Gli Iron Maiden a San Siro hanno dimostrato che il metal è grande cultura popolare | Rolling Stone Italia
Un concerto-simbolo

Gli Iron Maiden a San Siro hanno dimostrato che il metal è grande cultura popolare

La band ha trovato un gran teatro dove rappresentare repertorio e immaginario. Doveva succedere anni fa. Male il suono all’inizio, bene dopo, notevole Bruce Dickinson a 67 anni. Sul prato Thomas Raggi dei Måneskin le sapeva tutte

Gli Iron Maiden a San Siro hanno dimostrato che il metal è grande cultura popolare

Bruce Dickinson a San Siro con gli Iron Maiden

Foto: Mathias Marchioni/About

Il concerto degli Iron Maiden a San Siro ha un valore simbolico che l’ha reso storico già prima che la band suonasse una nota. Perché prima ancora di parlare di Phantom of the Opera, di Rime of the Ancient Mariner o di un Bruce Dickinson che continua a sfidare ogni legge della biologia, bisogna fare i conti con il luogo. San Siro non è uno stadio come gli altri: per gli italiani rappresenta quasi un simbolo nazionale, è la Scala del calcio come viene definito da decenni anche fuori dai nostri confini. E il calcio per gli Iron Maiden non è mai stato un semplice passatempo. Steve Harris ha fondato la band dopo aver rinunciato a inseguire seriamente una carriera da calciatore professionista e il West Ham è praticamente una religione per lui. Adrian Smith, nonostante nella nostra intervista abbia ammesso di essersi un po’ allontanato da uno sport ormai senza poesia, non ha mai nascosto il proprio fanatismo e tradizione vuole che, prima di ogni concerto, la band si esibisca in partitelle generalmente a scopo benefico in luoghi particolarmente significativi.

Negli anni i Maiden hanno riempito gli stadi di mezzo mondo, ma arrivare a San Siro aveva evidentemente un sapore diverso e lo si è capito subito. Dickinson è tornato più volte sull’argomento durante la serata, aiutato da un colpo d’occhio mozzafiato, incredulo di trovarsi davvero lì e con quella marea umana a gridare la propria devozione. L’orgoglio mostrato per il fatto di essere la prima band metal a suonare nello stadio milanese non è sembrata la solita paraculata. Sembrava davvero un traguardo che la band considera speciale. Del resto, quando il manager Rod Smallwood ha annunciato la data ha parlato apertamente di un evento storico per la band e per una formazione che ha appena festeggiato mezzo secolo di attività, gli eventi storici iniziano a essere piuttosto rari.

Foto: Mathias Marchioni/About

Foto: Mathias Marchioni/About

Venendo allo show, l’inizio, purtroppo, è stato il momento più complicato della serata, un problema che chi frequenta San Siro conosce molto bene. Per tre o quattro brani i suoni si sono rincorsi senza mai trovare una forma definita: bassi troppo invadenti, chitarre poco leggibili, un impasto sonoro che ha penalizzato soprattutto una delle parti più vecchie della scaletta. Un peccato enorme, perché il blocco dedicato a Killers era uno dei motivi principali per cui molti fan avevano comprato il biglietto: Murders in the Rue Morgue, Wrathchild e Killers appartengono a un’epoca in cui la musica dei Maiden era ancora sporca, affilata, quasi punk nella sua energia, è materiale che vive di dettagli, negli intrecci tra le chitarre di Dave Murray e Adrian Smith, di quella corsa continua inventata dal basso di Harris. Avrebbero meritato ben altra resa. Poi il fonico è tornato dalla lunghissima fila per accaparrarsi una birra e qualcosa si è sistemato. E quando gli Iron Maiden hanno iniziato a sentirsi come devono sentirsi gli Iron Maiden, il concerto è decollato.

In fondo questo tour vive di una promessa semplicissima: riportare il pubblico dentro il periodo compreso fra il debutto del 1980 e Fear of the Dark del 1992. Gli anni che hanno costruito il mito, insomma, quelli che per moltissimi fan coincidono semplicemente con gli Iron Maiden. La scelta potrebbe sembrare nostalgica, ma a distanza di 50 anni credo si tratti più di una forma di archeologia, perché consente di osservare l’evoluzione della band nel giro di poco più di due ore, dalla ruvida urgenza degli esordi fino alla complessità proto-progressive di Seventh Son of a Seventh Son passando per la grandezza cinematografica di Powerslave e l’esplosione mondiale di The Number of the Beast. Se c’è una cosa che i Maiden hanno capito meglio di quasi chiunque altro è che il metal è prima di tutto immaginazione, costruzione di mondi e da questo punto di vista lo spettacolo continua a essere qualcosa che pochissime band riescono anche solo ad avvicinare: Eddie appare e scompare continuamente, trasformandosi a seconda della canzone. Fondali, animazioni e scenografie non fanno da semplice contorno ai brani ma ne diventano una prosecuzione narrativa.

