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Goran Bregovic è l’incubo di ogni sovranista

Il solito iconoclasta che non non rispetta i confini e si diverte a mischiare culture e tradizioni in un suono comune: siamo stati al concerto di 'Three Letters From Sarajevo"

La solennità del teatro deve essere un po’ troppo per un tipo come Goran Bregovic. Per questo lo spettacolo Three Letters From Sarajevo al Teatro Arcimboldi di Milano inizia con due membri della sua orchestra multietnica di 18 elementi che si alzano a suonare la tromba in mezzo al pubblico quando le luci sono ancora accese e la gente non si è ancora seduta. E’ l’esaltazione dell’elemento di disturbo che ha reso Goran Bregovic un compositore rockstar, il richiamo disordinato e incessante alla forza della musica e alla sua capacità di trascinare cuori e menti.

Lui arriva sul palco vestito di bianco, spettinato e sorridente, suona una specie di piccola chitarra “dobro” elettrificata (lo strumento che come ha raccontato lui stesso gli ha salvato la vita quando ha capito che non aveva abbastanza talento per suonare il violino) e saluta nel suo italiano perfetto, imparato nei bar di Napoli nel 1969 con il suo primo gruppo, i Kodelski: “Buonasera Questa è la mia orchestra per i matrimoni e i funerali.”

Arrivano due voci femminili bulgare, un quartetto d’archi e la sua band gitana di fiati guidata da Muharem Redzepi con una grancassa tradizionale che spinge in 4 quarti come una drum machine. Si comincia con Vino Tinto e Baila Leila dall’ultimo album del 2017 Three Letters from Sarajevo, poi sul palco si aggiunge un sestetto di voci maschili della Chiesa Ortodossa e il contrappunto di bassi, tenori e baritoni diventa il sottofondo di un reggae balcanico, poi di Ciribiribela Ciribiribela dall’album Champagne for the Gypsies del 2012.

Goran Bregovic è sempre il solito iconoclasta, il ribelle cresciuto sulla linea di frontiera di Sarajevo che non ha potuto frequentare la scuola di belle arte perché secondo il padre era «Piena di omosessuali» e ha studiato in un istituto tecnico solo perché in cambio la madre gli ha permesso di tenere i capelli lunghi, il rocker balcanico per cui le lingue non esistono e le parole sono solo suoni. È fantasia, commistione, il peggior incubo di ogni sovranista. Gente che non rispetta i confini e si diverte a mischiare culture e tradizioni in un suono comune, incastrato su un ritmo pulsante in grado di abbattere qualsiasi muro.

L’immagine del muro è alla base di Three Letters From Sarajevo, un album incentrato sul tema della diversità in cui ha affrontato la sua storia e quella della sua città. Come Sarajevo, Bregovic porta addosso i segni di una guerra di cui non ha mai parlato direttamente, nascondendosi spesso dietro ad un immaginario surreale e ironico. «Sarajevo è un simbolo dei nostri tempi, un luogo nel quale possiamo essere buoni vicini e il giorno dopo sprararci» ha detto.

A 69 anni Goran Bregovic ha deciso di entrare in questa pagina della storia recente parlando di coesistenza religiosa con un disco e uno spettacolo meno furioso del solito, riflessivo e malinconico, virato sul suo lato da compositore piuttosto che su quello da rockstar, senza però rinunciare al suo spirito dissacrante: «Ho letto la storia di un reporter della CNN che è andato a Gerusalemme per raccontare la storia di un vecchio ebreo che da 50 anni ogni giorno prega per la pace davanti al Muro del Pianto» racconta Bregovic dal palco «Il reporter gli ha chiesto: “Ha avuto una risposta da Dio?” e lui: “Mi sembra di parlare con un muro”. Se c’è qualcosa da imparare da questa storia è che Dio non ha previsto di insegnarci a vivere insieme. È una cosa che dobbiamo imparare da soli. Lo spettacolo parla di questo».

L’orchestra esegue le tre lettere ai Cristiani, Musulmani ed Ebrei, lente e profonde, tenute insieme allegoricamente dal suono di un violino solista suonato in tre stili diversi classico, klezmer e orientale. Tra una lettera e l’altra sale la vibrazione di brani come Jarija e Mazel Tov, musica alla Bregovic, divertente e anarchica nell’ispirazione ma equilibrata nell’esecuzione, raffinata da anni di spettacoli in teatro in ogni parte del mondo, resa accessibile per ogni tipo di pubblico. Un furore controllato, funzionale al messaggio.

Poi, dopo il folk gitano per chitarra, tromba e percussioni di In The Dead Car, forse si annoia lui per primo e torna a fare ballare. Il bis sono sette pezzi uno più tirato dell’altro, da Jeremija con il coro “Artileria” che fa alzare in piedi sulle sedie tutto l’Arcimboldi alla sua versione balcanica di Bella Ciao passando per il suo pezzo simbolo, Kalashnikov.

Alla fine la dimensione di Bregovic è questa, perchè è stato lui a dare alla musica tradizionale della sua terra una potenza rock. Oltre che un messaggero di pace, Goran Bregovic è un militante della sfrenatezza e della sfrenatezza attraverso l’estasi musicale. Con la voce roca, i gesti annebbiati e l’imperfezione messa sempre in primo piano come categoria artistica e stile di vita, Goran Bregovic brinda al pubblico: «A me piace cantare quando bevo» prima di chiudere gridando il suo ultimo messaggio: «Chi non diventa pazzo non è normale».

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