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Eric Clapton, dopo le polemiche resta la musica

E quella è buona, specialmente la parte acustica. Ieri sera il musicista ha suonato a Bologna facendo dimenticare contraddizioni e dichiarazioni strampalate. Una rivincita, l'ennesima

Eric Clapton dal vivo nel 2022

Foto: Harry Herd/Redferns

Siamo così abituati a parlare di longevità quando ci riferiamo di gente come Iggy Pop, Mick Jagger o Ozzy Osbourne che commettiamo l’errore di dimenticarci Eric Clapton. Forse per l’aspetto esteriore, meno segnato dagli anni di abusi rispetto ai colleghi, o forse per la sostanziale ritrosia a far parlare di sé e a farsi vedere in pubblico. In quanto a tragedie più o meno autoinflitte, Clapton però non è secondo a nessuno e lo splendido Life In 12 Bars (forse il documentario rock più bello degli ultimi dieci anni) è lì a dimostrarlo. Eppure, mai come questa volta, la sensazione che il miracolo di riuscire a rivederlo potesse non compiersi mi attanagliava da giorni. Forse perché il biglietto per la prima data bolognese l’avevo comprato nel 2019. O semplicemente perché era saltato già talmente tante volte che mi ero rassegnato: tra un po’ diranno che non ce la fa più e mi restituiranno i soldi del biglietto.

Da quando ho potuto, più o meno dalla metà degli anni ’90, l’ho seguito un po’ dappertutto, in Italia e all’estero. L’ultima volta è stata ad Hyde Park, per quello che sembrava il commiato di un uomo che spesso era ormai costretto a spostarsi su una sedia a rotelle, tanta era la fatica nel muoversi con le proprie gambe. Una specie di ultimo saluto a quella Londra che l’aveva visto diventare Dio e che aveva lasciato con un duetto con Santana, che era apparso a tutti come la conferma di un ritiro annunciato. Invece, Clapton aveva ripreso a suonare qua e là con sempre più frequenza, lasciando intendere di aver abbandonato ancora una volta ogni proposito di addio.

Poi è arrivato il Covid, un avversario che Clapton ha affrontato a muso duro, tornando persino sulle prime pagine dei giornali per l’aperta avversione nei confronti delle discriminazioni tra vaccinati e non e per i brani antigovernativi e no vax in compagnia dell’amico Van Morrison. Ironia della sorte, dopo aver rischiato la paralisi in seguito al vaccino stesso, una volta avuto il via libera per tornare ad esibirsi, Slowhand è stato costretto a rimandare nuovamente diverse date, Bologna compresa, a causa di quel virus contro cui aveva combattuto strenuamente.

Ecco perché vederlo entrare all’Unipol Arena ha avuto il sapore dell’ennesima rivincita per lui e, in qualche modo, per noi: sempre e comunque dalla sua parte, condividendone o meno le idee. Perché in fin dei conti Eric si può solo amare, nonostante (o forse per via) delle sue mille contraddizioni. Quello che si presenta al pubblico italiano 16 anni dopo l’ultima volta è sostanzialmente lo stesso musicista delle session registrate durante la pandemia e pubblicate lo scorso anno. Un uomo di quasi 80 anni che, paradossalmente, è stato capace di affinare la propria tecnica lungo tutto l’arco della propria vita e che inevitabilmente ha accantonato i momenti più faticosi dello stare sul palco, ma che non ha perso un briciolo della classe che lo ha reso quello che è.

La formula è più o meno la stessa degli ultimi tour: prima parte con la band, lungo intermezzo acustico da seduto e finale ancora full band, per uno show sì rilassato, ma che gran parte dei suoi colleghi farebbero fatica a sostenere. Eric sembra decisamente emozionato e le note iniziali sembrano risentire un po’ di quei sentimenti. Difficile comprenderne lo stato d’animo, ma per qualche minuto il suo sguardo sembra raccontare lotte interiori, passaggi in abissi incomprensibili a noi che siamo lì solo per sentirlo suonare. Poi, improvvisamente, il miracolo della liquefazione del sangue di Eric Clapton avviene di nuovo, le mani cominciano a girare come un tempo e il blues prende possesso dell’intera arena. River of Tears e I Shot the Sheriff sono le perle che aprono al momento più atteso dello show, quello debitore del suo maggior successo discografico, quell’Unplugged capace di far ballare Kurt Cobain e Eddie Vedder e di riscrivere la sua storia, trasformando alcuni dei suoi brani più celebri e dando loro una vita indipendente da quella precedente.

Se un tempo il Clapton più entusiasmante era quello che imbracciava la Stratocaster nera, oggi la sensazione è che Eric dia il meglio di sé in acustico. Difficile rimanere impassibili di fronte al filotto composto da After Midnight, Tears in Heaven, Nobody Knows You When You’re Down and Out e Layla. Non a caso forse i pezzi capaci di descriverne meglio l’inferno interiore e le tragedie vissute. Sono anni che Clapton sta bene, glielo leggi in volto. Tuttavia, quella manciata di brani è ancora capace di prenderti per mano e portarti nell’abisso di chi ha fatto del dolore il proprio punto di forza e che a quel dolore si è attaccato per uscire dalla voglia di farla finita (tentata più volte) e di dare un senso a tutto quel male. Forse lo stesso abisso che gli avevamo visto negli occhi appena salito sul palco.

In fin dei conti è proprio quel dolore ad aver dato a Clapton la credibilità suonare per più di cinquant’anni un genere che solo alcuni potevano maneggiare e che i bianchi, nella migliore delle ipotesi, potevano solo scimmiottare Nella parte finale del concerto, tra omaggi a Robert Johnson e ricordi dei Cream, Eric dispensa diversi sorrisi. Segno che, ancora una volta, la sua capacità di resistere al lato oscuro ha avuto la meglio. Eppure, uscendo, continui a chiederti quante energie debba ancora costargli.

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