Gli inimitabili: De Gregori e Venditti all’Olimpico | Rolling Stone Italia
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Gli inimitabili: De Gregori e Venditti all’Olimpico

Canzoni imbattibili, irruzioni nel repertorio altrui, band e stili fusi, un’interpretazione italiana del condividere: ieri a Roma c’è stata la prima data della “cosa insieme” di Francesco e Antonello, artisti talmente diversi da essere complementari

De Gregori e Venditti all'Olimpico

Foto: Roberto Panucci

Cantano tutti nella notte. Con naturalezza. Canzoni che conoscono da sempre. L’estate romana, l’Olimpico sold out, le note di Also Sprach Zarathustra di Strauss a fare da auto-ironica soundtrack all’entrata in scena della band. Presupposti per la classica volta da ricordare, dal momento che Francesco e Antonello, dopo i periodici ammiccamenti e i saltuari rendez-vous seguiti ai comuni esordi di mezzo secolo or sono, infine l’hanno messa in scena davvero la “cosa insieme”: un lungo tour, open air nei mesi caldi e poi nei teatri d’autunno, in cui condividere e scambiarsi tutto – canzoni, parti vocali, battute e naturalmente le schiere di rispettivi ammiratori che, se ci pensate, sono una geografia strana, che prevede aree di sovrapposizione, ma anche contrapposizioni, tra il mondo-De Gregori che poco alla volta s’è andato edificando sulla sua discografia, speculativo, reattivo ai segnali del mondo della politica e della storia, appassionato all’etica e a una visione confidenziale degli amorosi sensi e – prospiciente come in un grande condominio della Capitale – il pianeta pop delle passioni di Venditti, romantico, sanguigno, venato di nostalgie, traversato da invettive, disillusioni e trasporti sentimentali.

Risiede qui la potente verità dell’evento itinerante battezzato “Venditti-De Gregori”: la vasta, smagliante, assoluta qualità dei rispettivi repertori, allorché si vanno ad assommare, dà vita a una scaletta così imponente e rappresentativa da destabilizzare lo spettatore per la successione di emozioni, memorie e quadri che gli sfileranno davanti agli occhi. Mettete una dopo l’altra Bomba o non bomba, La leva calcistica della classe ’68, Modena, Bufalo Bill, La storia, Sotto il segno dei pesci, Generale, Ricordati di me e via di questo passo per tre torrenziali ore di musica e agnizioni di chi ascolta, tra sguardi obliqui, sorrisi e lacrime sparse.

Ma qual è il metodo che Antonello e Francesco hanno scelto per entrare, senza bussare, l’uno nelle canzoni dell’altro? Diremmo “irruzione”, piuttosto che “appropriazione”: ciascuno che mette il suo stile – talmente diverso – al servizio della scrittura dell’altro, senza piegarsi troppo, mantenendo la propria vocazione e in certi casi scegliendo di non cantare – non a caso, quando arrivano Niente da capire o Titanic Francesco le fa da solo, e lo stesso accade quando Antonello intona Notte prima degli esami – sebbene i due si concedono la trasgressione di una Donna cannone smezzata nemmeno fosse un tramezzino, e quell’azzardo miracolosamente funziona. E il suono? Qual è il possibile punto d’incontro tra il rock-blues elettrico a cui è votato l’ultimo De Gregori, col lontano sound matematico, scandito dai sequencer, di Venditti? Secondo la collaudata formula “si vince al centro”, c’è una formula del “metti & togli” che organizza i contributi dei musicisti (anche loro salomonicamente divisi tra membri delle rispettive band) secondo lo stretto necessario, l’essenziale, soltanto con saltuari momenti d’insieme.

E diventa sempre più chiaro, col consumarsi della set list, che è il lato emotivo, diremmo perfino affettivo, a comandare la temperatura della serata. Perché, per quanto i due artisti ostentino tutta la nonchalance di cui sono in possesso, per quanto “sdrammatizzare” sia la parola d’ordine, per quanto Antonello e Francesco su quel palco ci stiano come dei primatisti nella loro piscina, alla fine alla liturgia cerimoniale non si riesce a sfuggire: questo concerto celebra, per amore o per forza. Celebra un’amicizia tra due grandi musicisti e una storia che proviene dai rispettivi vent’anni, con le prerogative, le frizioni e gli incidenti di quell’età scapigliata, tra anime talmente diverse da essere complementari. Due artisti che nel tempo si sono seguiti e ascoltati a vicenda, talvolta ammirati, forse perfino invidiati. Ma celebra e sottopone a ingrandimento anche un’interpretazione italiana del trasmettere e del condividere: attraverso la forza del linguaggio, la densità della poesia e quelle idee melodiche, pirotecniche e inimitabili, negli anni della formazione spuntate nella testa di Antonello e Francesco e provenienti da ogni dove – l’America, la musica popolare, la passione politica, la voglia di emergere e anche un’educazione borghese le cui tracce in circolo sono sempre più lievi, sfumate, sottilmente anacronistiche.