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Ed Sheeran è un busker formato stadio

Nonostante sia il re delle classifiche mondiali, Sheeran non si rifugia dietro a scenografie pirotecniche e turnisti straordinari: anche a San Siro, da solo sul palco, ha dimostrato di essere il più bravo di tutti

Ed Sheeran a San Siro

Foto: Pamela Rovaris

Ed Sheeran è un folletto. Solo che per fare miracoli non gli serve nessuna pentola d’oro, ma solo una loop station, qualche chitarra e la sua voce. Sì, gli basta questo per far venire giù San Siro: “Ho una persona nel backstage che tiene traccia di chi è il pubblico più casinista del 2019: siete voi! I love you guys”. Praticamente Sheeran è un busker formato stadio: nonostante sia il n. 1 del mainstream è riuscito a mantenere un aspetto tradizionale (irlandese come i nonni paterni) da folksinger autobiografico, quasi come se preferisse la strada al palco di una grande arena.

Alle 21 spaccate Eddie attacca: ha un carisma trasandato, per capirci è vestito come Dawson – maglia a maniche lunghe sotto la t-shirt, roba che più anni ’90 non si può. Un po’ sfigato, direbbe qualcuno. Ma appena attacca Castle on the Hill (e parte il primo singalong) è chiaro anche ai fidanzati trascinati al concerto controvoglia e ai papà in servizio che Sheeran è uno dei migliori performer sulla piazza, uno che ti regge quasi due ore di concerto completamente da solo – ripetiamo DA SOLO – sul palco, dove si è portato anche una piccola borraccia da cui bere un sorso d’acqua tra una canzone e l’altra. Perché Ed è pure plastic free e pensa all’ambiente.

Foto: Pamela Rovaris

I geek con la chitarra di solito non riempiono gli stadi, Ed ammette candidamente di non essersi mai esibito in posti così enormi in Italia, come l’Olimpico e San Siro. “Negli ultimi anni 10 anni a ogni singola esibizione ho suonato questo brano, l’ho scritta quando ne avevo 18 e la prima volta l’ho cantata per 4 persone”. Alle 21.15 fuori non c’è ancora buio, ma il cielo dentro lo stadio è puntellato dalle lucine dei cellulari che accompagnano il crowd-pleaser A-Team.

Sheeran ha sempre il sorriso a metà tra la felicità e il disagio, ma dal secondo in cui sale sul palco, dà ogni grammo di energia che ha in corpo. E apparentemente senza nessuno sforzo. “Domani ho un giorno di riposo, facciamo un patto: perderò la mia voce con voi se voi perderete la vostra voce con me”. Quando parte Bloodstream il folletto ormai ha lanciato un’ipnosi sul pubblico, muovendo i fili come un burattinaio, un animatore durante i balli di gruppi nei villaggi turistici. Quello che non ti aspetti è che Ed sia pure un entertainer: la sua interazione con il pubblico è naturale, easy, intima, praticamente si sta esibendo in un pub che però ha le dimensioni di San Siro. Galway Girl, con il vibe da folk song irlandese, fa il resto.

Nella versione live I don’t care, il featuring con Justin Bieber tratto dal nuovo album in uscita il mese prossimo, è anche meglio, grazie a una lunga intro acustica e a dei fighissimi visual emoticon style con Ed sdraiato sul surf. Yes, Sheeran ha un senso dell’umorismo very british: “Se non sapete le parole della prossima canzone (Thinking out loud, ndr) avete sbagliato concerto”. Ha ragione, ma il testo ovviamente lo conoscono tutti, pure i papà delle ragazzine che ormai sembrano vedere la luce, anche se fuori beccheremo qualcuno di loro a confessare: “Comunque è bravo ‘sto ragazzo”. Bravi voi, adesso vi toccherà pure il prossimo concerto.

Foto: Pamela Rovaris

Ed ha lanciato l’ipnosi anche su stesso: quando canta e suona è come se fosse nel suo mondo, è iper concentrato, anche perché fare tutto da solo dev’essere davvero una faticaccia. Eppure sono due anni che Sheeran porta in tour l’album Divide, perché il live è semplicemente la cosa che ama di più al mondo. E si vede. Il cantautore inglese sconta un po’ la maledizione di Phil Collins e dei Coldpplay: c’è chi considera la sua musica troppo orecchiabile per essere davvero di qualità. Chi lo considera troppo normale, goffo, nerd, per essere cool. Eppure è proprio quel low profile che vince tutto. Prima del botto Ed dormiva nella metro, faceva l’artista di strada. E il mood è rimasto quello. Più che ai vari Justin Timberlake, guarda a Van Morrison, al busking, a quel modo di fare i cantautori, e pensare le canzoni, che sulla carta ha poco a che fare con gli studi d’incisione delle major.

Poi Sheeran si trasforma in hobbit per I See Fire (dalla colonna sonora del film) cantata a cappella, e ovviamente partono limoni durissimi e un paio di proposte di matrimonio su Perfect. Ed si lancia a cantare una strofa del brano in italiano, è delirio puro. Un paio di ragazzine di fianco a me non si sono più riprese.

Sheeran lascia bruscamente il palco sulle note di Sing. No, Shape of You non l’ha cantata. Lo sconforto generale è in agguato, ma Ed torna sul palco con la maglia dell’Italia per il bis. Sono passate quasi due ore, Eddie non ha fatto mezza pausa. Chiude con una potentissima versione di You Need Me, I Don’t Need You: rappa da paura, anche se rapper non è. Sono le 22.55, il pub più grosso d’Italia sta per chiudere. Ora la festa continua in strada, tra i baracchini del fast food fuori da San Siro.

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