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Che senso ha la musica dei Van Der Graaf Generator nel 2022?

Ruderi di un'epoca passata? Macché, Peter Hammill, Hugh Banton e Guy Evans hanno dimostrato ieri sera a Genova che si può fare musica tormentata e incazzata anche dopo i 70 anni

Peter Hammill dei Van Der Graaf Generator

Foto: Kevin Nixon/Future Publishing via Getty Images

Esco dal Politeama Genovese ancora frastornato dalla potenza emotiva dell’ultimo brano in scaletta: Still Life. Mi allontano mentre tutti continuano a spellarsi le mani chiedendo ulteriori bis che, è evidente, non arriveranno. Perché dopo un picco del genere non può esserci che il silenzio. Proprio quello che bramo abbandonando il teatro strapieno di un pubblico composto quasi esclusivamente da over 40 che non hanno fatto mancare il loro affetto a una formazione che ha una lunga storia d’amore col nostro Paese. I Van Der Graaf Generator sono finalmente tornati in Italia a due anni di distanza dall’annunciato tour del 2020, poi posticipato causa Covid.

Non sapevo cosa attendermi da un loro concerto, oggi i VDGG sono tre ultrasettantenni e la sensazione di viale del tramonto era nell’aria, del tipo, «sbrighiamoci a vederli per l’ultima volta, poi sarà troppo tardi». E invece questi suonano come dei pazzi, e quando dico suonano dico che ci mettono il sangue, sono fieri e incazzati come ventenni. Per me i VDGG sono sempre stati i proggers più punk della scena storica ed è tutt’ora così. In passato Peter Hammill ebbe a dire che ogni esibizione della sua band può essere stellare o catastrofica, a seconda della serata. Questa sera non è stata l’una o l’altra, piuttosto ha ribadito un modo di porsi che non contempla virtuosismi, ha messo in scena un sound secco, slabbrato, impreciso e dissonante. Le canzoni stesse si sono spogliate degli orpelli di studio e hanno tirato fuori tutta la loro essenza, spesso imparentata con certa new wave. A volte i tre si sono dimenticati di tenere lo stesso ritmo e se ne sono andati ognuno per conto proprio, ma in tale imperfezione hanno manifestato la loro grandezza. I VDGG sono una macchina dal motore mal oliato che stride e a volte arranca a fatica, ma poi improvvisamente si infiamma e sbaraglia tutti. Ieri come oggi.

Guy Evans è un poderoso batterista che ha il jazz nelle vene, non è mai domo e raramente tiene un ritmo costante, preferisce muoversi tra acciaccature e coloriture fino a fare cantare il suo strumento. Hugh Banton si è costruito un organo computerizzato che si infervora alla bisogna oppure si fa atmosferico, ossianico come la musica dei VDGG richiede da sempre. Poi con i piedi è un polpo, quando comanda la sua pedaliera dei bassi. Infine c’è Peter Hammill, che accidenti… uno si aspetta almeno un calo di voce, vista l’età. No, il leone ruggisce in maniera straordinaria, lo sentivi cinquant’anni fa e ora ed è lo stesso, non ha perso smalto, anzi il suo tono si è fatto ancora più sofferto e appassionato quando intona versi su angosce esistenziali, vite senza scopo e abissi della coscienza. Alto, scheletrico, essenziale al pianoforte e alla chitarra, Hammill incarna perfettamente il tormento delle parole che sussurra, urla o declama lasciando basito il pubblico. L’apice durante il finale di Childlike Faith in Childhood’s End, che si ascolta col cuore in gola fino all’ultimo devastante acuto che fa esplodere definitivamente l’emozione di tutti.

In un contesto del genere, mentre ci si inebria sulle note di Lemmings o dell’inaspettata (In the) Black Room, ogni tanto mi guardo in giro scorgendo qualche viso giovane, spesso insieme a un genitore che probabilmente ha agevolato l’interesse al culto dei Van Der Graaf. Mi chiedo quale sia l’effetto che una musica del genere possa fare su di loro. Così inquieta, instabile ritmicamente, tematicamente, armonicamente… Con canzoni di un’intensità che fa quasi male, difficili e oscure, che se prese male annoiano di brutto, che per essere penetrate necessitano uno sforzo non indifferente. Tutto il contrario di quello che immagino ascoltino abitualmente. Eppure, mi dico, eppure… L’inquietudine e il tormento esistenziale che sgorgano dall’ugola di Hammill come miele avvelenato non sono in fondo gli stessi di cui hanno cantato e cantano tanti, dai Nirvana ad Ariete, per dire? Quando Peter scrisse molte di queste canzoni, aveva 18, 20 anni, era innamorato di Baudelaire, Poe, Lovecraft che gli ispiravano versi colmi di mal di vivere. Non è spesso così per molti ragazzi di quell’età? Quindi magari anche un giovane può capire, se non con le orecchie almeno con il cuore, questa musica così diversa, può farla sua, anche se non gli appartiene.

Quanto nel 2022 può avere senso una proposta così fuori dal tempo attuale come quella di Hammill e dei suoi? Mentre percorro la strada che mi porta a casa la risposta arriva in maniera così lampante da farmi sorridere, se pur con amarezza: i tempi che stiamo vivendo non sono tormentati e oscuri quanto e più di una canzone dei Van Der Graaf? Forse l’essere umano si sta incamminando verso un’era di armonia e pace? Non mi sembra proprio. Finché quindi l’uomo esisterà, la musica dei VDGG avrà sempre e comunque senso.

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