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Elicotteri! Mostri! Chitarre! La battaglia di Machine Gun Kelly contro l’Internet al Forum

Dramma, sangue, sofferenza? Macché. Ieri sera MGK ha messo in scena uno spettacolone da grande entertainer in cui ha sconfitto il nemico di quest'epoca: un hater alto come un palazzo

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Se volete capire la postura d’un pezzo di pop contemporaneo, andate a vedere Machine Gun Kelly. Non tanto per la musica, che rappresenta comunque uno dei filoni di grande successo del rock degli ultimi anni. Andateci perché Colson Baker mette in scena la narrazione tipica del pop in cui viviamo: la star che supera un ostacolo che la separa dall’autorealizzazione e quindi dalla felicità. Nel caso di Machine Gun Kelly – anzi, di MGK come lo chiamano a gran voce i fan – la lotta è contro un mostro tremendo e malvagio chiamato Internet dal quale evidentemente puoi sentirti bullizzato anche se sei una megastar da miliardi di stream. Machine Gun Kelly si salva perché, forse involontariamente, trasforma questa parabola talmente consunta da risultare quasi insopportabile in un fumettone infantile che si fatica a prendere sul serio e che stride con la fama che precede il personaggio fatta di drammoni, sangue e sofferenze.

Prima d’arrivare a quel pallone gonfiato di Internet, bisogna passare da un aeromobile rosa. La battaglia per l’anima e il corpo di Machine Gun Kelly al Forum d’Assago inizia col cantante attaccato a una scaletta che penzola da un finto elicottero. È un inizio spettacolare che fa pensare a uno show pieno di effetti speciali. Si scoprirà invece nelle successive due ore che si tratta di una messinscena tutto sommato tradizionale che si colloca all’intersezione tra rappresentazione pop e classica esibizione rock. Sotto al palco c’è un pubblico incredibilmente vario, prova provata dell’abbattimento d’ogni confine tra generi e tribù: emo in nero e ragazze in rosa (il colore preferito da Baker), punk dai capelli a tinte fluo e ragazzini dalla faccia pulita, gente con magliette dei Blink e dei Nirvana, camicie a quadri allacciate in vita e qualche raro teschio decorativo. Al banchetto del merchandise felpe a 100 euro e pantaloni della tuta con la scritta “soldout” a 60.

La prima parte del concerto è tutta punk-pop, anche se del punk è rimasta l’eco, forse il fantasma. Non c’è alcun senso di pericolo in questo concerto, nessuna voglia di destabilizzare chi ascolta. La musica è tosta per il canone del pop odierno, ma non particolarmente originale e nemmeno elaborata. È puro intrattenimento che diverte e rassicura. In quest’epoca di post tutto, in cui ogni cosa è accessibile e presto dimenticata, per avere successo a Machine Gun Kelly basta ripetere i cliché d’una ventina d’anni fa, aggiungendo l’emo rap da cui proviene e qualche backing track a cui nessuno fa più caso. In più, un elemento che raramente viene tirato in ballo quando si parla di Baker e che invece emerge chiaramente dal vivo, forse per la presenza d’un chitarrista ingombrante come Jus Lyons: la tamarragine metal. È rock questa cosa? Ma certo, non saprei come altro chiamarla. È rock senza cultura rock, è rock come spettacolo, pompato per travolgere il pubblico dei palasport.

Funziona alla grande. Tra bordate di riff e fiammate sul palco, non c’è tregua. Ogni cosa dura poco, è musica da disturbo da deficit di attenzione. C’è persino uno spazio per gli assoli dei musicisti manco fossimo negli anni ’70 (oltre a Lyons, la chitarrista Sophie Lloyd, il tastierista Brandon Allen, il batterista Rook, il bassista Steve Basil), uno spazio che comprende tra le altre cose anche un accenno a Seven Nation Army dei White Stripes. Ma anche gli assoli sono brevissimi, del resto siamo nel 2022, mica nel 1972. Colson, che indossa un due pezzi argentato che mostra con orgoglio ai fotografi, è un cazzone che parla spesso della sua «Italian sausage» (ci siamo capiti) e che in compenso chiama Megan Fox «my lady» (a Milano c’erano anche lei e la di lui figlia Casie). A un certo punto parte il coro «sei bellissimo», manco fossimo nello studio di Amici. Ogni volta che MGK s’accende una sigaretta è un boato, altroché assoli.

