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Herbie Hancock infinito


Sul palco del Conservatorio di Milano, il musicista ha aperto la nona edizione di JazzMI con un concerto perfetto e generoso, dimostrazione che il jazz è condivisione, coraggio e curiosità

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“La cosa più importante è lo spirito del jazz, che ha a che fare con la libertà, l’improvvisazione, il coraggio. Il coraggio di suonare qualcosa che prima non c’era, di creare sul momento. Ha anche a che fare con la condivisione, perché sul palco non c’è competizione”, ha detto quest’estate Herbie Hancock al New York Times, spiegando perché, quando si parla di jazz, possiamo considerare l’era dei generi e delle etichette definitivamente chiusa.

Le ragioni sono tante e complesse – lo streaming che ha abbattuto le barriere d’accesso alla fruizione; una nuova generazione di musicisti cresciuti nel mezzo di culture musicali opposte, dal grime allo swing, e capaci di ibridarle –, ma se c’è un musicista che può testimoniare questo cambiamento, allora è Herbie Hancock. Pianista, compositore, professore di Creative Jazz alla Los Angeles Philarmonic, ambasciatore dell’Unesco, premio Oscar, collezionista di Grammy, sopravvissuto dell’epoca di Miles Davis – con cui ha esordito quando aveva poco più di 20 anni – e sponsor di innovatori come Thundercat e Robert Glasper, Hancock ha attraversato ogni movimento musicale significativo degli ultimi 50 anni e l’ha fatto sempre con spirito avventuroso, alla ricerca costante di un modo per rompere le regole e allargare i confini della sua musica.

Per questo, e ovviamente per una discografia straordinaria, non c’era musicista migliore per inaugurare la nona edizione di JazzMI, festival che vuole raccontare tanto la storia e la tradizione del jazz quanto il suo futuro, i linguaggi con cui dialoga e con i quali si contamina.

Presentato dal sindaco Sala – “Il jazz rappresenta un po’ lo spirito di Milano, l’integrazione, la voglia di mettere insieme le cose”, ha detto –, Hancock sale sul palco con la sua band senza fare troppe cerimonie. Sneaker rosse e camicia oversize nera, si siede dietro al sintetizzatore sorridendo. Si parte con Overture, un trionfo di atmosfere cosmic jazz, groove tiratissimi e melodie incrociate di flauto e pianoforte. Non che sia una sorpresa, ma la padronanza dello strumento è totale: Hancock salta da un genere all’altro, dal fraseggio minimale a parti più percussive, riprende le melodie degli altri musicisti e le trasforma, suggerisce temi su cui improvvisare, non si impone mai sugli altri.

Tutti i brani in scaletta – Actual Proof, Come Running to Me, Cantaloupe Island – sono allungati e “aperti” per fare in modo che gli altri abbiano spazio di inventare, di provare strade diverse, come se quelle composizioni fossero spazi da abitare, da ristrutturare ogni sera. “Vi ho portato il meglio”, dirà Hancock poco dopo, “e ci sono delle novità, perché mentre voi invecchiate io in realtà ringiovanisco”.

Un po’ come un professore orgoglioso di mostrare a tutti i primi della classe, Hancock si prende parecchio tempo per presentare i musicisti della band, e tutti avranno il loro momento di gloria nel corso del concerto. James Genus, al basso, farà un solo mettendo in loop cinque parti diverse (“Negli anni ’80 lo volevano ingaggiare tutti, ma alla fine ce l’ho fatta io. Nessuno ha il suo groove”); Lionel Loueke, alla chitarra, trasforma l’introduzione di un pezzo in un’improvvisazione con voce armonizzata (“Lui è il signor sorpresa! Ma come fa a fare quei suoni? Secondo me in quel corpo ci sono dieci persone”); Justin Tyson, direttamente dalla band di Robert Glasper, riempirà Actual Proof di ritmi funk e passaggi hip hop (“È un ragazzo, ma suona come se fosse in giro da secoli”); Elena Pinderhughes, al flauto, guiderà il gruppo tra le melodie di Cantaloupe Island (“Straordinaria, non è vero? E non l’avete ancora sentita cantare!”).

Nonostante i brani in scaletta siano poco più che una manciata, il concerto durerà più di due ore. Il finale è affidato a Chameleon, suonata a bordo palco stringendo le mani al pubblico e firmando autografi su biglietti, quaderni e cappellini.

Herbie Hancock non pubblica un nuovo album da quasi un decennio e guardando quant’è felice sul palco non è difficile capire perché. Se il jazz è condivisione, improvvisazione e coraggio, allora per Herbie Hancock il palco è la dimensione ideale, l’unico luogo dove può testimoniare il suo passato e metterlo a disposizione degli altri, soprattutto i musicisti più giovani. “È così che ho imparato, da quelli più vecchi di me”, ha detto in un’intervista al Guardian. “Sono salito sulle spalle dei giganti, e ora è il mio turno”.

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