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Gorillaz, se questo è il futuro dei live streaming rivoglio i soldi indietro

Che noia questo 'Song Machine Live from Kong': il gioco di specchi tra reale e digitale è stato fagocitato dall’ego di Damon Albarn impegnato a dimostrare quanti synth è in grado di suonare

Damon Albarn durante 'Gorillaz Song Machine Live from Kong'

Foto: dal profilo Instagram ufficiale @Gorillaz

Il mondo dei live streaming è una grande incognita su cui l’industria dell’intrattenimento musicale si sta interrogando con perplessità. Dopo un intero anno privo di concerti, qualcosa è sembrato muoversi in questo tardo autunno. Tra talk e seminari che, dall’inizio dell’epidemia, stanno mantenendo vivo l’interesse culturale in formato digitale, l’industria musicale ha iniziato ad assestare i suoi primi segnali di vita, abbandonando la noiosa litania casalinga auto-prodotta di dj set inutili e acustici soporiferi a favore di performance dal sapore ambizioso come quella proposta da Dua Lipa.

Nel weekend appena trascorso c’era grande attesa da parte degli addetti ai lavori per il concerto dei Gorillaz, un banco di prova per capire se ci fossero davvero possibilità per costruire una soluzione (economica e musicale) che non fosse solo un’alternativa in questo momento di crisi, ma un percorso parallelo per l’industria e i suoi artisti. I Gorillaz, nella loro carriera ventennale, sono stati la migliore espressione di transmedialità applicata alla musica, pionieri di nuovi territori inesplorati (vi ricordate la performance con Madonna ai Grammy Awards del 2006?) e per questo erano chiamati, volente o nolente, a provare a tracciare una nuova strada possibile da percorrere. E dunque: come è stato il live che avrebbe dovuto indicarci la via per il futuro? La risposta è semplice: una noia pazzesca.

Quanto può essere interessante, oggi, un gruppo che suona in uno studio vuoto, duettando con artisti che, principalmente, sono pre-registrati e proiettati alle spalle della stessa band? Poco, molto poco, sia per gli addetti ai lavori che per i fan più sfegatati. L’effetto, molto anni Duemila, del DVD musicale di un live tour, senza nemmeno l’empatia/invidia verso quel pubblico che aveva potuto partecipare all’evento (l’effetto «ci sarei voluto essere»), non può di certo essere una soluzione possibile nel 2020. Vi è mai capitato di partecipare a delle prove generali di uno spettacolo o di passare una serata in una sala prove con una band che prova per l’imminente tour? Se vi è capitato, sapete che la cosa più interessante è poter decidere dove posare lo sguardo, quale musicista o interprete seguire e spiare con fare voyeuristico. Ok, ora pensate di essere in quella sala prove mentre una persona vi stringe la testa e ve la muove decidendo dove dovete porgere la vostra attenzione; questa è la differenza tra interesse e noia.

Quello che stupisce e, in negativo, sorprende è che il ruolo di Jamie Hewlett, il geniale fumettista che ha dato una tridimensionalità alla musica di Damon Albarn, ne esce completamente ridimensionato. Lo spazio dove Hewlett avrebbe potuto creare un inedito clash di arti, tecniche, estetiche proiettandoci in un possibile gioco di specchi tra reale e illusione digitale è invece fagocitato dall’ego performativo dell’ex leader dei Blur che si sbatte (nemmeno troppo) per dimostrarci che è in grado di suonare ogni piccolo stupido synth che si è comprato in questi anni. Il live è quindi un susseguirsi di prevedibili proiezioni degli artisti in featuring, annegate nella staticità boriosa della performance della band in studio. I Gorillaz, per come ci era stati fatti conoscere, un quartetto di mostriciattoli antropomorfi, sono rilegati in un angolo. Gli unici momenti di interesse che, in un certo senso, ci fanno quantomeno ricordare il sapore del concerto sono alcune briciole imprevedibili: un errore nella performance, un’espressione fuori copione di Albarn, un tecnico che corre a risolvere un problema. Anche il momento più punk, il featuring in studio con slowthai e Slaves, sembra un live televisivo e non esce dall’effetto dell’ospite musicale in un Late Show americano.

Ho visto i Gorillaz live durante il tour di Plastic Beach nell’estate del 2010 come headliner al FIB di Benicassim. Un live costruito con energia e idee di narrazione imprevedibili. L’opposto di quanto avvenuto in questo streaming che, alla fine, è sembrato più un passatempo di una band annoiata piuttosto che un lavoro di rilancio e conquista di nuovi spazi digitali possibili. I Gorillaz hanno gettato alle ortiche una grande occasione, sbiadendo di fronte al confronto con Dua Lipa, un altro dei (finora pochi) grandi eventi in streaming di questo periodo, confermando le ansie e le disillusioni di chi crede che i live digitali non abbiano una vera futurabilità al di fuori di questo particolare momento storico. E questo, viste le proiezioni del 2021, potrebbe essere un problema per tutta l’industria musicale.

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