Spesso ce lo dimentichiamo, anche a causa del livello piuttosto mediocre di questi tempi, ma la musica può rendere il mondo un posto migliore. Anche solo per una sera. Basta che quella sera ci sia un concerto di David Byrne.
David Byrne è un inguaribile ottimista. Oltre a essere – e qui spendiamo una parola piuttosto importante – un genio. Due termini che sembrano in disaccordo a causa della narrazione del “genio maledetto” che ha disastrato la nostra idea di arte e creatività, ma che in Byrne trovano casa con discreta agilità.
Dal giro del mondo con i talk di Reasons to Be Cheerful, un invito a guardare le cose positive che accadono nel mondo in questo tempo d’ombra, alla capacità con cui negli anni ha reinventato la propria musica dagli intellettualismi groovosi dei Talking Heads ai giocosi ritmi degli album più recenti, passando per i tour corali che cercano (e trovano) la gioia nel canto e nel ballo collettivo, David Byrne ha dimostrato di essere un qualcosa di alieno nel panorama musicale mondiale.
Un alieno che guarda il pianeta Terra e non ci vede (solo) la catastrofe, ma l’Heaven cantato dai Talking Heads. È con questa immagine, e un Byrne in tenuta da lavoro blu come i 12 musicisti e ballerini al suo seguito, che si apre il tour di Who Is the Sky? (qui la nostra recensione), atterrato ieri a Milano per due date al Teatro Arcimboldi. Nel Settecento avrebbero detto: un inno alla gioia.

Foto: Live Nation
David Byrne è un inguaribile ottimista, un genio e, forse più di tutto, un artigiano. Vederlo dal vivo – cercate di non perdere questa opportunità, non accade molto spesso – è davvero qualcosa che rinfresca e emoziona occhi e udito. Lo show di Who Is the Sky? è una complessa trama di movimenti, spostamenti e balli dove i musicisti da lui guidati danzano in un labirinto di indicazioni a noi invisibili. Tutto è coreografato (sia per i ballerini-coristi che per gli strumentisti e David stesso) in un dedalo di manovre e mosse. Eppure tutto è leggero, soffice. Questo perché Byrne ha capito una cosa che pochissimi artisti hanno inteso di quest’arte: la musica è spazio.
Prima di tutto quello fisico. Come nel precedente American Utopia del 2018 (potete trovare il film del concerto su Amazon Prime), infatti, il palco è completamente vuoto. Non ci sono cavi, luci, strumenti. Un po’ come in quello strepitoso inizio di Stop Making Sense (ve ne scrivevamo qui), con la differenza che questa volta la scena è abbracciata da due livelli di maxischermi che raggiungono il soffitto e creano gli ambienti in cui si susseguono le scene delle canzoni. Ogni musicista imbraccia il proprio strumento (che sia una chitarra o una parte di batteria poco importa) e danza utilizzando larghezza e lunghezza del palco, ignorando le regole canoniche di distribuzione della strumentazione on stage. Proprio come nei due tour precedenti, quello di Love This Giant con St. Vincent e il già citato American Utopia. L’effetto è quello di una marching band americana in cui far divertire, e divertirsi, è importante quanto la performance stessa.
Lo spazio, dicevamo. Lo spazio non è solo quello fisico – e svuotato – del palco, in cui i musicisti possono muoversi in tutta la sua dimensione su trame pre-accordate. Ma è anche quello interno tra Byrne e la band e quello esterno tra Byrne, il suo ensemble e il pubblico in sala. L’ex Talking Heads a volte fa un passo avanti, sul proscenio, condividendo la sua intimità tra aneddoti, riflessioni, foto del proprio appartamento (per la nuova My Apartment Is My Friend). In altre, invece, scompare tra le seconde linee lasciando il centro palco a qualcuno dei suoi musicisti.
I tredici si muovono per addizione e sottrazione, riempiendo e svuotando il palcoscenico. In assenza di scenografia, limitata alle proiezioni dei megaschermi, sono i corpi a variare le profondità di scena costruendo un set in movimento che varia continuamente nel numero e nelle posizioni. È uno show molto fisico. E contagioso. Vedendo quel carnevale sul palco non si può restare fermi nelle poltrone del teatro e, come da invito di Byrne, presto ci alziamo tutti a ballare.Ovviamente a dar il via è l’attacco di This Must Be the Place poco prima del giro di boa dello spettacolo.

Foto: Mattia Barro
Uno spazio, quello del palco, che nonostante la positività decantata, diventa anche spazio politico. Ci sono gli sberleffi a Trump e il sostegno alla comunità LGBTQIA+ nella scritta che appare sugli schermi e che recita Make America Gay Again (per il nuovo brano T-Shirt), ma anche la trasmutazione di Life During Wartime ai nostri giorni, con i video a supporto che mostrano le violenze degli agenti dell’ICE in America. Non si è solo qui per ballare e cantare, ma anche per imparare la resistenza moderna sottolineata nelle immagini dei balconi italiani in coro per il 25 aprile durante la pandemia («il giorno in cui avete cacciato i fascisti», dirà Byrne) o nello slogan lanciato dal musicista: «Amore e gentilezza sono forme di resistenza».
Tra i 5 brani di Where Is The Sky?, le 10 cover dei Talking Heads (da Life During Wartime a This Must Be the Place, da Psycho Killer a Once In a Lifetime, fino alla conclusiva Burning Down The House) e quella dei nuovi amici di David, i Paramore (Hard Times), il vispo settantenne David riesce a reinventarsi ancora dopo 50 anni di carriera, mostrando quanto sia ancora molto importante la forza delle idee. Sia per immaginare un futuro che per resistere nel presente.
Umorismo, joie de vivre, attivismo. Ma anche canzoni bellissime scritte da un grande autore e performer (probabilmente sottovalutato proprio per il suo positivismo) capace di costruire messe in scena uniche con la sapienza dell’artigiano, l’arguzia del genio, il coraggio dell’inguaribile ottimista.
Byrne e la sua band si allineano sul proscenio e si inchinano. Burning Down The House si spegne, il pubblico esulta. Sì, la musica può rendere il mondo un posto migliore. E di sti tempi suona davvero come un miracolo. O come recitava una foto riprodotta sui maxischermi durante il concerto: congratulazioni umanità, ce l’abbiamo fatta. Almeno per una sera.















