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‘Forever accade’ di Francesco Bianconi è una serenata d’amore in un mondo al collasso

È l'epoca dei concerti senza concerti. Come l'happening on line di ieri sera. Preregistrato, ma intenso e romantico. Anche musica è il bene: "lasciamoci indietro tutta questa merda"

Francesco Bianconi

Foto: Laura Villa Baroncelli

E quindi Forever accade, per davvero. Come da titolo, il primo disco solista di Francesco Bianconi trova compimento con un concerto. Avete presente la frequenza con cui gli artisti rimarcano quanto l’attività dal vivo sia fondamentale per garantire un senso, una forma persino liberatoria (eccetera, eccetera) ai due anni di sorta passati in studio? Be’, hanno ragione. Tanto più se si parla di un album del genere, che è un viaggio controvento con cui la voce dei Baustelle ha messo in soffitta le sonorità «oscenamente pop» della band, per dedicarsi a una musica – di fatto – da camera, poliglotta e austera, senza ritmica e rigorosamente complessa e suggestiva. E che merita live altrettanto unici.

L’idea, qui, è coerente e ambiziosa: due happening (“di storie, dialoghi, canzoni”, fa fede la locandina) di 40 minuti, rigorosamente in diretta e l’uno diverso dall’altro; il primo ieri dal Teatro Alfieri di Asti e l’altro stasera dal Rossini di Pesaro. E insomma: ci sono il viaggio, l’unicità dell’evento; mancano il pubblico ovviamente, e per molti versi il bello della diretta, che sia streaming o meno. Nell’epoca di live online spesso in grado di sfruttare poco gli spazi di manovra della Rete, l’intenzione di mettere su un set all’avanguardia nel linguaggio viene abbandonata in partenza. Banalmente: Forever accade è registrato, non c’è possibilità di intervenire da casa e la sensazione di assistere a un videoclip, di base, può esserci, vista pure la regia impeccabile e la poca improvvisazione.

E però? E però tutto ciò è tenuto in conto da Bianconi e soci, che scelgono un concerto breve e posato in cui a vincere sono le immagini che evocano, le trovate come i dialoghi e i racconti simil-podcast, le canzoni stesse. E il legame dello show col presente.

Su un palco rigorosamente buio, illuminato solo a fasi alterne o da luci a led o da fari scarni che proiettano sullo sfondo (un dipinto con gli eroi tragici della letteratura di Vittorio Alfieri, a cui è intitolata la struttura: wow) le ombre dei musicisti, ci sono Angelo Trabace al pianoforte, Zevi Bordovach a diversi, altri strumenti tra cui il mellotron, e lo scrittore Valerio Millefoglie con un laptop a trasmettere voci, leggere reportage, porre domande a Francesco. Soprattutto all’inizio, lo scambio tra i due non funziona benissimo: Bianconi – con camicia verde smeraldo che è un puntino nelle tenebre – è grave e profondo, vocalmente puntuale, accorato e in forma; lui invece è spesso rapido e frizzante, quasi brioso e in contrasto con l’austerità del contesto, in cui i brani di Forever sguazzano con arrangiamenti simili a quelli da studio, seppur senza gli archi.

Poi Millefoglie entra nel mood e l’atmosfera di Forever accade tocca l’apice. Lugubre, intensa, comunque romantica. Come una serenata al tempo della pandemia. Si gioca bene coi contrasti: lo scrittore evoca storie piccole di ostinazione dai confini del mondo (Le Grazie, la “città dei palombari”; Quattordio, mille anime a due passi di Alessandria e i suoi parroci); Bianconi apre, spalle curve alla platea deserta, con Il bene, poi vola su Certi uomini, infine lascia che la psicanalisi introduca L’abisso. I demoni e l’amore, la regia che indugia su un’assenza di pubblico rimarcata anche in chiusura e la forza di un disco che, nonostante tutto, prende corpo. Il male di vivere, il sesso, il languore. “Io so che son venuto dalla fica e so che lì voglio tornare”. Le domande esistenziali. Una lettera di una ragazza di 23 anni: “A cosa pensa Bianconi prima di andare a dormire?”.

 

 
 
 
 
 
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A livello tecnico, dicevamo, non ci sono prodigi: solo la ricerca di un contesto intimo e accogliente. I quattro sul palco lo raggiungono e non ci si annoia, vuoi per i tempi serrati e la brevità dello spettacolo, vuoi per la continuità delle trovate in scena. In coda, per dire, il live diventa la carezza al tempo del Covid che ha cercato di essere dal primo minuto con due cover a sorpresa. La prima è di Conchiglie di Andrea Laszlo De Simone, qui inno sommesso alla resistenza; la seconda, insolita, è di Domani è un altro giorno di Ornella Vanoni, con un Bianconi più a proprio agio che nel precedente rifacimento che – ora in piedi, e faccia alla platea – lancia un messaggio di ottimismo per il futuro. “Domani è un altro giorno, si vedrà”.

Per cui, pur in uno svolgimento estremamente coinciso, Forever accade fa centro soprattutto per il valore simbolico che si porta dietro, e cioè quello di atto d’amore orgoglioso – per la musica dal vivo, per gli esseri umani, per la vita stessa nonostante tutto – in un mondo al collasso. Merito di Bianconi e soci, in grado di andare oltre i limiti di un live registrato trasformandolo, coi contenuti, in un regalo da scartare di notte, col coprifuoco fuori e un Natale in zona rossa in arrivo. Ma del resto lui ce l’aveva in apertura, mentre cantava Il bene: “Lasciamoci indietro tutta questa merda e poi scriviamolo su un muro che staremo sempre insieme”. Programmatico. Alla faccia dell’effetto showcase, questo è uno spettacolo che trasuda sangue vivo a ogni parola.

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