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Gazzelle a Roma: una storia tipo Dragon Ball

Tutti quei sacrifici di Goku e Vegeta per diventare Super Sayan, e invece le generazioni di oggi riescono a trasformarsi in un attimo, con la stessa facilità con cui l'itpop fa sold out. Come Gazzelle ieri al Palazzo dello Sport di Roma

Crediti: Roberto Panucci / Vivo Concerti

Crediti: Roberto Panucci / Vivo Concerti

Non moltissimo tempo fa, durante uno dei due o tre aperitivi che mi capita di fare nell’arco di un decennio, ho incontrato un mio amico che è stato via dall’Italia nel biennio fatidico della trasformazione dell’indie in itpop mainstream. Nello specifico, non riusciva a fare pace con il fatto che l’ultima volta aveva visto Calcutta in un seminterrato ammuffito e nell’arco di uno stage andato male a Londra, quel seminterrato ammuffito era diventato uno stadio pieno. Nello specifico, disse: I didn’t see it comin’, voglio sperare come citazione dei Belle and Sebastian. Visto che io invece c’ero, posso rintracciare i vari passaggi della parabola in questione, la gavetta e l’esplosione di tutta la scena indie 2.0.

Quando ieri sera Flavio Pardini, aka Gazzelle, saliva con gli occhiali da sole sul palco del Palazzo dello Sport strapieno, con la gigantesca scritta “Ciao rega’” alle spalle, ho capito che invece io mi ero perso un pezzo di scena 2.2 e che tutto quello non l’avevo visto arrivare. È ancora nella memoria di tutti quanto fu “tormentato” il percorso verso il “mainstream” e i primi sold out nei palazzetti dei vari Thegiornalisti o Calcutta (che non a caso ci hanno persino intitolato i rispettivi dischi), mentre oggi è la totale normalità, tipo Dragonball. Tutti quei sacrifici di Goku e Vegeta per diventare Super Sayan, anni e anni, morti su morti e pianeti rasi al suolo e poi, dopo di loro, le generazioni successive riescono a trasformarsi in un attimo, con la stessa facilità con cui oggi le nuove generazioni itpop fanno sold out. Ho davvero fatto questa metafora? Sì.

Giusto un mese fa il profilo Instagram di Maciste Dischi festeggiava il sold out del Forum di Assago, pubblicando uno screenshot del 2014 in cui, l’allora semplicemente Flavio Pardini venticinquenne, proponeva i suoi pezzi per «far diventare la sua unica passione un mestiere», mentre proprio in questi giorni ricorrono i due anni dalla prima data a Roma, anche quella andata sold out, al Monk (più piccolo del Palazzo dello Sport, ma abbastanza grande per capire che sia sta iniziando a fare sul serio).

Crediti: Roberto Panucci / Vivo Concerti

Crediti: Roberto Panucci / Vivo Concerti

Non avevo visto arrivare le orde di adolescenti cantano a squarciagola i ritornelli citatissimi nelle storie Instagram di Non sei tu o di Sbatti – che poi sono entrambi due pezzi che parlano di nostalgia dei bei tempi andati e dell’arrivo dei trent’anni, quindi che c’entrate voi adolescenti? – e ho capito quanto sono vecchio, ma soprattutto che la mia generazione ha finalmente trovato il modo per cavarsela: dare in pasto ai giovani le proprie rotture di cazzo, sotto forma di testo carino. In questo Gazzelle è probabilmente il maestro della scena, quantomeno quella che fa ancora uso delle chitarre, e allora tutti in piedi dall’inizio alla fine sulle tribune, con picchi di entusiasmo nei pezzi che raccontano le delusioni d’amore e le frustrazioni: Meglio così, Nero, Quella te durante le quali è letteralmente impossibile guardare il palco se non attraverso lo schermo di uno smartphone, finché non arriva pure Galeffi che canta Sayonara e fa impazzire tutti.

Durante tutto il concerto cerco lo sguardo di coetanei e devo dire che, seppure in grande minoranza, li trovo negli occhi di persone felici, che finalmente partecipano a qualcosa che fino a qualche anno fa gli era precluso, come se l’indie di prima fosse solo appannaggio degli “alternativi”, di quelli che all’università avevano scelto percorsi umanistici, mentre adesso anche quelli che quando uscivano la sera andavano «al solito posto di merda, le solite facce noiose, la solita superficialità» ora possono cantare di qualcosa in cui si riconoscono. Portare le persone ai concerti è sempre un pregio e quindi merito a Gazzelle per esserci riuscito, sempre a suo agio nella divisa di ordinanza che incarna in pieno l’interpretazione italiana dello stile british di gallagheriana memoria: giacca a vento, pantaloni che un tempo avremo definito skinny, scarpe casual, col suo modo di fare tipicamente romano, un po’ sbarazzino e un po’ romantico che dedica un pezzo alla mamma, un po’ “non lo so manco io che cazzo ci sto a fare qui”, ma che «sotto sotto sto bene sotto sotto sto bene» e stiamo bene tutti, fino alla pioggia di coriandoli finale e i saluti: “grazie rega’”.

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