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Il presepe di Capossela, i fuori tema di Brunori, l’introverso Pop X: cronaca di Barezzi Festival

Abbiamo visto la quattordicesima edizione del festival (questa volta in streaming), dov’è andato in scena il meglio della musica italiana del 2020, tra show rari e irripetibili, concerti in diretta e piccoli showcase

Brunori Sas

Foto: Elly Contini

Metà novembre, venerdì, sera: se già prima era tutt’altro che allettante, adesso significa solo stare a casa, aspettare, lasciar trascorrere il tempo. E abituarsi, soprattutto, a farlo ancora a lungo. Per chi di solito va ai concerti, poi, figuriamoci: in streaming solo qualche esperimento, e di live “originali” da recuperare c’è ancora meno. Ma è qui che entra in gioco il Barezzi Festival: di solito ritrovo autunnale al Teatro Regio di Parma col meglio della musica più o meno alternativa del mondo (Ferretti e Battiato, Anna Calvi e Rufus Wainwright); oggi, in pieno lockdown, in grado di trasmettere in tutta Italia un catalogo di dodici spettacoli originali, fra dirette vere e proprio e show registrati ad hoc.

Risultato: la quattordicesima edizione dell’appuntamento – in versione giocoforza autarchica – diventa una mappa di ciò che è stata la nostra musica, nel 2020. O anche: di ciò che sarebbe potuta essere. E, fra venerdì e ieri, ha tenuto compagnia eccome. Fa fede Brunori Sas, in apertura in diretta verso le 20 della prima giornata, che suona a ranghi ridotti Cip!, il suo album uscito a gennaio e a causa della pandemia ancora mai eseguito dal vivo con la band al completo.

Tant’è: chitarra e pianoforte, in trio con fiati e violoncello, spalle alla platea del Regio mette su uno show acustico e intimo, in cui mancano gli applausi ma non i giochi di luce, gli stacchi fra un brano e l’altro ma non le gag, il contatto fisico ma non la regia. Prova anche una sorta di “dialogo” col pubblico da casa, non gli riesce sempre ma l’idea (al di là di uno streaming ballerino, almeno all’inizio) in sé è curata e vincente. Parlano la qualità dell’audio e le canzoni, del resto. Le nuove, fra cui Fuori dal mondo in versione “bucolica”; e classici come Canzone contro la paura, in sordina con l’acustica e poi in esplosione col sax, e Arrivederci tristezza, «un augurio» più che la certezza che apriva Volume 3. Anche se, più di tutti, di questi tempi emoziona Come stai: il primo brano che ha pubblicato, nel 2009, torna in chiave folk ed è un viaggio nel tempo attraverso i concerti “normali” in cui l’abbiamo sentita, cantata, vissuta. Chissà quanto aspetteremo ancora: «Di questo passo torneremo a suonare dal vivo nel 2036».

Vinicio Capossela. Foto: Elly Contini

Poi, il coprifuoco. Sono le 22, si passa ai live registrati, che venerdì – al di là di Fadi, che manda a braccetto blues e itpop – toccano l’apice coi Post Nebbia, al debutto dopo l’uscita del cult Canale paesaggi. Fra Tame Impala e Giorgio Poi, con la paranoia teledipendente dei primi Green Day attualizzata fra pubblicità di tv locali e “occhi stanchi su YouTube”. E il trip, anche a distanza, funziona: psichedelico, personale nonostante l’età (Carlo, il frontman, è del ’99) e con esecuzioni identiche a quelle in studio. E però, è qui il punto: se Brunori compie “errori”, va fuori tema e fa battute a rompere la quarta parete, quello della band padovana sembra uno showcase (mezz’ora) da YouTube piuttosto che un vero concerto che cerca di colmare i limiti dello streaming. Non interagiscono, non escono di strada; e il silenzio intorno fa atmosfera, certo, ma ricorda anche la dimensione solitaria con cui stiamo assistendo al loro set. Rendendo il tutto un po’ frigido.

Non è per forza un male, e non è detto neanche sia un limite visto il livello delle performance. Ma è un aspetto, questo, che rende un po’ precotti quasi tutti gli appuntamenti registrati del Barezzi, vuoi per l’effetto differita, vuoi per l’assenza di pubblico. Giusto Margherita Vicario prova a fare gli straordinari di spontaneità, il cui live si “sblocca” sabato alle 19 come riscaldamento alla diretta e che con cori e sintetizzatori itpop sfoggia l’istrionismo della casa in Pincio e Mandela. Pop X, invece, col solo Panizza ai suoni circondato dagli specchi è più introverso. Per quanto sentirlo armeggiare con la propria “scatola magica”, assestando in sequenza party music (il classicone Cattolica), walzer zingaro (Madamadoré), suoni latini e l’ultima follia Antille, vale il prezzo del biglietto, specie perché di solito siamo abituati a sentirlo in ben altre modalità.

Dove non arriva l’improvvisazione, insomma, arriva l’originalità; e viceversa. Fa felice eccezione la diretta delle 20 di sabato con Vinicio Capossela, in atmosfera da presepe («una bolla di meraviglia», la definisce lui) con pianoforte e contrabbasso, fra sagra di paese e tv à la Celentano, teatro e balera. Passano i classici (All’una e trentacinque circa, tipo) e la cover un po’ claudicante di Vedi cara. Certo la situazione, in streaming, è ancora più surreale del solito: lui ci scherza su, sussurra le proprie storie al conduttore del festival (una personificazione di Antonio Barezzi, ricorrente in tutti i live ma mai coinvolta fino a questo punto). E ne viene fuori uno spettacolo “a distanza” a suo modo irripetibile. Il contrario – diciamo – del set dei Marlene Kuntz, che parte quando fuori c’è già il coprifuoco ed è, sostanzialmente, il set dei Marlene Kuntz che potresti aspettarti. Austero, ruvido, a suo modo ormai classico. La faccia più alternativa, anche dopo 25 anni, del Barezzi. Ed è cosa buona e giusta.

Cristiano Godano dei Marlene Kuntz. Foto: Elly Contini

Restano altre performance sparse, e al di là del buon livello complessivo (location, regia, artisti e qualità audio; lo streaming a volte è andato a singhiozzo, invece) si oscilla quindi fra simil-showcase e concerti “veri”, in cui l’assenza di cori e applausi è meno straniante. Ma, in sostanza, rimane tanta e diversa “ciccia” al fuoco, per dodici appuntamenti che chi ha pagato il biglietto potrà rivedere ancora per qualche giorno, anche nel caso (probabile) in cui non avesse fatto in tempo a sentirsi tutto nel weekend. Quindi sì, il Barezzi da festival locale si è trasformato in una Netflix della musica italiana lunga un weekend, con una libreria di live originali – e pure “rari”, come nel caso di Vinicio – fresca, rappresentativa. E, sotto coprifuoco, un esperimento del genere va tenuto a modello per il futuro. Perché ci è riuscito un appuntamento relativamente piccolo, a portare in tutta Italia concerti attuali da sentire e risentire. E allora la “Netflix della cultura” di Franceschini gli dia un’occhiata, prima di fare programmi. Per forma, almeno. E magari anche per contenuti.