Rolling Stone Italia

E quindi, come sono i “nuovi” Foo Fighters dal vivo?

Al Sonic Temple, in Ohio, per vedere l’effetto che fa la band di Dave Grohl live senza Taylor Hawkins, con Josh Freese seduto alla batteria con doppia cassa. Spoiler: i “ragazzi” hanno un futuro luminoso

Foto: Theo Wargo/Getty Images

L’ultima volta che avevamo visto i Foo Fighters dal vivo era stato al concerto-tributo in onore di Taylor Hawkins, a Los Angeles. Era il 27 settembre del 2022. Quella sera abbiamo capito che la band di Dave Grohl è una macchina troppo potente per essere arrestata. In realtà ci eravamo anche fatti un’idea di quello che poteva essere il successore del musicista scomparso: esclusi i batteristi famosi delle band famose, ed escluso il figlio dello stesso Hawkins, Shane, commovente da quanto è talentuoso, ma davvero troppo giovane per ricoprire un ruolo tanto delicato, i nomi papabili erano un paio. Uno era Rufus Taylor, figlio d’arte anche lui, in questo caso di Roger dei Queen. L’altro, quello poi effettivamente scelto, è appunto Josh Freese.

Il suo ingresso nella band è stato ufficializzato con una gag in tipico stile Foo Fighters, trasmessa in livestream qualche giorno fa. C’erano anche Chad Smith dei Red Hot Chili Peppers, Tommy Lee dei Mötley Crüe e Danny Carey dei Tool che fanno finta di presentarsi alle audizioni. È un batterista da sempre sulla bocca di tutti gli addetti ai lavori, ma non era abituato a vivere sotto i riflettori. Suonava con tutti, ma il suo nome non era conosciuto al grande pubblico. Questa volta è diverso: si è aggiudicato l’ingaggio probabilmente più ambito al mondo per un batterista. Ed è difficile continuare a rimanere nell’ombra quando la tua band si chiama Foo Fighters.

Insomma, potevamo limitarci a seguire la vicenda attraverso i comunicati stampa e con i video su YouTube, e invece, non appena annunciate le prime date di questo attesissimo ritorno sui palchi, quasi tutte negli Stati Uniti, siamo volati alla volta di Columbus, Ohio, dove i Foo Fighters hanno chiuso i quattro giorni del Sonic Temple, festival annuale di matrice hard rock ed heavy metal con tanti nomi leggendari. La sera prima dei Foo Fighters si erano esibiti i Kiss, alle prese con il loro tour d’addio. E quelle prima ancora i vari Tool, Queens of the Stone Age, Avenged Sevenfold e decine di altre band. La domenica, appena prima dell’esibizione dei Foos, l’ultima band ad aver calcato il grosso palco dell’Historic Crew Stadium erano stati i Deftones. Sembra che i Foo Fighters possano suonare con chiunque ed è probabilmente anche questa una delle chiavi del loro successo. Oggi con i Deftones, due giorni prima con gli Yeah Yeah Yeahs (al Boston Calling). Il bello è che ne escono sempre vincitori: le loro canzoni le cantano i metallari incalliti e, come dicono gli snob del rock, «quelli che vanno a due concerti all’anno».

In Ohio, Grohl gioca in casa, come annuncia lui stesso dal palco. «Mi mancava suonare qui. Non so se sapete che io sono nato proprio in Ohio». A Warren per la precisione, nei pressi di Cleveland, a non più di due ore di macchina da Columbus. L’inizio del concerto è affidato a All My Life e No Son of Mine, due brani veloci che sembrano fatti apposta per introdurre il nuovo batterista. Josh Freese sovrasta la band da dietro il suo strumento, a dir la verità sorprendentemente ingombrante. Con doppia cassa addirittura. Particolare curioso, perché né lui né Taylor Hawkins erano noti per servirsene dal vivo. Senza nulla togliere a quest’ultimo, che ha contribuito notevolmente al suono e al successo della band, Freese è un batterista più tecnico, uno che è abituato a suonare tutto e che può fare tutto. Pesta come un dannato ma non perde un colpo. E quella doppia cassa la usa. Eccome se la usa. Tutta la band è carica come non si era mai vista, probabilmente spinta anche dall’emotività dettata dalla situazione. Ma non c’è spazio per le frasi di circostanza, non appena vengono accennati i classici, canta tutto lo stadio. Già al terzo pezzo in scaletta, Dave gronda di sudore. Spesso e volentieri si gira verso la batteria compiaciuto, lanciando sguardi di intesa al nuovo arrivato. Freese, dal canto suo, suona con una foga evidente, dispensando sorrisi e smorfie a profusione. Queste sono esperienze che non risparmiano nemmeno il più navigato dei professionisti.

Le introduzioni vengono riservate al momento in cui Dave, come sempre, presenta al pubblico la band. Chris Shiflett, Nate Mendel e Pat Smear, i compagni di una vita. E il tastierista Rami Jaffee. Poi è la volta di Freese. «Se qualcuno di voi si stesse chiedendo chi è quest’uomo qui dietro, sappiate che ha suonato su più di 400 album», dice. Non esagera. È proprio così. Lo dice anche Wikipedia. Ehm…

«Poter tornare a esibirci per voi ha richiesto grossi sforzi e tanta dedizione», continua Groh, «non solo per la band, ma anche per quella che consideriamo la nostra famiglia allargata, ovvero le persone che lavorano con noi. E se tutto questo è stato possibile, dobbiamo fare un ringraziamento in particolare. Vi prego di dare il benvenuto a Mr. Josh Freese».

Uno dei momenti clou dello show arriva proprio a questo punto. Dave dice che Josh e la band sono amici da molti anni, più di una ventina, e che anche il pubblico ha imparato a conoscerlo attraverso i brani su cui ha suonato, magari senza rendersene conto. «Questa la conoscete?». E la band, a sorpresa, parte con il celebre riff di Whip It dei Devo. «E questa?», prima di lanciarsi in una terremotante March of the Pigs dei Nine Inch Nails. Accennando il riff di Blurry dei Puddle Of Mudd, invece, Dave si fa una risata. Quella non può cantarla, troppo cheesy.

Presentazioni a parte, era palbabile l’attesa anche per il doveroso ricordo di chi non c’è più. Si sceglie un approccio molto sobrio, minimalista. Dave dice che essendo questo soltanto il terzo concerto nel nuovo corso della band, tutti loro devono ancora imparare a confrontarsi con la situazione. Lo definisce un «learning process», un processo di apprendimento. Ci sta. Dedica Cold Day in the Sun a Taylor, spiegando che questa è una sua canzone (dal quinto album In Your Honor) ed erano soliti cantarla insieme. È anche l’unico momento dello show in cui viene nominato Taylor Hawkins.

Il resto è esattamente come ce lo aspettavamo: la band macina hit su hit senza una sbavatura, dai momenti più intimi, come quando lo stadio si riempie di luci su Times Like These, alla potenza di brani come The Pretender, Monkey Wrench o Everlong. Se prima i Foo Fighters si basavano essenzialmente sul dualismo Grohl-Hawkins, oggi sono sempre più una band che assume i tratti del suo leader. Ma che band!

Iscriviti