C’è qualcosa che Esperanza Spalding non sa cantare, suonare, immaginare? | Rolling Stone Italia
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C’è qualcosa che Esperanza Spalding non sa cantare, suonare, immaginare?

Ieri sera all’Anfiteatro del Vittoriale, sul Lago di Garda, la fenomenale musicista americana ha risposto a modo suo alla domanda: a cosa serve la musica?

C’è qualcosa che Esperanza Spalding non sa cantare, suonare, immaginare?

Esperanza Spalding al Vittoriale di Gardone Riviera

Foto: Enrico Savi via Tener-a-mente

Porta la voce dove vuole. Suona il contrabbasso, la chitarra, il basso elettrico. Intrattiene il pubblico per un’ora e mezza passando da strumentali intricati a pezzi meditativi. Canta in inglese e in portoghese. Interpreta pezzi suoi, di Milton Nascimento, di Wayne Shorter. Intona formule dall’effetto rasserenante e canzoni dedicate alle parti del corpo. Spinge la musica verso i confini dell’inventiva senza mai farla sembrare un esercizio cerebrale, ma un numero magico che riconnette con il sé. Attraversa il jazz, la musica popolare brasiliana, il pop. E insomma, c’è qualcosa che Esperanza Spalding non sa cantare, suonare, immaginare?

L’ultima volta che ho visto Spalding su un palco in Italia è stato dieci anni fa. Portava uno spettacolo molto teatrale basato sul personaggio di Emily, la protagonista di Emily’s D+Evolution, alter ego che le serviva per raccontare la liberazione da dogmi e condizionamenti. Nel frattempo ha fatto di tutto, smentendo quelli che si sono stupiti quanto nel 2011 ha vinto il Grammy come migliore artista emergente battendo Justin Bieber e Florence + The Machine. Ha scritto e inciso un disco intitolato Exposure improvvisandolo da zero in una diretta Internet di 77 ore e  lo ha poi stampato solo in 7777 copie e mai ripubblicato. È stata professor of practice ad Harvard. Ha pubblicato due album in cui, in modo diverso e partendo da presupposti lontani, ha esplorato il rapporto tra musica e benessere psico-fisico. Ha scritto il libretto dell’opera di Wayne Shorter Iphigenia. Ha fondato un incubatore transdisciplinare e un hub artistico nella sua Portland. Ha collaborato in un album col gigante della musica brasiliana Milton Nascimento. Ha lavorato con coreografi e ballerini. Sicuramente dimentico qualcosa. Ah, si definisce un’artista eaabibacliitoti, acronimo che sta per “European-African ancestored being influenced by American cultures living in Indigenous Territories of Turtle Island”. Sì, dice e fa cose complicate, ma poi la vedi dal vivo ed è tutto incredibilmente naturale. Si chiama talento.

Ieri sera alla rassegna Tener-a-mente all’Anfiteatro del Vittoriale di Gardone Riviera, uno dei posti migliori del Nord Italia dove vedere concerti in estate, Spalding ha portato una piccola sintesi di tutte queste cose, facendo venir voglia a chi c’era di averne di più. È in giro in Europa con un tour in cui riprende pezzi da tutti i suoi album ed è accompagnata da Eric Dobb e Matthew Stevens. Il primo è un gran batterista e percussionista in grado di suonare ogni centimetro del suo drum set, il secondo è un chitarrista che si muove al confine tra jazz e avanguardia, capace di armonizzazioni dell’altro mondo, assoli eccitanti, rumorismi. Quando Spalding imbraccia il basso elettrico fretless a cinque corde compongono un trio formidabile e pieno di groove, come accade nella cover di Endangered Species di Shorter o in I Know You Know.

Foto: Enrico Savi via Tener-a-mente

Spalding col chitarrista Matthew Stevens al Vittoriale. Foto: Enrico Savi via Tener-a-mente

Con Matthew Stevens e il batterista Eric Doob. Foto: Enrico Savi via Tener-a-mente

Spalding ha un modo tutto suo di far musica che risulta al tempo stesso semplice e complesso. È votata all’idea che la musica possa stimolare l’immaginazione diventando strumento di elevazione oltre che di puro divertimento. Suona cosa strambe come due Formwela, la 4 e la 1, pensate per aumentare il benessere psico-fisico dell’ascoltatore, fa sentire due pezzi dedicati rispettivamente ai fianchi (Thang, scritta anni fa durante una residency a Civitella Ranieri, in Umbria) e al sistema circolatorio (Lest We Forget) e lo fa con una grazia e una leggerezza che le impedisce di sconfinare nelle stramberie new age. Chiede al pubblico più volte di accompagnarla in parti vocali impossibili per noi mediamente stonati, interpreta due pezzi meravigliosi dal disco con Nascimento come Cais e Outubro, chiude con bis a cappella da sola spiegando che la mattina dopo dovrà svegliarsi alle 5 di mattina (per esibirsi a Bonn). Essendo lei un fenomeno vero, le si perdona anche il set accorciato.

Se il successo premiasse il puro talento, Spalding sarebbe più famosa delle popstar che totalizzano ogni mese decine di milioni di stream. In un’intervista di qualche tempo fa ha detto scherzosamente che, viste le esperienze con Shorter (88 anni all’epoca della prima di Iphigenia) e Nascimento (83 anni), è diventata brava ad avere a che fare con gli anziani. La verità è che è un’erede degna dei grandi eclettici americani, non solo una cantante e strumentista, ma anche una pensatrice e un’amante delle avventure intellettuali. Per 90 minuti scarsi, e purtroppo rari per il pubblico italiano, se n’è avuta ieri la prova. A vederla cantare e suonare da vicino si capisce che Esperanza Spalding è tutt’uno con la musica, che è fatta di musica. La sua attività è la risposta a una domanda elementare che però non tutti si fanno: a cosa serve la musica? La risposta la si è vista al Vittoriale: non c’è stato un solo momento che non sia stato accompagnato da una sensazione di liberazione e gioia.