«È una notte per cantare insieme». Lo riassume così, Brett Anderson, il concerto sold out tenuto ieri sera al Fabrique di Milano dagli Suede. È uno dei pochissimi momenti dell’unica data italiana del loro tour europeo in cui il cantante dice qualcosa al pubblico, investito per tutto il resto del tempo dalla potenza della band inglese, dai suoi pezzi uno via l’altro e da quello che, assieme a Jarvis Cocker, è il miglior frontman della generazione britpop.
Brett urla, trascina il pubblico, scende in mezzo ai fan con i roadies che gli sollevano il filo del microfono per permettergli di allontanarsi il più possibile dal palco. E intanto continua a cantare, mentre la band macina pressoché tutti i pezzi più conosciuti di una carriera iniziata ormai trentaquattro anni fa. Non si riesce a staccare gli occhi dal cantante, ma bisogna dire che la chitarra di Richard Oakes, spesso e volentieri sostenuta da quella di Neil Codling, costituisce un marchio di fabbrica altrettante riconoscibile, e che la sezione ritmica composta dai fondatori Matt Osman e Simon Gilbert non perde un colpo. Sono una band potente, gli Suede 2026. Lo sono sempre stati, e ieri sera lo hanno confermato.
In scaletta solo un pezzo tratto dall’ultimo album, una June Rain assolutamente all’altezza dei momenti migliori della band, e in assoluto solo quattro canzoni successive alla reunion del 2013. Peccato, da un lato, perché gli ultimi due album, Autofiction (2023) e Antidepressants (2025) non sono niente male e avrebbero meritato più spazio. Però, dall’altro, non ci si può lamentare di una scaletta fatta quasi solo di grandi classici, con la doppietta Animal Nitrate–The Drowners sparata quasi in apertura di concerto. Ma è al momento della prima ballata, The 2 Of Us, che gli Suede ricordano di non essere solo una band punk’n’glam ma di essere capaci di grande intensità lirica. Un aspetto anch’esso un po’ trascurato ieri sera, fatta eccezione per una bellissima versione acustica di The Wild Ones e per la conclusiva Saturday Night, unico bis in scaletta.
Rispetto al passato, Brett Anderson sfoggia un largo sorriso e sembra divertirsi molto. Il botta e risposta con il pubblico è continuo, sembra averne bisogno. Il live degli Suede 2026 è una festa, un sostantivo che in passato si faceva fatica ad associare alla band. Non che ci siano particolari novità rispetto al passato, ma un Anderson così divertito non lo si era mai visto.
Coming Up (1996), il primo album composto dall’attuale formazione, è il più saccheggiato in scaletta, ma il momento migliore del concerto è forse la doppietta So Young–Metal Mickey, con l’assolo ronsoniano di quest’ultima a rubare la scena a Brett Anderson e a ricordarci come quell’album con il bacio in copertina strillava forte e chiaro che una band guidata dal figlio di un tassista di Haywards Heath era arrivata per prendersi la scena. Con le stesse canzoni che ieri sera, trentatré anni dopo, sono state capaci di prendersi il Fabrique.















