Generazione Cremonini, dai colli bolognesi a San Siro | Rolling Stone Italia
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Generazione Cremonini, dai colli bolognesi a San Siro

Il concerto milanese di Cesare è uno show classico e sintetico che fa pensare «sembra di essere tornati agli anni ’90» (cit. sua), ma senza mai effetto revival. Perché il venerato maestro is present. Cronache (sentimentali) da sottopalco

Generazione Cremonini, dai colli bolognesi a San Siro

Cesare Cremonini a San Siro

Foto press

Al primo San Siro post Covid di Cesare Cremonini, tra una Moonwalk e una Vieni a vedere perché, pensavo: i giovani d’oggi (sono vecchio) quali parole useranno quando un giorno (i vecchi saranno loro) dovranno raccontare i loro anni di formazione? Andrà ancora di moda l’aggettivo “generazionale”? Immagino di no: di Gen Z parliamo ossessivamente noi (noi vecchi), mentre chi ne fa teoricamente parte non mi pare granché presente a quel che accade, non credo farà, o stia già facendo, una riflessione (vabbè, un pensierino) su quello che è e quello che resterà – di questi anni scemi.

Tra me e Cremonini ci son tre anni di differenza, e non voglio parlare anche per lui. Ma ecco, siamo gli ultimi con una formazione novecentesca, diciamo analogica; e, forse non a caso, gli ultimi ad essere ossessionati dall’aggettivo generazionale. Gli ultimi che hanno vissuto (che vivono) le cose pensando a ciò che quelle cose avrebbero lasciato, a ciò che avrebbero detto di noi. Perché quelle cose si potevano toccare.

Cremonini è l’ultimo grande cantautore pop di quella scuola lì, bolognese e universale, ad aver vissuto la musica come costruzione di un mondo, anche il suo. I Lùnapop, poi la distanza, i nuovi inizi da solo, altri successi, il ricongiungimento ideale con le origini, la maturità definitiva, lo status di venerato maestro ma sempre da ragazzo di quella generazione, di quell’ultima generazione.

Cesare Cremonini apre lo show a San Siro con ‘La ragazza del futuro’. Foto press

Guardare Cremonini in mezzo a decine di migliaia di persone fa pensare che la musica della nostra generazione – e di quelle prima – era (è) qualcosa di tangibile. Dai dischi di 50 Special agli stadi conquistati, una traiettoria che era e resta analogica, che ancora s’incrocia alla nostra solo quando c’è qualcosa da dire, un disco da pensare e da pubblicare, un grande tour da suonare. Senza l’ansia del numero su Spotify da conquistare nella prima settimana, della modalità usa e getta che sembra l’unica in mano alla scena musicale di oggi – se a noi dici usa e getta, ci vengono in mente solo le macchinette Kodak.

Dunque, il Cremonini show. Essenziale e sontuoso, un po’ Coldplay un po’ Lorenzo, ma sempre lo spettacolo di un solitario, in senso bello e tecnico. Uno che, al di là dei coriandoli e del fuoco e delle lune di cartapesta, sta lì col suo pianoforte e la sua chitarra (e giusto una giacchetta sbrilluccicante per l’occasione) a comporre e ricomporre il suo mondo come ha sempre fatto, smontando e riassemblando tutti i pezzi, fino all’ultimo album – e a questo tour – che è classico e sintetico.

Lo erano già, però, le Vespe truccate e le Benson & Hedges, lo era già quell’universo codificato allora che oggi riaccende, letteralmente, le platee (unica differenza dal Novecento ad oggi: le torce degli iPhone al posto degli accendini). “Mi sembra di essere tornato agli anni ’90”, dice più o meno Cremonini prima di 50 Special, di fianco a lui il Ballo ritrovato e senza dread, tutto come prima, tutto come oggi.

Gli anni ’90 ci sono ancora, ci sono davvero. Sottopalco si agita l’amico Valentino Rossi. Nell’hospitality – quello che una volta si chiamava più volgarmente buffet – Elisabetta Canalis abbraccia Eros, più bella cosa non c’è. Ma gli anni ’90 di Cremonini, quelli suonati sul palco e quelli più o meno indirettamente richiamati da quel poltergeist spaziotemporale, non fanno mai l’effetto del revival, della nostalgia. Nemmeno quando partono le hit di …Squérez? (Manca Vorrei, intonata da un gruppetto di ragazze accanto a me prima del bis: quindi è come se ci fosse stata anche lei.)

Cesare Cremonini a San Siro. Foto press

La ragazza del futuro nel prologo dalla gru, e poi Colibrì ben ripensata per il live, Mondo con Jovanotti “da remoto”, Logico che è subito inno, Lost in the Weekend con un divertito birignao alla Harry Styles, fino al blocco finale che riassume il Cesare di ieri e quello di oggi, prima 50 Special e Marmellata #25, poi Poetica e Nessuno vuole essere Robin quasi spenta e ancora più segreta, resta quasi solo la voce (gran voce, ieri sera) e ancora quelle torce dei telefoni – Al telefono, tutti, sempre.

In mezzo, l’eredità che è manifesta e celebrata, l’eredità che è Ballo ma anche Dalla, a tutto led wall su Stella di mare, che Cremonini canta con lui in una distanza che è presenza. È una DAD tra il maestro e l’allievo che, così pare a me, non teme più nessun confronto, c’è solo Bologna, c’è solo il cantare finalmente pacificato da una generazione all’altra.

È un concerto per giovani adulti, mi pare che abbiamo tutti la stessa età, non ci sono bambini (evviva), vedo tanti gruppi di maschi (bianchi etero cis, direbbero gli activists dell’Instagram) che ballano coreografando tutto da Buon viaggio a Greygoose. Alla fine cantiamo tutti “E tu sei molto di più di quello che tu sai, sei sole e pioggia negli inverni miei” e penso che, in fondo, siamo (stati) una bella generazione.

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