Dopo una sezione più rap, arriva il confronto col mostro e coi nemici che sono stati elencati nel prologo, quando s’è ascoltata a tutto volume Welcome to the Black Parade dei My Chemical Romance: i propri demoni e i non credenti, nel senso di chi non crede in te. È l’ossessione delle pop star contemporanee e messaggio ultimo di quest’epoca: non ti devi migliorare (o anche solo fregartene), sono gli altri che devono capire il tuo valore. MGK diventa DC (nel senso di Don Chisciotte) e armato di chitarra elettrica si scaglia contro un pupazzo gonfiabile chiamato appunto The Internet. L’Internet, all’italiana, ha una testa quadrata tipo vecchia tv a tubo catodico e uno schermo digitale al posto del viso. È il totem da abbattere, anzi da sgonfiare. «Io sono l’Internet e tu sei quello che dico io», dice il mostro con voce robotica prima di Papercuts. «Io sono l’Internet e tu chi cazzo sei?», chiede poi il pupazzone. MGK risponde suonando El Diablo, la canzone in cui si vanta d’essere uno dei più grandi della sua generazione.

La battaglia continua con l’aiuto dell’elicottero che torna per sparare qualche missile e con Baker che dice che l’Internet è la persona peggiore che puoi trovarti a un concerto, uno che ti fa sentire male, che ti dice che quel fenomeno di Machine Gun Kelly non dovrebbe piacerti – in pratica, un hater alto come un palazzo. A un certo punto compare anche la emo girl della canzone sotto forma di gigantesca bambola pallida con due X nere al posto dei capezzoli. Il mostro viene infine annientato da un «fuck the Internet!» fatto urlare in coro dal pubblico.

È tutto troppo leggero e supido per essere un esorcismo da prendere sul serio. Le canzoni di Machine Gun Kelly sono piene di passaggi magari stereotipati, però effettivamente drammatici. Una volta portati sul palco, anche i pezzi da depresso-confuso-suicida non sono tragedia, ma commedia. Ed è un sollievo: magari non è l’effetto voluto da Baker, ma si esce dal Forum con la convinzione che il vittimismo che ammorba il pop può essere spazzato via da due accordi suonati in modo chiassoso e festoso, da questa miscela di desiderio di riscatto e autoironia, ma soprattutto dalla voglia di divertirsi. E al Forum tutti si divertono, questo è poco ma sicuro.

Visto dal fondo della sala, dove tutti ballano e saltano su Bloody Valentine manco fossero in prima fila, Machine Gun Kelly sembra al tempo stesso una rockstar, quale indiscutibilmente è, e il cosplayer di una rockstar. E non perché è un attore ed è stato Tommy Lee dei Mötley Crüe nel film The Dirt. In quanto showman americanissimo conscio del suo ruolo anzitutto d’intrattenitore, sembra recitare la parte anche quando è sul palco. Il bello è che offre al tempo stesso un commento e una giustificazione a quel che fa. È inutile dargli del venduto al mainstream: ci ha fatto il titolo del suo ultimo album. È inutile dire che vende biglietti sfruttando il suo tracollo: ci ha fatto il titolo del suo penultimo album. È vero che dei cliché delle rockstar prende anche il mal di vivere, ma non avendo il senso del ridicolo mentre lo rappresenta finisce per riscattarlo.

Restano i botti, la musica assordante, l’energia a tratti maniacale che travolge il pubblico. Resta l’immagine di Machine Gun Kelly che sale in tribuna (non prima d’avere salutato Fedez che si trova oltre le transenne) per finire fra la gente il suo «fucking unforgettable show» milanese. Quando torna sul fronte del palco coi musicisti per i saluti l’impianto trasmette a tutto volume 9 Lives. Lui alza il telefono e fa un video, il pubblico canta e salta come se il concerto non fosse finito.

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