Il momento più riuscito dell’intera serata arriva probabilmente con Phantom of the Opera: quando sul palco compare il grande sipario rosso, San Siro smette di essere uno stadio e, per qualche minuto, diventa davvero un teatro. Un’immagine quasi perfetta: la Scala del calcio trasformata in un gigantesco palcoscenico teatrale per una delle composizioni più ambiziose mai scritte dagli Iron Maiden. In quei minuti si percepisce anche la distanza che separa la band da gran parte del metal contemporaneo. Harris e compagni hanno sempre ragionato in termini di racconto, di scenografia, di spettacolo totale, più vicini a un musical, a un film d’avventura o a un’opera rock che a una semplice successione di canzoni.

Foto: Mathias Marchioni/About

Foto: Mathias Marchioni/About

E poi è arrivata Infinite Dreams, che per i fan più accaniti rappresentava probabilmente il vero Santo Graal della serata. Dal vivo mancava dal 1988, un’assenza così lunga da aver trasformato il brano in una leggenda. Molti, me compreso, avevano ormai rinunciato a sentirla una volta nella vita. Invece eccola lì, nel cuore della scaletta, accolta come si accolgono i vecchi amici che si pensava di avere perso per sempre. Infinite Dreams appartiene a quella categoria di canzoni che spiegano meglio di qualsiasi intervista cosa siano davvero gli Iron Maiden. Dentro ci sono la melodia, il progressive, l’heavy metal, l’ambizione letteraria e quella vena malinconica che spesso si dimentica quando si parla della band.

Da lì in avanti il concerto si è trasformato in una lunga celebrazione della propria leggenda: The Number of the Beast, Powerslave, 2 Minutes to Midnight, Rime of the Ancient Mariner, Run to the Hills, The Trooper, Hallowed Be Thy Name. Una sequenza che poche band nella storia del rock potrebbero permettersi. E forse, arrivati a questo punto, continua a fare un certo effetto persino definirli una band metal. Non perché gli Iron Maiden abbiano smesso di esserlo, ma perché quella definizione da sola ormai racconta troppo poco. È come descrivere i Led Zeppelin come un gruppo hard rock. Tecnicamente corretto, sostanzialmente irrilevante. Gli Iron Maiden hanno superato da tempo i confini del genere che hanno contribuito a definire, sono diventati un’istituzione culturale, una di quelle rarissime realtà che finiscono per appartenere alla storia della musica nel suo complesso e non più soltanto a una specifica comunità di appassionati. Lo si capisce osservando il pubblico: ci sono i metallari di sempre, naturalmente, ma ci sono anche famiglie, professionisti, studenti, sessantenni che li seguono dagli anni ’80 e ragazzi che avrebbero l’età per essere loro nipoti. Ci sono persone che probabilmente non ascoltano altro metal durante l’anno e che pure conoscono ogni parola di Fear of the Dark o Hallowed Be Thy Name. C’era anche Thomas Raggi in tenuta di jeans che ha cantato ogni brano della serata. È il destino che tocca soltanto ai classici, quando, a un certo punto, il genere diventa il punto di partenza e non più quello d’arrivo.

Del resto, chi oggi parla dei Rolling Stones come di una blues band? Chi definisce Paul McCartney un musicista beat? Con gli Iron Maiden sta accadendo qualcosa di simile. La loro musica continua a essere heavy metal, certo, ma il loro significato storico ormai appartiene a un’altra dimensione. Quella delle grandi band che hanno saputo attraversare generazioni, mode e cambiamenti culturali restando immediatamente riconoscibili. Gruppi che rappresentano un immaginario, un linguaggio, una tradizione. E vedere una realtà del genere conquistare finalmente San Siro ha avuto anche questo significato: l’affermazione sì del metal dentro il tempio del calcio, ma il riconoscimento definitivo di una delle grandi band della storia del rock. Punto. Perché i Maiden ormai da tempo giocano nello stesso campionato simbolico di Stones, Who, Zeppelin, Springsteen o U2. Tutte band che trascendono il genere da cui provengono. E sopra tutto questo, inevitabilmente, Bruce Dickinson.

Foto: Mathias Marchioni/About

Foto: Mathias Marchioni/About

Ogni volta che lo si vede dal vivo torna la stessa domanda: com’è possibile tutto ciò? Sessantotto anni il prossimo 7 agosto, tumori sconfitti, una vita passata a cantare musica che richiede uno sforzo vocale devastante. Eppure continua a dominare il palco come se il tempo avesse deciso di concedergli un trattamento speciale. Ian Gillan è una leggenda. Robert Plant è una leggenda. Rob Halford è una leggenda. Nessuno di loro però è arrivato a questa età conservando una combinazione simile di estensione, aggressività, controllo tecnico e presenza scenica. Dickinson corre da una parte all’altra del palco, cambia costume, interpreta personaggi, racconta storie e soprattutto canta davvero. Le note alte di Aces High arrivano ancora come sirene antiaeree, le parti più teatrali di Hallowed Be Thy Name mantengono intatta la loro forza drammatica e Infinite Dreams, un brano di una difficoltà vocale spaventosa, conserva tutta la sua tensione emotiva. A un certo punto viene da pensarlo seriamente: se esistesse la reincarnazione e fosse possibile scegliere, rinascere Bruce Dickinson sarebbe una prospettiva niente male.

La più grande band metal britannica della storia dentro la Scala del calcio. A pensarci bene, era una cosa che sarebbe dovuta succedere molto tempo fa. E forse proprio per questo, quando è finalmente accaduta, è sembrata così giusta.