Lo ammetto: fino a un attimo prima non ci credevo. A rassicurarmi della loro presenza non bastava nemmeno il nome, a caratteri cubitali, sul ledwall. Sarà che ormai l’hype era alle stelle, che da mesi ho l’algoritmo invaso da gatti a pois, da gente in trance davanti alla tv a guardarli suonare. Eppure a un certo punto gli Angine de Poitrine, al Poplar Utopia – spin-off del festival trentino che si terrà a settembre – si sono materializzati davvero.
Così “l’utopia”, che ha visto una due giorni di line up di primo livello, è diventata materia. Gli atomi si sono aggregati tra le montagne di Rovereto, nella scenografia mistica della cupola del Mart, Museo di arte moderna e contemporanea. Ed è forse proprio lo stacco tra virtuale e reale ad aver reso quest’esperienza qualcosa di paranormale. Vederli qua, in carne e cartapesta, è un’allucinazione, un effetto collaterale. In sintesi: se questo mondo non ti soddisfa e con un cartello chiedi agli alieni che ti vengano a prendere – più salvataggio che rapimento – questa potrebbe essere l’occasione giusta.

Foto: Emma Bonvecchio / Bitemahype
Il suono extraterrestre dei musicisti che si nascondono dietro i nomi di Klek e Khn, che hanno reso democratica roba da massoneria musicale, tra virtuosismi, quantità mostruose di riferimenti di nicchia e tecnicismi di varia natura legati alla sperimentazione math rock, è atterrato qui per l’unica data italiana. Loro entrano in scena sull’a cappella di Les jours d’la semaine del gruppo canadese Les Charbonniers de l’enfer. Pochi preamboli. Giusto il tempo di sintonizzarsi in un linguaggio strambo e incomprensibile e dare il via a un incontro ravvicinato del terzo tipo. Palmi delle mani uniti, in alto, a formare un triangolo. Un saluto che si replica tra la folla entusiasta di adepti. Pronta, questa, ad annegare finalmente nel vortice della band che si definisce “orchestra rock microtonale dada-pitagorica-cubista”. Un’iniziazione a cui si prestano tutti.
Diciamo la verità: il popolo bicolore black and white (pantaloni, t-shirt, tutto rigorosamente a tema) radunato nella data sold out non ha alcun bisogno della prova del nove, il suo è un atto di fede. Tra la folla c’è chi persino chi si è presentato con un cappello simile a quello di Khn, con luci a intermittenza. Tanto per dire. Chi è arrivato qui, Vol. II, l’album che li ha portati al successo dopo Vol. I del 2024, l’ha consumato (qui la nostra recensione). Con la stessa probabilità ha visto e rivisto la spaziale esibizione di KEXP, che ha costretto a fare i conti con un vocabolario fatto di musica microtonale e sottogeneri, prendendo coscienza di strumenti a doppio manico e loop station e ora vuole solo essere (tele)trasportato nella follia di un viaggio che ricorda un rally tra le dune del deserto.
Tracce della durata media di sei minuti praticamente senza testo. Spingono, provocano, caricano. A dirla così l’ascolto sembrerebbe quantomeno ostico, ma il duo del Québec lo rende facile. Ed è proprio questo il punto. L’esplosione potente, dissacrante e ironica che permette di mettere insieme, anche in versione live, brani che vanno dalle distorsioni di Yor Zarad all’eclettismo di Utzp, fino a pezzi manifesto come Fabienk (“Sébastieeeen!”) o Sarniezz.
Assurdi, incontenibili. Di un’irriverenza in grado di dare senso al non senso. Un fenomeno virale che diventa reale, che suona tanto bene quanto duro e ti fa dimenticare che sul palco sono solo in due. Tra un pezzo e l’altro ci si saluta (con il triangolo), si fa qualche piegamento sulle ginocchia, replicando lo stile comunicativo di quelli che, per comodità, in molti chiamano solo gli Angine.

Foto: Emma Bonvecchio / Bitemahype
Gli Angine de Poitrine sono pura idea? Forse, ma di quelle talmente insistenti da diventare ossessione. Dimensioni parallele che si espandono, spigolosità crude che si apprezzano, in uno sfasamento ipnotico e disturbante al tempo stesso. E poi c’è il mistero dell’anonimato. Le teorie che circolano sulla loro identità, in bilico tra complotto e leggenda. Aneddoti. Come quello per cui, inizialmente, i costumi sarebbero serviti per fare più serate nello stesso locale. Ragioni che hanno contribuito ad accrescerne il fascino, che conta tra le sue vittime personaggi come Dave Grohl e Mike Portnoy, batterista dei Dream Theater.
Capto qualche commento post concerto. C’è chi sente di aver trovato «la sua specie», chi ha addosso una «carica pazzesca». Una ragazza si volta verso l’amica e dice: «Sono felice».
In conclusione, cosa ho visto? Esattamente non lo so. Mi è piaciuto? Sì. Lo rivedrei? Senza dubbio. Come al solito, quando si parla di loro, esco con più domande che risposte. Con l’identica, bizzarra sensazione che mi aveva lasciato l’ultimo disco. Il che, in un tempo di convinzioni monolitiche, spesso vissuto come privo di senso, resta un bene.
Gli Angine de Poitrine, quindi, sono creature di un altro pianeta? Per me, sì. Perché, in fondo, la verità è solo una bugia a cui ho deciso di credere.










