Sono sicuramente i guanti rossi che indossa sulla copertina del penultimo disco l’oggetto più iconico – come si dice ora – che si può acquistare del merch di Ariana Grande all’O2 Arena. In tanti cedono, e nelle tribune sarà un tripudio di mani volanti in tulle. Li indossa in Eternal Sunshine, appunto, nome che ha preso anche il tour che ieri sera è arrivato a Londra con la seconda di dieci date sold out. Unica occasione per vederla nel vecchio continente.
È impossibile negare che sia un periodo particolare per vedere Ariana Grande dal vivo. Tutti parlano della sua magrezza, c’è chi dice che bisogna parlarne perché è un esempio per migliaia di ragazzine, chi sostiene invece che il corpo delle donne non vada commentato. Io penso che la verità sia più stratificata, o perlomeno non riesco ad avere posizioni nette a riguardo. Certe cose le sappiamo, altre non possiamo saperle, e penso anche che i giornali, gli utenti e chiunque abbia scelto di accendere la telecamera per fare il punto della situazione “perché me lo avete chiesto in tantissimi” abbiano abbondantemente fatto la loro parte, nel bene e nel male, facendo arrivare il messaggio a lei, al suo team e a tutte le persone interessate.
Per questo siamo qui per parlarvi del suo concerto, il suo primo tour in 7 anni, uno show che i fan aspettavano tantissimo e che soprattutto ci mostra un’Ariana totalmente diversa da quella che era anni fa. In questi anni ci ha dato modo di vedere che può fare tutto. Dischi, sketch comici e imitazioni, la protagonista in due film decisamente impegnativi come Wicked e Wicked For Good (ne arriva un altro a Natale, il sequel di Ti presento i miei).
Per tutte queste ragioni penso che questo tour sia particolarmente significativo: serve a ribadire che Ariana può fare tutto, ma che resta una delle popstar più rilevanti degli ultimi dieci anni. E ieri sera ne ho avuto la conferma. La (fu) Glinda ha ormai otto album alle spalle, dischi che ne hanno raccontato le – anche qui, come si dice ora – diverse “ere”. E l’Eternal Sunshine Tour mette insieme tutto: musica, cinema, immaginario. Tutto quello che c’è nella testa di un’ex bambina prodigio che bambina non è più. Il concept parte dal video di We Can’t Be Friends, in cui Ariana si fa cancellare la memoria sulla scia del capolavoro di Gondry con Jim Carrey e Kate Winslet. Ed è come se Ariana ieri si trovasse a un bivio: mi faccio cancellare la memoria, le sofferenze e i commenti o rivendico tutto quello che ho fatto, soprattutto in un momento in cui ogni sua mossa è studiata, commentata, discussa? Ha scelto la due. Ferma il processo e rivive tutto sul palco.
Nonostante sia da poco uscito il suo nuovo disco, Petal, lo show segue infatti un arco narrativo che comprende tutti i momenti più importanti della sua carriera. Da quando era una Mean Girl a quando indossava le felpe che coprivano le mani. Una sorta di celebration filtrata dalla lente del suo mondo fantastico presente nei video e nei testi delle sue canzoni. Tra i suoi meriti infatti c’è quello di essere riuscita a costruire immaginari chiari. Prima più spensierati e bossy, poi più scuri, di ragazza sognante a cui non dispiacerebbe essere rapita dagli alieni o finire nel rabbit hole di Alice.
Si parte con Yes, and?, brano in cui già anni fa si scagliava contro la critica e chi voleva la ‘vecchia Ariana’, si continua con una scaletta che tocca tutti i suoi successi e in cui si alternano momenti da dancefloor ad altri in cui basta la sua voce a prendere la scena. Ci sono i ballerini, dicevamo, ma ci sono anche momenti acustici e uno in cui chiede di fare silenzio a 22.000 persone perché deve utilizzare una loop station. Quando succede non vola una mosca. «Ok, grazie, ho fatto», dice quando è tutto pronto.
La scenografia segue il racconto. Una casa semidistrutta e lei che canta in mezzo alle rovine, poi l’appartamento rosa che ricorda la casa di Regina George per Thank U, Next, poi uno scenario metropolitano e le sirene della polizia su The Boy Is Mine, in cui appare vestita da gattina con la frusta.
Vocalmente è al top, e tutto il concerto è diviso in cinque atti intervallati da videoclip che raccontano come l’Ariana di adesso viaggi nella sua mente e nello spazio per ritrovarsi. Un arco narrativo che cerca di portarti dentro la sua visione magica, a metà tra Interstellar e Il Mago di Oz. Più che un concerto, uno statement: ho fatto l’attrice, forse per qualcuno mi sono allontanata dalla mia passione, ma stasera vi ricordo che non è così. Che io posso essere questo e anche altro. Che posso fare tutto.
E ieri sera Ariana Grande ha ricordato al mondo di essere una popstar. Una cresciuta a pane e Mariah Carey, una che ha imparato a cantare da piccolissima e che ora dettaglia tutte le sue emozioni nelle canzoni.
Ascoltarla ha dell’ipnotico. La sua voce – ripetiamo, al top – sovrasta i cori, sia quelli ufficiali che quelli delle fan che urlano come ossesse. Tra una canzone e l’altra ogni tanto parla. Poco, ma parla. Ringrazia, manda bacetti ai fan delle prime file, sorride.
E ieri ho avuto l’impressione che il palco potesse essere ancora il suo spazio sicuro. Non tutti i palchi, parlo di quelli dei suoi concerti, con la sua gente intorno. Forse è davvero così? Un’altra cosa che mi ha colpito è che lo show è studiato per intervallare momenti più intimi a quelli in cui le hit ballabili fanno tremare il palazzetto (su tutti Into You ma anche Rain On Me, purtroppo senza Gaga e One Last Time, purtroppo senza Fedez). In questi spazi le sue hit più vecchie sembrano effettivamente appartenere a un’altra epoca. Quella che c’è sul palco ora è un’artista completamente diversa, più introspettiva, che si è allontanata drasticamente da quel suono e da quell’estetica. Quando però partono le note dell’intro di Break Free è come se il concetto di tempo si azzerasse. In qualche modo è ancora il 2014.
Quando arriviamo, intravedo nel pubblico la sua compagna cinematografica Cynthia Erivo. Penso: «Che carina che è venuta a vederla». La mia ingenuità italiana non pensava che Erivo sarebbe salita sul palco, a sorpresa, per cantare For Good dalla colonna sonora di Wicked e poi un medley di Barbra Streisand. Il tutto in questa alternanza continua di momenti più musical (come questo) ad altri in cui si torna nelle sue favole gotiche, come quando verso la fine intona Hate That I Made You Love Me, primo singolo dell’ultimo Petal.
Ieri sera ho avuto la conferma che Ariana Grande è riuscita a costruire un’identità definita che le permette di non inseguire più i gusti del pubblico ma solo i suoi. Perché l’Eternal Sunshine Tour è una specie di greatest hits emotivo non legato a un album ma connesso a tutti i suoi lavori. Qualcuno dice già che diventerà un lungometraggio che sarà pubblicato più avanti. La struttura dello show lo suggerisce, anche nel suo essere estremamente studiato e costruito nei minimi dettagli. Sono infatti pochissimi i momenti di freestyle, chiamiamoli così.
Oggi speriamo solo che questo tour non sia l’ultimo, e che questa pausa che ha annunciato serva per tornare con nuove idee, nuove storie, nuova linfa. Thank You. Ora, con calma e dopo il dovuto riposo, aspettiamo il next.















