronica. Chris Wyse si prende il suo spazio con il basso, arrivando a suonarlo dietro la schiena, mentre luci rosse e fumo trasformano il palco in un girone infernale. Glen Sobel alla batteria ha invece un sound potente ma ovattato, più tonfo che schianto. E poi c’è Tommy Henriksen, colui che impedisce a una all-star band di sembrare una jam tra celebrità. È il direttore musicale degli Hollywood Vampires e Perry lo ha definito la spina dorsale del gruppo, mentre Cooper ha raccontato che se qualcuno si perde durante una canzone guarda Tommy. Chitarra, cori, attacchi, cambi: Henriksen mette ordine nel caos e permette a personalità enormi di suonare come se fossero insieme da sempre.

Con Livin’ on the Edge Perry torna a casa, mentre Baba O’Riley, dedicata a Keith Moon, sfocia nell’assolo lisergico di Sobel, tra laser e una spirale ipnotica. Bright Light Fright rimette tutto nel rock’n’roll più selvaggio. Poi arriva l’omaggio «al nostro chitarrista preferito», Jeff Beck, e le chitarre creano un muro di suono in Beck’s Bolero. Su Roadhouse Blues tutti cantano e ballano all’unisono. E proprio le cover sono il loro pezzo forte, perché questa band non vuole reinventarle, le vuole celebrare. La loro bravura è non cadere nell’effetto karaoke, ma rimanere nel territorio down-and-dirty dove, alla lunga, sono irresistibili. Del resto Hunter S. Thompson, amico di Depp, scriveva su Rolling Stone US: «Quando il gioco si fa bizzarro, il bizzarro diventa professionista». Difficile trovare sintesi migliore per quella che molti hanno definito la «world’s most expensive bar band».

Con The Death and Resurrection Show dei Killing Joke tutto si fa ancora più oscuro. Sul ledwall compaiono una cattedrale e un cimitero, sulle tombe i nomi delle rockstar passate a miglior vita. Il pezzo è un sabba senza redenzione con cori finali da messa esoterica. Poi Depp canta Heroes. Parte titubante, gli attacchi non sono impeccabili, ma cresce e paradossalmente convince di più quando sale. La sua versione è meno eterea di quella bowiana ma più materica, con qualche sbavatura ma anche più passionale.

Per la prima volta si prendono una pausa. Al ritorno Tommy Henriksen canta indemoniato (e benissimo) Highway to Hell, l’omaggio degli Hollywood Vampires a Bon Scott e Malcolm Young. Sullo schermo compare poi una scena di Frankenstein Junior e parte Walk This Way. Infine Cooper ricompare vestito di bianco, cilindro compreso. School’s Out trasforma il parco in un circo orrorifico, con palloni giganti colorati lanciati sulla folla, e si fonde con Another Brick in the Wall, accelerata e dal sound granitico.

Gli Hollywood Vampires a Milano. Foto: Emanuela Giurano

Gli Hollywood Vampires a Milano. Foto: Emanuela Giurano

«Milan, Italy». È il momento per Cooper di presentare la band. Quando arriva il turno di Depp, lui si è nascosto. Alice lo richiama, da dietro le quinte: «Come, little boy, come to me!». Lo presenta come «una leggenda», «l’uomo dai mille volti», «the amazing Johnny Depp». Lui risale sul palco, sembra quasi emozionato, lancia tre note con la chitarra e torna alle spalle di Cooper.

Dopo ripartono con The Train Kept A-Rollin’: Cooper all’armonica, Perry durante l’assolo cavalca letteralmente la chitarra, è l’ultima scarica di una band che per quasi due ore ha attraversato 50 anni di rock senza perdere mai quel suo mantello goliardicamente spettrale. Pochi effetti speciali, un po’ di fumo, luci ben studiate ma minimali, la scenografia quasi tutta affidata ai visual e la musica suonata come ai vecchi tempi. Sono una all-star, ma sembrano stare insieme da sempre. E sì, sono davvero la «world’s most expensive bar band», il problema semmai è pensare che sia un insulto.

Fuori dal palco Depp si porta dietro eccessi, processi, un matrimonio mediatico finito malissimo, fortune dissipate, film memorabili e altri da dimenticare; Cooper ha attraversato l’alcolismo e visto scomparire molti degli amici ai quali questa band continua a brindare; Perry ha sulle spalle mezzo secolo di Aerosmith che avrebbe ucciso un cammello. Mentre suonano, però, tutto questo è come se non esistesse. Allo stesso modo, le 7000 persone di fronte fanno la stessa cosa: lasciare fuori dal cancello il lavoro, i soldi, gli amori, chi non c’è più, la paura di invecchiare o la propria quotidianità. E forse ha ragione chi dice che la musica non salva nessuno, ma almeno sospende la realtà. Che non è poco. Parafrasando Virginia Woolf in Orlando, la musica è un sogno: è il risveglio che ci uccide. Alle 23:29 gli Hollywood Vampires si abbracciano, ringraziano e vengono ringraziati, e spariscono tra fumo e luci com’erano apparsi. Dagli altoparlanti scorre Anarchy in the U.K., la folla si dirige all’uscita. Su Segrate passano ancora gli aerei decollati da Linate, come due ore prima. Solo che adesso il concerto è finito e ricominceranno i veri problemi.