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Coez, ovvero il potere della semplicità

Il concerto del cantautore-rapper, ieri al Forum di Assago, somiglia a certe serate descritte nelle sue canzoni: ordinarie eppure perfette

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Coez è uno dei rapper italiani dalla vocazione melodica più spiccata, e ormai è difficile considerarlo semplicemente un rapper (La musica non c’è è uno dei singoli pop più venduti e premiati degli ultimi anni). Spesso, però, questa sua caratteristica, anziché essere considerata un pregio, viene quasi letta come un difetto. Come se non cantasse sul serio, non in confronto ai ‘veri’ cantanti. Sfatiamo un mito: anche se non si lancia in vocalizzi da capogiro, acuti da record o sfoggi manieristici di potenza ed estensione, quello che fa sul palco NON è assolutamente facile. Per cantare ricalcando le stesse metriche serrate del rap ci vogliono dosi di fiato, di controllo e di resistenza che pochi hanno. Soprattutto se, come nel suo caso, non si avvale di Auto-Tune, coristi, playback o ‘doppie’, ovvero le rime d’appoggio che caratterizzano quasi tutti i live rap; e soprattutto, se ad accompagnarlo è una band che spettina lui e la platea con un suono denso e compatto come un muro. Nonostante tutto ciò, Coez non perde un colpo, non sbaglia una nota, non dà segni di fatica. A un certo punto, arrivato a due terzi dello show, ci scherza anche su: «Di solito, a questo punto del concerto, c’è un tizio che mi dice nell’auricolare “Silvano, riposati!”». Ma alla fine non lo fa mai, e la tenacia lo premia. Per riuscire a dominare un palco del genere ha fatto tanta strada, e tanta ancora ne farà, come dimostra il tour di È sempre bello.

La data milanese, in un Forum di Assago strapieno – soprattutto di ragazze, tra cui anche diverse vip avvistate qua e là tra gruppi di amiche festanti – è all’altezza di altri grandi spettacoli internazionali che capita di vedere nella stessa location. Anche dal punto di vista dei visual: due ledwall, uno gigantesco alle spalle della band e l’altro poco meno imponente che funge da pedana per parte degli strumenti, proiettano a ciclo continuo immagini, filmati, parole, animazioni, in un’alternanza psichedelica ed evocativa di luci e colori. Per Vai con Dio sono enormi versi che appaiono e svaniscono contro uno sfondo verde acido, per Faccio un casino le atmosfere rarefatte di un tramonto in spiaggia, per Occhiali scuri le luci abbaglianti e pulsanti di una notte in discoteca, e via dicendo. I brani si alternano in un programma fitto e serrato, perché l’intenzione di Coez e soci è quella di suonarne il più possibile, senza trascurare le produzioni meno mainstream (Come Ali sporche o Forever Alone, i suoi primissimi esperimenti di ibrido tra rap e canzone). A fine serata, tra medley e tracce complete, saranno ben ventisei le canzoni incastrate in scaletta.

Questa non è l’unica scelta atipica e coraggiosa del concerto. La più audace e lodevole in assoluto, soprattutto considerando il periodo storico e il largo pubblico di riferimento di Coez, è quella di utilizzare un breve momento di pausa, in cui gli artisti sono dietro le quinte a rifocillarsi, per proiettare un video di sensibilizzazione sull’attività della ONG Open Arms, una delle tante impegnate nel soccorso ai migranti nel Mediterraneo. Mentre nel filmato barconi carichi di disperati vengono salvati in extremis, la voce di Coez racconta il perché abbia scelto di mostrarlo a tutti i suoi fan: «Ho scoperto questa organizzazione perché un mio amico si è imbarcato con loro. Non è un politicante, e come tanti di noi è molto indeciso su chi votare, ma conosce il valore delle vite umane» dice, sottolineando il lavoro preziosissimo che le ONG svolgono e concludendo con l’augurio che tutti facciano la propria parte per cambiare le cose. L’applauso che segue è un po’ timido, forse perché un messaggio del genere era inaspettato in quel contesto, ma sembra un applauso sincero, il che è molto promettente.

Dopo un’altra carrellata di brani cantati quasi all’unisono, il concerto si chiude con la tripletta La musica non c’è, È sempre bello e La strada è mia. Niente bis, ma una lunga coda in cui i musicisti della band (capitanati da Orang3, che insieme a Frenetik è uno dei produttori e arrangiatori più innovativi ed eclettici della attuale scena urban) lasciano il palco uno per uno. Termina così una di quelle serate ordinarie eppure perfette raccontate in tante canzoni di Coez, in cui non succede nulla di eclatante, ma è scattato qualcosa che ricorderai ancora per molti anni a venire. Perché la semplicità e l’immediatezza che lo contraddistinguono da sempre non sono, e non saranno mai, sinonimo di banalità.

 

Scaletta:

Mal di gola
Gratis
Faccio un casino
Catene
Vai con Dio
Forever Alone
Siamo morti insieme
Domenica
Niente che non va
E yo mamma
Ninna nanna
Fuori di me
Ciao
La tua canzone
Lontana da me
Jet
Ali sporche
Vorrei portarti via
Le parole più grandi
Le luci della città
Occhiali scuri
E invece no
Aeroplani
La musica non c’è
È sempre bello
La strada è mia

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