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Grazie di tutto, Elton

Pochi cellulari e molte standing ovation per la prima data Italiana del Farewell Tour all'Arena di Verona. Stasera la replica

Elton John. Foto di Ben Gibson via Facebook

Lo spauracchio della pioggia era un sentimento concreto fra i fan che ieri sera si sono presentati all’Arena di Verona, manco dovessero affrontare l’uragano Katrina. Sarà per l’età media, ma raramente si era visto un tale trionfo di ombrelli e cerate. Una tavolozza che ha acceso di mille colori la platea del Farewell Tour di Sir Elton John. Non un concerto qualsiasi, ma l’ultima volta, l’addio prima di dedicarsi a tempo pieno alla famiglia. Che poi gli anni sono anche 72, e la vita da (vera) rockstar ha il suo peso. Un addio chiaramente in grande stile, con più di 300 date in 3 anni – probabilmente l’uscita di scena più lunga di sempre – di cui due in Italia a giugno (si replica stasera) e una a luglio a Lucca.

Prima che il concerto inizi si respira un po’ l’aria dei sentimentalismi, in bilico tra la nostalgia per qualcosa che sta per finire e l’euforia di partecipare a questo sberluccicoso arrivederci. A mettere a tacere i pensieri ci ha pensato Elton, che alle 20.45, in anticipo di 15 minuti sull’orario del biglietto, sale sul palco mentre il tramonto tinge di rosa i nuvoloni su Verona.

Da subito, la scaletta strizza l’occhio ai fan della prima ora. Si comincia con Bennie and the Jets, condita da qualche goccia di pioggia, e si continua con All the girls love Alice, del 1973. Stabilizzato il meteo, Elton prende parola per salutare ma soprattutto per lamentarsi dei camerini dell’Arena: «Siamo in un posto magnifico ma il backstage è orrendo, ve lo garantisco». The Bitch is back.

Nonostante la voce un po’ roca causa tosse, Elton regge alla grande e infila una hit dopo l’altra, senza sosta. Tiny Dancer, Philadelphia Freedom, Indian Sunset. Lui e il suo piano sono interrotti solo da qualche breve inchino al pubblico e da una sistematina ai delicatissimi occhialoni rosa glitterati. Arriva Rocket man e la folla si alza in piedi regalandogli la prima di molte standing ovation della serata. Il brano dà anche il nome al film autobiografico che esce oggi, racconto della sua incredibile epopea di bambino paffutello di provincia che diventa star mondiale, tra abuso di alcol, droga e una serie di up and down fisiologici di una carriera che dura da quasi 50 anni.

Si entra poi in zona ballad, con tre dei suoi classiconi: Sorry seems to be the hardest word, Someone Saved My Life Tonight e Candle in The Wind. Poi fumo, tuoni e vento (finti, grazie a Dio) invadono il palco: Elton riappare con un abito azzurro cielo e un gattino stampato sulla schiena. Parte Burn Down The Mission e il pianoforte si ‘infiamma’ nell’unico gioco di visual della serata. Spente le fiamme è il turno di Believe, ma prima Elton ha qualcosa da dire: «Era il 1990 quando ho deciso di cambiare. Ho chiesto aiuto, sono diventato sobrio e ho iniziato a fare qualcosa per gli altri. Lì è nata la mia Fondazione che aiuta i malati di AIDS. Tanto è stato fatto, ma tanto è ancora da fare. Non si deve morire di AIDS. Bisogna abbassare i prezzi dei farmaci, non stigmatizzare i malati e, in generale, abbiamo bisogno di amarci di più». Con un pensierino alla Brexit: «Sono stufo dei politici, specialmente quelli inglesi. Sono europeo! Non uno stupido colonialista inglese. Cercano di dividerci, ma dobbiamo stare insieme». Non c’è intro migliore per il brano tratto da Made in England.

Arrivati senza accorgercene nella seconda parte dello show, Sir Elton decide di intervenire ancora, questa volta per dire grazie: «Ho avuto una vita pazzesca. Avete comprato i miei CD, le mie cassette, i biglietti per i miei concerti. Amo suonare dal vivo più di ogni cosa. Grazie. Sono un padre ora, ho bisogno di stare con i miei figli, ma questo non significa che mi dimenticherò di voi» dice al pubblico di Verona, che, scarseggiante di nativi digitali, pende dalle sue labbra senza pensare troppo ai filtri da utilizzare nelle story di Instagram.

Due ore e quaranta, 25 brani e uno spettacolo semplice ma ipnotico. Perché, tolte le piume e i brillantini, sono sempre bastati solo lui, il suo pianoforte e le sue canzoni. Il lungo ‘adieu’ di Elton si conclude con Your Song, Goodbye Yellow Brick Road e una vagonata di coriandoli sparati in cielo. Il Baronetto – stavolta strizzato in un Kimono blu a fiori – si congeda, ringrazia, e la signora di fianco a me urla: «No, Elton! Grazie a te!». Esatto. Grazie a te

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